Perché le allergie vanno e vengono?

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Interessano milioni di persone, ma ancora non sappiamo molte cose sulle loro cause che potrebbero aiutarci a sviluppare terapie più efficaci

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Charles Darwin, il naturalista britannico che nell’Ottocento formulò la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale, era uno scrittore di lettere molto prolifico. All’epoca avere una fitta corrispondenza era essenziale per confrontarsi con altri scienziati e offrire nuovi spunti di ricerca. Il volume di lettere era tale da spingere Darwin a bruciarne periodicamente grandi quantità, fino a quando i suoi figli lo convinsero ad archiviare le più importanti, in modo da mantenerne traccia. Tra le oltre 15mila lettere che si sono salvate c’è anche la corrispondenza con Charles Harrison Blackley, considerato lo scopritore delle cause della febbre da fieno (quella che oggi chiamiamo più propriamente allergia ai pollini).

Blackley era un medico della zona di Manchester, in Inghilterra, e soffriva stagionalmente di febbre da fieno. Per diverse settimane tra primavera ed estate gli colava il naso, veniva spesso da starnutire e aveva di frequente gli occhi lucidi. Il fenomeno era noto da tempo, ma fino ad allora nessuno aveva trovato una spiegazione convincente: c’era chi ipotizzava che c’entrassero maggiori quantità di ozono, uno dei gas presenti nell’atmosfera, mentre altri ritenevano che fosse una conseguenza del caldo estivo.

Il primo ad avere descritto con precisione la febbre da fieno era stato un altro medico inglese, John Bostock, nel 1819; il suo saggio non conteneva però informazioni su quali potessero essere le cause della malattia. Basandosi anche sulle proprie esperienze, Blackley escluse l’ozono e il caldo e notò che la causa potessero essere i pollini in gran circolazione in quel periodo dell’anno. Condusse vari esperimenti su se stesso esponendosi ai pollini e nel 1873 pubblicò il saggio Ricerche sperimentali sulle cause e la natura del catarro estivo.

Darwin lo lesse e scrisse una delle sue lettere a Blackley per ringraziarlo, mostrando di essere interessato ai suoi esperimenti. Ne nacque una corrispondenza nella quale Darwin spiegò al suo nuovo contatto di penna che i pollini potevano essere dispersi non solo dal vento, ma anche da alcune specie di insetti. Blackley lo ringraziò calorosamente, anche se i meccanismi che portavano solo alcune persone ad avere un’allergia ai pollini rimanevano ignoti.

Sarebbero stati necessari decenni prima che il mistero delle allergie venisse risolto, almeno in parte. Ancora oggi infatti non sappiamo spiegare come mai alcune persone diventino allergiche a qualcosa dopo non esserlo mai state per anni, oppure come alcuni siano per anni allergici e poi smettano di colpo di esserlo. Scoprirlo potrebbe aiutare il 20 per cento circa di persone che nel mondo sviluppato soffrono di allergie da pollini o simili, o il 6 per cento della popolazione allergico ad almeno un alimento, a volte con reazioni gravi che possono causare la morte.

In linea generale, le allergie derivano da una reazione anomala del sistema immunitario a una sostanza normalmente innocua, che viene invece ritenuta pericolosa. Una di queste sostanze, cioè un allergene, può essere il polline di alcune specie di piante, le proteine di un certo alimento o quelle contenute nella saliva di alcuni animali, come nel caso dei felini. Per esempio, molte persone sono allergiche ai gatti non direttamente a causa del loro pelo, ma della saliva che ci finisce sopra quando questi animali si puliscono lisciandolo con la lingua.

Nelle persone allergiche, la presenza di una o più di queste sostanze porta alcune cellule guardiane del sistema immunitario a produrre un particolare tipo di anticorpi: le IgE (immunoglobuline E). Le IgE hanno la capacità di attaccarsi all’allergene e di indurre una risposta più articolata da parte di altre cellule del sistema immunitario. Il risultato è una rapida infiammazione che contribuisce al rilascio di varie sostanze compresa l’istamina, che modifica gli equilibri tra la parte liquida del sangue e i fluidi presenti nel tessuto connettivo. Da ciò deriva un accumulo di liquidi (edema) che porta al gonfiore e che può essere pericoloso se si verifica nelle vie respiratorie.

