Come funzionano gli algoritmi dei rider

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Il meccanismo che si attiva quando viene fatto un ordine decide moltissime cose, dai tempi di consegna al compenso, e può essere più o meno neutro

Sabato 2 ottobre Sebastian Galassi, un rider di 26 anni, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto a Firenze. Poco dopo le 21:30 Galassi, in sella alla sua moto, è stato urtato da un suv Range Rover durante una consegna. È morto nella notte a causa dei traumi e nelle ferite riportate nello schianto. Secondo una prima verifica fatta dagli agenti della Polizia locale, l’autista del suv sarebbe passato con il semaforo giallo. Mercoledì 5 ottobre i rider di Firenze hanno organizzato uno sciopero per chiedere più sicurezza e per denunciare il controllo del lavoro da parte degli algoritmi delle piattaforme. I rider, i fattorini che consegnano il cibo attraverso piattaforme come Glovo e Deliveroo, si sono detti stanchi di essere «schiavi degli algoritmi».

Mario Castagna, responsabile delle relazioni esterne di Glovo, l’azienda per cui lavorava Galassi, ha detto in un’intervista a Repubblica che «Nessun algoritmo impone di correre». A pochi giorni dall’incidente, la frase non è stata prevedibilmente accolta bene dai rider che stavano protestando chiedendo maggiori tutele.

Gli algoritmi non sono di per sé disumani: servono a processare dati con l’obiettivo di organizzare nel modo migliore il lavoro di migliaia di persone e garantire un servizio efficiente e continuo. Il problema è che anche se spesso sono presentati come imparziali e oggettivi, in realtà non sono quasi mai neutri: a seconda di come vengono pensati e sviluppati, infatti, possono rendere il lavoro meno gravoso, anche più umano, oppure introdurre regole che incentivano sfruttamento, controlli pressanti, scarsa sicurezza e basse tutele. Tutto dipende dalle scelte e in definitiva dall’etica delle piattaforme che li sviluppano.

Per questa ragione gli algoritmi che regolano il lavoro dei rider italiani sono molto diversi tra loro anche se utilizzati da aziende che di fatto propongono un servizio identico – prevalentemente la consegna di cibo – e modelli di business simili. Le principali in Italia sono Glovo, Deliveroo, Just Eat e Uber Eats.

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Analizzare a fondo i loro algoritmi è complicato, anzi impossibile, perché sono coperti dal segreto industriale e modificati continuamente: perfino la magistratura non ha accesso a moltissime informazioni nonostante le inchieste fatte degli ultimi anni. Tuttavia, è possibile individuare almeno le regole principali per capire alcuni dei meccanismi che entrano in azione quando si fa un ordine attraverso le app e come viene organizzato e pagato di conseguenza il lavoro dei rider.

Per diventare rider bisogna essere maggiorenni. Dopo aver compilato un modulo online e caricato i documenti richiesti insieme a una serie di autocertificazioni, si deve attendere che la piattaforma esamini la richiesta. Il contratto, inviato via mail, deve essere firmato e caricato prima di ordinare il materiale necessario per le consegne come lo zaino e la mantella. Infine va scaricata l’app a cui accedere con le proprie credenziali.

Non esiste una stima certa su quante siano le persone che in Italia lavorano come rider. Secondo il report pubblicato dall’istituto nazionale per le analisi delle politiche pubbliche (INAPP), basato su un sondaggio realizzato tra marzo e luglio 2021 su un campione di oltre 45mila individui tra i 18 e i 74 anni, i lavoratori delle piattaforme digitali sono poco più di 570mila, l’1,3 per cento della popolazione presa in esame. È una categoria molto ampia, che non comprende soltanto i rider. Uno dei risultati più interessanti dell’indagine stima che 274mila persone considerano questo lavoro come la propria attività principale.

Un rider durante uno sciopero nel 2021 (Matteo Nardone/Pacific Press via ZUMA Wire)

Il funzionamento dell’algoritmo per le consegne sviluppato da Deliveroo è una buona base di partenza per spiegare come funziona il sistema.

Quando una persona fa un ordine attraverso l’app attiva l’algoritmo di consegna, che consente di creare un collegamento tra l’ordine e i rider disponibili. L’ordine diventa immediatamente una proposta di consegna, cioè un’offerta di compenso che compare sotto forma di notifica sullo smartphone del rider.

Deliveroo dice che l’unico criterio utilizzato per scegliere a chi notificare la proposta è l’efficienza. Questo criterio non si basa sulla distanza in linea d’aria. L’algoritmo propone la consegna al rider che si trova nella posizione migliore a seconda del mezzo utilizzato – bicicletta, moto o auto – dichiarato nel momento dell’iscrizione: per esempio, ci sono casi in cui un rider è più vicino al punto di ritiro, ma impiega più tempo per raggiungerlo per via di ostacoli come ponti o linee ferroviarie. Ogni rider è libero di accettare l’offerta oppure rifiutarla.

