L’obiettivo degli 1,5 °C ha ancora senso?

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Sembra ormai impossibile rispettare il limite che ci eravamo fissati per l’aumento della temperatura media globale, e forse è tempo di riconoscere il fallimento

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I capi di governo e le delegazioni che partecipano alla COP27, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima in corso da una settimana a Sharm El-Sheikh in Egitto, devono fare ancora una volta i conti con un numero che più di altri ha definito e condizionato le discussioni sul cambiamento climatico negli ultimi anni: 1,5. Indica il limite in °C entro il quale mantenere l’aumento della temperatura media globale rispetto all’epoca preindustriale per evitare gli effetti più gravi del riscaldamento globale, causato dalle attività umane e in particolare dall’emissione di gas serra come anidride carbonica (CO2) e metano.

L’obiettivo di mantenersi sotto gli 1,5 °C è ancora oggi molto citato alla COP27, ma una quota crescente di esperti ritiene che sia ormai irrealistico e che sia arrivato il momento di accettare il fallimento, senza rassegnarsi e pensando a cosa fare per evitare ulteriori peggioramenti.

La COP26 dello scorso anno a Glasgow si era conclusa con una dichiarazione che indicava metaforicamente come il limite degli 1,5 °C fosse «vivo, ma con un battito molto debole». All’inizio della conferenza di quest’anno i toni sono diventati ulteriormente pessimistici. Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha detto che l’umanità è «su un’autostrada verso un inferno climatico con un piede sull’acceleratore». Secondo alcune previsioni, l’aumento di 1,5 °C sarà superato nei prossimi anni Trenta, forse solo temporaneamente, ma con conseguenze che potrebbero essere gravi.

L’obiettivo degli 1,5 °C
Per lungo tempo i paesi partecipanti alle conferenze internazionali sul clima dell’ONU, avviate una trentina di anni fa, non si erano impegnati a mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto di un certo limite: gli impegni, spesso generici e solo parzialmente mantenuti, erano per lo più dedicati all’adozione di misure per ridurre le emissioni di CO2. Mettere d’accordo tutti i partecipanti era difficile e solo dopo anni di mediazioni si arrivò alla COP21 di Parigi del 2015 con la proposta di impegnarsi a non superare una certa soglia di riscaldamento globale.

La scelta di collocare un limite fu più politica che scientifica. La maggior parte dei paesi concordava su fissarlo a 2 °C, mentre alcuni paesi più esposti ai cambiamenti climatici, a cominciare dalle nazioni insulari a rischio per l’innalzamento dei mari, spingevano per un limite a 1,5 °C. Dopo due settimane di contrattazioni, il testo dell’accordo di Parigi fissava il limite a 2 °C rispetto ai livelli preindustriali, ma al tempo stesso impegnava tutti i paesi a non superare un aumento di 1,5 °C. Considerato che qualsiasi frazione di grado in meno è auspicabile per ridurre gli effetti del riscaldamento globale, l’obiettivo condiviso degli accordi di Parigi divenne in breve tempo 1,5 °C.

L’importanza di non superare gli 1,5 °C si rese ancora più evidente qualche anno dopo, quando nel 2018 un rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) dell’ONU mise a confronto quel limite con quello di 2 °C, per mostrare quali sarebbero state le differenze. Le analisi degli studi raccolti nel rapporto mostravano come mezzo grado in più fosse sufficiente a fare aumentare sensibilmente il rischio di eventi disastrosi, come inondazioni e prolungati periodi di siccità a livello regionale, con la devastazione di numerosi ecosistemi.

Un aumento della temperatura media globale di 2 °C comporta una grande riduzione dei ghiacci polari, l’innalzamento del livello dei mari al punto da rendere inabitabili ampie zone costiere e contemporaneamente l’inaridimento di molte aree coltivate, inducendo milioni di persone a migrare, perché le coste sono tra le zone più abitate del pianeta.

