Come si approcciano a questi Mondiali le nazionali

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Ci sono federazioni, squadre e singoli giocatori che hanno preso posizione contro il Qatar, altri per ora no

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Con l’avvicinarsi dei Mondiali di calcio in Qatar, la cui prima partita sarà domenica 20 novembre, si sono intensificate le critiche verso il paese ospitante: in particolare per come ha ottenuto l’assegnazione dell’evento, per questioni legate al rispetto dei diritti umani e per il modo in cui è stato trattato chi ha lavorato alla costruzione di stadi e infrastrutture.

Già a inizio novembre la FIFA, l’organizzazione che governa il calcio mondiale, aveva invitato le federazioni delle nazionali che giocheranno i Mondiali a “concentrarsi sul calcio” senza “dare lezioni morali” e senza “farsi trascinare in battaglie politiche e ideologiche”. Nonostante la richiesta, a sua volta molto criticata, nelle ultime settimane diverse squadre hanno preso posizione contro certi aspetti legati ai Mondiali in Qatar.

In attesa di capire se con l’inizio delle partite le critiche sfumeranno o si faranno invece ancora più insistenti, finora le nazionali ad aver preso posizioni più evidenti sono state Australia e Danimarca, in parte seguite da altre squadre europee, oltre che dal Canada e dagli Stati Uniti. Ci sono stati inoltre alcuni casi di singoli giocatori che hanno criticato il fatto che i Mondiali si giocheranno in Qatar. In generale, almeno per il momento, sono state invece rare le prese di posizione da parte di federazioni (o loro importanti esponenti) di squadre mediorientali, africane, asiatiche e sudamericane.

L’Australia è stata la prima squadra a prendere posizione contro i Mondiali in Qatar. Lo ha fatto a fine ottobre, su iniziativa della sua associazione di calciatori (quindi non direttamente con la sua federazione) con un video in bianco e nero in cui sedici di loro criticavano il Qatar per il mancato rispetto dei diritti dei lavoratori e per la criminalizzazione delle persone della comunità LGBT+ (in Qatar l’omosessualità è considerata un reato e può essere punita con il carcere). Nel video, lungo poco più di tre minuti, i calciatori giudicavano inadeguati i progressi fatti dal Qatar relativamente al trattamento dei lavoratori migranti e chiedevano di decriminalizzare l’omosessualità.

Dopo la pubblicazione del video, il sito The Athletic aveva chiesto alle federazioni delle 32 squadre impegnate in Qatar cosa pensassero della richiesta dei calciatori australiani. Solo due, Belgio e Danimarca, avevano detto di sostenere la richiesta australiana; altre avevano invece risposto in modo più vago e altre ancora non avevano commentato.

The Athletic faceva inoltre notare che l’omosessualità è ancora considerata illegale nei paesi di otto delle nazionali che giocheranno i Mondiali: oltre che in Qatar, lo è infatti in Senegal, Iran, Arabia Saudita, Tunisia, Marocco, Camerun e Ghana.

L’altra nazionale che fin qui si è fatta più notare per le sue posizioni sul Qatar è la Danimarca, che ai Mondiali sarà nel gruppo D con Francia, Tunisia e Australia. Già a fine settembre Hummel, l’azienda danese che è sponsor tecnico della nazionale, aveva presentato le tre divise che la squadra userà in Qatar: sono tutte molto semplici, con il logo e gli altri dettagli molto attenuati e la terza sarà tutta nera, «il colore del lutto». La scelta di Hummel e della federazione era stata approvata da due sponsor – una banca e uno legato alla lotteria nazionale – che non appariranno quindi sulle divise.

Più di recente la federazione calcistica danese ha fatto sapere che in Qatar avrebbe voluto far indossare ai suoi giocatori divise da allenamento con lo slogan «diritti umani per tutti», ma che la FIFA non glielo ha lasciato fare. La Danimarca ha detto che dei circa 5mila biglietti riservati per ogni partita della squadra ne sono stati venduti meno di mille e che la federazione «non vuole contribuire a creare profitti per il Qatar».