Il compenso per ogni consegna viene calcolato con diversi parametri. Il contratto collettivo nazionale dei rider, chiamato CCNL Rider, l’unico contratto collettivo per i rider esistente in Italia, firmato dal sindacato UGL e applicato da diverse aziende, stabilisce un compenso minimo di 10 euro lordi per ora lavorata. Deliveroo riconosce 11 euro lordi all’ora. Non significa che i rider vengono pagati per tutto il tempo in cui sono impegnati, ma soltanto per il tempo in cui fanno le consegne, cioè a cottimo. Il tempo di attesa della proposta non viene pagato.

Il contratto inquadra i rider come lavoratori autonomi e non come lavoratori subordinati, non garantendo quindi le tutele previste per i dipendenti, come ad esempio le ferie e la malattia. L’unica piattaforma che ha scelto di considerare i rider come lavoratori subordinati è Just Eat, che da un anno e mezzo applica il contratto collettivo del settore logistica.

L’algoritmo analizza una serie di dati per stimare il tempo di consegna su cui si basa l’offerta. Oltre che stimare la durata del viaggio fino al punto di ritiro e da lì fino al punto di consegna, viene calcolato anche il tempo di attesa al ristorante sulla base dei precedenti. Il compenso minimo viene calcolato sul contratto nazionale: una consegna per cui viene stimato un lavoro di 30 minuti, per esempio, sarà pagata 5 euro lordi. Con Deliveroo, invece, 5,50 euro.

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Il compenso, tuttavia, non è fisso, ma basato su altri indicatori. Può essere più alto a seconda della distanza oppure del giorno della settimana: nei giorni in cui c’è più richiesta può salire. Cresce anche nel caso in cui un certo numero di rider rifiutino la proposta: dopo un certo numero di rifiuti – non è possibile stabilire quanti perché ogni caso è a sé – l’algoritmo decide di alzare l’offerta fino a quando un rider accetta. È una sorta di micro incrocio tra domanda e offerta realizzato in modo automatico e continuo.

Nel contratto nazionale sono stati previsti tre tipi di bonus che valgono per tutte le aziende: il lavoro in giorni festivi, il lavoro notturno (da mezzanotte alle sette) e in condizioni meteorologiche non favorevoli. Quando si verifica una di queste condizioni il compenso aumenta del 10%, se ci sono due condizioni l’aumento sarà del 15%, mentre con tre condizioni del 20%. L’aumento per condizioni meteorologiche non favorevoli scatta quando cadono almeno 2 millimetri di pioggia durante la consegna, misurati attraverso la consultazione di dati meteo internazionali. Se inizia a piovere dopo l’accettazione della proposta, il 10% viene calcolato nel resoconto alla fine del mese.

(ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI)

L’algoritmo cerca anche di incentivare i rider a spostarsi in zone meno coperte, sempre attraverso un aumento del compenso, in questo caso annunciato a tutti con una notifica sullo smartphone. Nel momento in cui la zona risulta coperta, il bonus viene rimosso. Ci possono essere incentivi anche nelle città in cui il servizio di consegna è appena stato attivato: Deliveroo garantisce 7 euro all’ora per i primi quattro mesi, a prescindere dalle consegne fatte.

Le mance che vengono date ai rider attraverso l’app diventano un reddito effettivo, con le relative trattenute. Un rider che guadagna meno di cinquemila euro all’anno e presenta una ritenuta d’acconto avrà una trattenuta del 20% anche sulla mancia. Nella nuova legge di bilancio è stata proposta una detassazione al 5%, che dovrà essere approvata dal Parlamento e non è ancora chiaro quando entrerà eventualmente in vigore.

Deliveroo assicura che in tutti i passaggi non viene preso in considerazione nessun parametro legato alla persona. Significa che i rider non vengono valutati sulla base della velocità, delle valutazioni dei clienti o di altri indicatori che possono causare discriminazioni. Non viene considerato nemmeno lo storico delle consegne: un rider che ha appena iniziato a lavorare ha le stesse possibilità di ricevere una proposta rispetto a un rider veterano. Anche l’accettazione o il rifiuto delle proposte non vengono presi in esame dall’algoritmo.

Non è sempre stato così. Fino al 2020 un altro algoritmo di Deliveroo assegnava ai rider un punteggio per organizzare i turni di lavoro settimanali: ogni lunedì i rider prenotavano i turni della settimana, ma non tutti potevano accedere al sistema di prenotazione nello stesso momento. L’algoritmo dava priorità ai rider con punteggi migliori basati su due indici: “affidabilità”, cioè chi si presentava in orario nei turni scelti, e “partecipazione ai picchi”, che premiava chi lavorava nelle ore con più richiesta. I rider con i punteggi migliori potevano scegliere i turni più graditi. Questo sistema è stato giudicato discriminatorio da una sentenza del tribunale di Bologna perché la partecipazione a uno sciopero influiva sul punteggio dei rider e quindi non garantiva il diritto di astenersi dal lavoro.