Più nello specifico, le cause di una reazione allergica variano molto da persona a persona e dipendono dalle sue condizioni di salute, dall’età e naturalmente dalle sue specifiche caratteristiche fisiche. Ci sono persone che producono meno IgE di altre e quindi tendono a sviluppare reazioni allergiche più lievi. Non è nemmeno detto che chi ne produce maggiori quantità sia necessariamente più esposto alle reazioni allergiche, per esempio perché alcuni individui producono altri anticorpi che riescono a controbilanciare il comportamento anomalo delle IgE. Altre ricerche hanno inoltre rilevato che alcune molecole, prodotte sempre dal nostro organismo, riescono a tenere meglio sotto controllo le cellule del sistema immunitario, facendo sì che siano meno esposte ai segnali di allarme che le IgE inviano costantemente.

Grazie agli effetti talvolta combinati di questi sistemi di doppio controllo, alcune persone nel tempo riescono a superare le loro allergie e a sviluppare una certa tolleranza agli allergeni. Questo risultato si determina per vie che variano molto a seconda degli individui, ed è proprio ciò a costituire la maggiore difficoltà nello studio e nello sviluppo di terapie contro le allergie.

L’età sembra avere un ruolo importante nello sviluppo e nell’evoluzione delle allergie. Può per esempio accadere che le allergie diagnosticate nei bambini abbiano vita breve e svaniscano nelle tumultuose evoluzioni che portano dall’adolescenza all’età adulta passando per la pubertà. Le persone allergiche iniziano a notare una riduzione delle reazioni con l’invecchiamento, in particolare a partire dai sessant’anni; al tempo stesso, accade talvolta che si sviluppino allergie con l’arrivo della terza età.

Al tempo stesso, ci sono tipi di allergie che sembrano essere più tenaci di altri e con le quali alcune persone devono fare i conti per tutta la loro vita. Sono quelle che coinvolgono sostanze come pollini, frutta secca, arachidi (che non sono frutta secca, ma legumi), crostacei e animali.

Almeno otto sostanze prodotte dai felini possono essere allergeni e il più conosciuto e comune è la Fel d 1, una proteina presente nell’urina, nella saliva e in altre secrezioni prodotte dai gatti. Si è scoperto che una volta immessa questa proteina può rimanere rilevabile fino a sei mesi di distanza dall’ultima visita di un gatto. Rimane per breve tempo in sospensione nell’aria, mentre resta a lungo sulle superfici ed è questo uno dei motivi per cui alcune persone hanno reazioni allergiche anche se si trovano in una stanza in cui in quel momento non c’è fisicamente il gatto di casa.

La difficoltà nel comprendere completamente le allergie, in modo da sviluppare terapie adeguate, deriva da un problema più grande: molte delle caratteristiche del sistema immunitario non ci sono ancora note. Il suo funzionamento dipende da una rete estremamente complessa di processi biologici, che a sua volta coinvolge migliaia di tipi diversi di molecole, proteine e meccanismi cellulari. Una persona può avere una reazione allergica per vie diverse rispetto a un’altra, nonostante alla base ci sia il medesimo allergene. Per questo spesso occorrono più esami e analisi per arrivare alla diagnosi di un’allergia, importante per poter prescrivere i farmaci per tenerla sotto controllo o evitare che causi reazioni molto gravi.

Nel caso dell’allergia da pollini, il trattamento prevede di solito l’impiego di antistaminici, cioè farmaci che contrastano l’azione dell’istamina sull’organismo, in modo da interrompere (o per lo meno ridurre) la cascata di reazioni che portano poi alle manifestazioni allergiche. Gli antistaminici comportano però alcuni effetti collaterali come perdita di capacità di concentrazione e riflessi e devono quindi essere assunti con cautela, evitando di eccedere con i dosaggi.

Una via tentata in alcuni casi di allergia è l’esposizione a basse dosi della sostanza che la causa, in modo da indurre una tolleranza. È una tecnica ancora discussa e che necessita di approfondimenti e nuove sperimentazioni più sistematiche. Il dosaggio di Fel d 1, la sostanza dei gatti, sembra funzionare con alcuni pazienti, mentre con altri non porta a particolari benefici; lo stesso sistema di induzione della tolleranza non è completamente compreso.