Tempo e obiettivi
Il rapporto segnalava inoltre come ci fosse poco tempo per evitare l’aumento di 1,5 °C, indicando la necessità di arrivare al 2050 in una condizione di “neutralità carbonica” o “emissioni zero”, per cui per ogni tonnellata di CO2 o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera se ne rimuove altrettanta. In altre parole, non aggiungere gas serra nell’atmosfera oltre la quantità che si riesce a togliere.

Le analisi sui differenti esiti tra un aumento di 1,5 o 2 °C e l’orizzonte temporale di circa 30 anni contribuirono a fissare un obiettivo comprensibile e tutto sommato facile da comunicare. Molte grandi aziende rilanciarono i propri progetti legati alle emissioni zero e i governi annunciarono nuovi piani, con traguardi intermedi e scadenze da rispettare fino al 2050. Qualche progresso ci fu e oggi siamo in una fase in cui i progressi verso la transizione energetica e la riduzione delle emissioni sono davvero notevoli, e in molti settori senza precedenti. Lo sforzo c’è, ma è inferiore al necessario come è diventato evidente alle conferenze sul clima degli ultimi anni.

In un recente articolo l’Economist lo ha scritto chiaramente, riprendendo ciò che sostiene ormai un numero crescente di esperti, magari non sempre pubblicamente: «Sarebbe molto meglio ammettere che gli 1,5 °C sono morti. […] La maggior parte degli addetti ai lavori sa che è vero, quelli che non lo sanno dovrebbero saperlo. In pochi lo dicono in pubblico o alla stampa».

Lo scorso aprile l’IPCC ha pubblicato un nuovo rapporto cui hanno lavorato centinaia di persone e basato su oltre 18mila studi e ricerche scientifiche, concludendo che il tempo per evitare gli scenari peggiori è quasi finito. Secondo il rapporto occorre invertire la tendenza delle emissioni di gas serra arrivando alla neutralità carbonica non oltre il 2025, per avere un 67 per cento di probabilità di mantenerci entro gli 1,5 °C. Il problema è che più ci spingiamo verso la scadenza, più drastico dovrà essere il taglio di miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Abbiamo un budget di CO2 da gestire, in pratica.

Improbabile o impossibile
A oggi non abbiamo ancora invertito la tendenza e le emissioni di gas serra continuano ad aumentare, seppure a una velocità inferiore rispetto al passato, fatte le dovute proporzioni. Il limite degli 1,5 °C era stato concordato ritenendo plausibile l’impiego in breve tempo di tecnologie per sottrarre anidride carbonica dall’atmosfera, in modo da avere “emissioni negative”. Quelle tecnologie sono ancora in fase di sperimentazione e di sviluppo e non è chiaro se saranno pronte a breve termine per un compito enorme come la rimozione di un miliardo di tonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera entro il 2030. I modelli di previsione dicono inoltre che per rimanere al di sotto degli 1,5 °C sarebbe necessario ridurre le emissioni di almeno il 43-45 per cento entro il 2030, uno scenario che viene ritenuto dagli esperti più impossibile che improbabile.

Un’analisi diffusa dalle Nazioni Unite a fine ottobre ha segnalato come i nuovi sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica porterebbero al massimo a una riduzione dell’1 per cento entro il 2030, una percentuale assai distante dal 43-45 per cento. Con le attuali regole e politiche, la temperatura media globale sarà entro fine secolo di 2,8 °C superiore rispetto al periodo preindustriale. Se i governi mantenessero seriamente tutti gli impegni dell’accordo di Parigi e delle COP successive, gli obiettivi di zero emissioni e adottassero nuovi impegni, secondo l’ONU si potrebbe arrivare a 1,8 °C, ma per ammissione degli stessi autori dello studio questo scenario ora come ora non è credibile.