– Leggi anche: «La scelta del Qatar è stata un errore»

A livello più generale, dieci associazioni calcistiche europee che parteciperanno ai Mondiali hanno risposto al comunicato in cui la FIFA chiedeva di “concentrarsi sul calcio” spiegando che sebbene a loro avviso il Qatar abbia fatto alcuni progressi in certi ambiti, resta ancora moltissimo da fare soprattutto per quanto riguarda i diritti umani.

Durante le partite dei Mondiali i capitani di alcune nazionali europee indosseranno sulle braccia fasce da capitano con colori arcobaleno e con la scritta “One Love”, una cosa che non va contro il regolamento della competizione. È tuttavia ancora presto per dire con certezza quali capitani, di quali squadre, sceglieranno effettivamente di farlo. Si tratterebbe comunque di scelte in parte personali fatte dai singoli giocatori, che però andrebbero comunque avallate dalle rispettive federazioni, a cui quindi toccherà eventualmente prendere in qualche modo posizione.

(Alex Grimm/Getty Images)

Un’altra federazione che ha preso posizione sui diritti umani è quella statunitense, che nelle sue strutture di allenamento di Doha, la capitale del Qatar, userà una versione arcobaleno del suo stemma, di solito rosso, bianco e blu.

Gli Stati Uniti, così come l’Inghilterra e il Galles, giocheranno inoltre nello stesso girone dell’Iran, in cui da mesi ci sono proteste contro il regime teocratico che governa il paese: anche in vista di queste partite c’è chi chiede e si aspetta specifiche prese di posizione.

Poi ci sono i calciatori e gli allenatori. Si è espresso per esempio il centrocampista portoghese Bruno Fernandes, che ha detto riferendosi a lui e ai suoi compagni di squadra: «quello che è successo nelle scorse settimane, negli ultimi mesi, alle persone che sono morte per costruire gli stadi. Non siamo per niente contenti». Ha anche criticato il periodo scelto per disputare i Mondiali: «i ragazzi saranno a scuola, le persone saranno al lavoro e gli orari non saranno i migliori perché la gente veda le partite».

In generale, tuttavia, le posizioni più nette contro i Mondiali in Qatar sono state espresse da ex calciatori come il tedesco Philipp Lahm, il francese Eric Cantona e l’inglese Gary Lineker, che andrà in Qatar come opinionista per BBC, ma che ha detto: «vado a commentarlo, non a sostenerlo».

Come ha scritto Le Monde, ci sono però paesi in cui «l’euforia è così grande che risulta difficile, se non proprio impossibile, far emergere voci critiche verso i Mondiali». Secondo Le Monde, che col Guardian è tra i giornali europei che hanno approfondito di più le molte criticità dell’evento, succede in particolare in Argentina, un paese in cui i Mondiali di calcio sono sempre parecchio sentiti, ma in cui quest’anno lo sono ancor più del solito perché saranno gli ultimi di Lionel Messi e perché visti i tanti problemi del paese, in cui l’inflazione annua è ormai vicina al cento per cento, è generalmente benvenuta la possibilità di pensare un po’ ad altro. Un approccio simile, sempre secondo Le Monde, lo stanno avendo tra gli altri anche paesi come Ghana, Senegal, Giappone e Corea del Sud.

In un lungo articolo del Guardian in cui ragiona sull’effetto che hanno avuto e potranno avere sul Qatar le prese di posizione di chi lo critica, Patrick Wintour, giornalista esperto di questioni diplomatiche, ha parlato anche di come in molti paesi arabi siano percepiti questi Mondiali. Secondo Wintour, anche in paesi storicamente avversi al Qatar spesso ha prevalso un generale sentimento di vicinanza e di astio verso le critiche, spesso percepite come anti-arabe. L’articolo cita il caso di un manifesto, mostrato di recente durante una partita a Baghdad, in Iraq, in cui era impegnata una squadra molto vicina alle forze armate irachene, con scritto «Stiamo con il Qatar».

– Leggi anche: Il Qatar e il milione di tifosi che sta per arrivarci

[ Fonte articolo: ilpost ]

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