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Deliveroo ha cambiato le sue regole, ora più lineari e secondo molti rider con più tutele rispetto al passato. È stato introdotto un sistema chiamato “free log-in”, che consente a ogni lavoratore di connettersi quando vuole, senza turni prefissati. Una delle aziende con più problemi è Glovo, che continua a mantenere il sistema di prenotazione dei turni sulla base di un punteggio, nonostante nel 2021 il Garante della Privacy abbia multato Foodinho srl, società attraverso cui Glovo opera in Italia, per 2,6 milioni di euro sollecitandola a impedire «utilizzi impropri o discriminatori dei meccanismi reputazionali basati sul feedback dei clienti e dei partner commerciali».

Come ha ricostruito sul sito Guerre di Rete la giornalista Rosita Rijtano, autrice di Insubordinati, inchiesta sui rider (edizioni Gruppo Abele), al momento dell’ispezione del Garante le variabili prese in considerazione dall’algoritmo di Glovo per consentire ai rider di prenotare turni migliori erano molte: il punteggio assegnato dai clienti (15% del peso nel ranking finale), il punteggio assegnato dal partner, cioè dal ristorante o dal supermercato (per il 5%), la scelta di ore ad alta domanda purché il rider ne abbia selezionate almeno cinque per sette giorni consecutivi (per il 35%), il numero di ordini effettivamente consegnati (10%), la cosiddetta produttività (per un altro 35%), cioè il numero di consegne proposte al rider e l’accettazione entro 30 secondi, e il tempismo dell’accesso alla piattaforma nei turni prenotati.

Dalla fine di febbraio Glovo ha leggermente cambiato le regole con un «nuovo punteggio di eccellenza». Ora le valutazioni dei clienti pesano per il 7% nel ranking finale e non vengono più considerate le opinioni dei partner. Il dato più importante per l’algoritmo continua a essere il numero totale di ordini completati, e il punteggio finale può andare a 0 a 5, mentre prima era da 0 a 100. «I parametri saranno soppesati in base al volume di ordini ed alle ore prenotate», spiega Glovo sul suo sito. «Nella pratica, una prestazione negativa non incide ugualmente su corrieri differenti: il punteggio di eccellenza di un corriere che ha consegnato 10 ordini e riceve una valutazione negativa da un cliente non viene influenzato allo stesso modo di quello di un corriere che ha consegnato 2 ordini e ricevuto una valutazione negativa».

(AP Photo/Luca Bruno)

Come si può notare, il sistema continua a rimanere piuttosto complicato e secondo molti rider discriminatorio. Una delle ultime cause presentate nei confronti di Glovo è stata discussa a Torino da otto rider che chiedono il riconoscimento del lavoro subordinato, con più tutele. La sentenza della giudice del tribunale del lavoro, Sonia Salvatori, è attesa a metà gennaio.

Secondo Giulia Druetta, avvocata dei rider torinesi che negli ultimi anni ha seguito e vinto molte cause, l’algoritmo di Glovo di fatto non garantisce il diritto di sciopero perché valuta i lavoratori che si astengono dal lavoro a prescindere dal motivo di astensione: così facendo i rider che si astengono per motivi legittimi, come lo sciopero, sono penalizzati. «Ma le potenzialità discriminatorie dell’algoritmo sono ampie perché possono riguardare anche lavoratori che si infortunano durante il turno di lavoro, i quali non portando a termine le consegne per l’intero turno si vedrebbero abbassare il punteggio», dice Druetta. «Allo stesso modo vengono penalizzati lavoratori che sono costretti ad assenze dell’ultimo minuto per questioni familiari. Per questo diciamo che l’algoritmo è cieco: regole apparentemente neutre sanzionano comportamenti legittimi. È per questa cecità che l’algoritmo sbaglia ed è discriminatorio».

Un altro grosso limite riguarda il punteggio assegnato dai clienti. In sostanza, un cliente può dare una valutazione negativa, che incide sul punteggio e quindi sulla possibilità di lavorare del rider, sulla base di qualsiasi cosa, potenzialmente anche per l’aspetto, il sesso o il colore della pelle.

Ma il problema più rilevante, spiega Druetta, è che tutte le spiegazioni e le rassicurazioni delle aziende non possono essere verificate. Nemmeno i tribunali civili infatti hanno avuto accesso agli algoritmi, così come data scientist, giornalisti o enti terzi. In tutte le cause presentate finora sono state acquisite le testimonianze dei dirigenti delle piattaforme, che hanno sempre assicurato di utilizzare i dati in modo non discriminatorio o di non utilizzarli per nulla, ma senza fornire prove di questo trattamento. In sostanza, non c’è trasparenza.

Nelle conclusioni della sentenza del tribunale di Bologna, che nel 2020 aveva riconosciuto la discriminazione del vecchio sistema di Deliveroo, oggi modificato, si legge che «la mancata allegazione e prova del concreto meccanismo di funzionamento dell’algoritmo che elabora le statistiche dei rider preclude in radice una più approfondita disamina della questione».

[ Fonte articolo: ilpost ]

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