I benefici portati dalla costante esposizione a qualcosa che causa un’allergia sono difficili da stimare e si basano spesso su casi isolati. Ci sono persone che segnalano di avere convissuto per anni senza problemi con un gatto, di essere poi rimaste per diverso tempo in loro assenza e di avere scoperto di essere allergiche quando sono tornate ad averne uno, o a convivere con lo stesso gatto di prima. Dopo alcuni mesi di difficoltà, alcune di queste persone hanno segnalato una riduzione della propria allergia senza dover quindi rinunciare alla compagnia del loro gatto. Segnalazioni di questo tipo sono per lo più sporadiche e quindi difficili da verificare su larga scala.

Soprattutto in ambito alimentare, molte persone confondono le intolleranze con le allergie e viceversa. Come abbiamo visto le allergie sono causate da una reazione anomala del sistema immunitario nei confronti di alcune sostanze, mentre le intolleranze derivano da altre reazioni che non riguardano il sistema immunitario. Le intolleranze dipendono inoltre dalla quantità ingerita di un determinato alimento verso il quale si è intolleranti: più ne viene assunto, maggiori saranno i disturbi, quasi sempre a livello intestinale. Nelle allergie, invece, possono essere sufficienti piccolissime quantità di un alimento per causare una reazione anche grave, proprio perché è la presenza stessa dell’allergene a innescare l’effetto a cascata che abbiamo visto con l’attivazione del sistema immunitario.

A differenza delle allergie, le intolleranze alimentari riconosciute con studi e ricerche scientifiche sono poche. La più nota e di cui si parla spesso è quella al lattosio, lo zucchero presente nel latte. Le persone interessate da questa intolleranza non producono più la lattasi, un enzima che si occupa di scindere il lattosio in glucosio e galattosio, rendendo il latte più facilmente digeribile dal nostro organismo.

Molti gruppi di ricerca, aziende di biotecnologie e farmaceutiche sono al lavoro da tempo per studiare meglio le allergie, non solo per migliorare i sistemi di diagnosi, ma anche per trovare nuove terapie che possano ridurre se non escludere completamente il problema. Tra le strade più esplorate negli ultimi anni ci sono i trattamenti a base di anticorpi, che potrebbero dare un importante contributo nel ridurre la reazione del sistema immunitario, tenendo sotto contro l’attività di segnalazione delle IgE.

Alcuni allergologi stanno inoltre cambiando approccio, consigliando per esempio ai genitori di esporre i loro figli fino da piccoli ad alimenti come le arachidi, in modo da abituare il loro sistema immunitario. È un approccio diametralmente opposto a quello seguito in precedenza ed è ancora discusso nella comunità scientifica: è inoltre importante ricordare che scelte di questo tipo dovrebbero essere svolte consultando un medico e non facendo da sé con soluzioni artigianali.

Le malattie allergiche sembrano essere in sensibile aumento, soprattutto nel mondo più sviluppato e da tempo i gruppi di ricerca si chiedono se possa esserci una correlazione con i maggiori livelli di igiene raggiunti nei paesi più ricchi. La cosiddetta “ipotesi dell’igiene” parte dalla constatazione che le allergie da polline e gli eczemi sono meno comuni nelle famiglie con molti bambini, dove si presume ci siano maggiori occasioni di contaminazione da agenti infettivi rispetto alle famiglie con pochi individui. Questa ipotesi spiegherebbe inoltre l’aumento delle allergie avvenuto dopo l’industrializzazione e la conseguente crescita economica.

Da un punto di vista prettamente epidemiologico, l’ipotesi dell’igiene sembra trovare varie conferme. Alcune ricerche hanno mostrato come le malattie legate a una reazione anomala del sistema immunitario siano meno comuni nei paesi in via di sviluppo. Le persone che migrano da questi luoghi verso i paesi più industrializzati tendono a sviluppare problemi immunitari, con un rischio che aumenta in relazione alla quantità di tempo trascorsa nei paesi in cui si trasferiscono.

Nella loro corrispondenza, Blackley e Darwin non utilizzarono mai la parola allergia, semplicemente perché quel termine ancora non esisteva. Fu introdotto nel 1906 dal pediatra austriaco Clemens von Pirquet, dopo che aveva notato alcune reazioni dovute alla somministrazione del vaccino contro il vaiolo (l’unica malattia che siamo riusciti a eradicare proprio grazie ai vaccini, salvando milioni di vite). Pirquet introdusse la parola “allergia” fondendo insieme due termini del greco antico: ἄλλος (allos) nel senso di “estraneo” e ἔργον (ergon) che significa “azione, lavoro”.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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