Attualmente la temperatura media globale è di 1-1,3 °C al di sopra di quanto fosse in epoca preindustriale. Secondo le principali organizzazioni e istituzioni che si occupano di clima, c’è una probabilità del 48 per cento che la temperatura media globale sia più alta di 1,5 °C per almeno uno dei prossimi cinque anni. Tra gli esperti questa eventualità è sempre più condivisa, ma per chi si occupa di cambiamenti climatici un solo anno non è necessariamente significativo. Ciò che davvero conterà sarà quante volte supereremo il limite nei prossimi anni e per quanto tempo, in modo da avere una serie storica di qualche decennio solida a sufficienza.

Uno studio da poco pubblicato da Global Carbon Project, un’organizzazione che si occupa di quantificare le emissioni di anidride carbonica prodotte dalle attività umane, ha calcolato che entro la fine di quest’anno saranno emessi 36,6 miliardi di tonnellate di CO2, con un aumento dell’1 per cento rispetto al 2021, anno in cui la quantità di emissioni era paragonabile a quelle del 2019. Secondo i calcoli di Global Carbon Project, a questi ritmi c’è un 50 per cento di probabilità che tra nove anni si superi il limite degli 1,5 °C.

Soluzioni drastiche o rischiose
Le prospettive sempre più pessimistiche rendono più contemplabili, almeno per alcuni, soluzioni ipotizzate da tempo per ridurre temporaneamente e in modo piuttosto drastico il riscaldamento globale, guadagnando tempo prezioso in attesa di avere sistemi per rimuovere i gas serra in eccesso. Una delle proposte più discusse riguarda la possibilità di immettere nell’atmosfera grandi quantità di sostanze in grado di aumentare la capacità del nostro pianeta di riflettere la luce solare, in modo che si riduca la quantità di energia che raggiunge la Terra.

Un fenomeno simile avviene dopo grandi e violente eruzioni vulcaniche. Si ipotizza che fu proprio l’attività di alcuni vulcani in Islanda a causare la gelida estate del 536, specialmente in Europa e in Asia. Una nebbia molto fitta oscurò per mesi il Sole, tanto che in Cina nevicò in piena estate; le coltivazioni ebbero una scarsa resa e milioni di persone dovettero confrontarsi con gli effetti di una grave carestia. Secondo il medievalista Michael McCormick, fu «il peggior anno in cui essere in vita».

Disperdere grandi quantità di sostanze chimiche nell’atmosfera non sarebbe comunque semplice non solo dal punto di vista tecnico, ma anche politico e di relazioni internazionali. Nell’atmosfera non ci sono confini e gli effetti della dispersione riguarderebbero molti paesi, non necessariamente d’accordo con l’adozione di pratiche di questo tipo. Per essere a pieno regime il sistema richiederebbe grandi flotte di aerei in grado di volare ad alta quota e di disperdere le sostanze riflettenti, senza contare le basi a terra per coordinare le loro attività e naturalmente i costi.

Opzioni di questo tipo sono viste con diffidenza da chi si occupa di riscaldamento globale perché potrebbero mascherare ulteriori peggioramenti, riducendo la sensazione di urgenza nel ridurre le emissioni di anidride carbonica. Non sono inoltre noti gli effetti nel medio-lungo periodo di interventi di questo tipo nell’atmosfera, di conseguenza è difficile fare stime accurate sui rischi e più in generale sul rapporto tra costi e opportunità sia dal punto di vista economico sia da quello ambientale.

Simbolo
Nonostante risultati al di sotto delle aspettative e degli impegni assunti, l’obiettivo degli 1,5 °C in questi anni ha comunque avuto un ruolo molto importante nel motivare molte persone, anche per fare pressioni nei confronti dei governi. Per questo molti preferirebbero che si continuasse a mantenere il medesimo obiettivo, cercando di avvicinarsi il più possibile a quel risultato, anche nel caso in cui dovesse essere superato, come sembra ormai inevitabile.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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