Anche il mar Mediterraneo si sta riscaldando

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È tra i grandi bacini d’acqua in cui le temperature stanno aumentando di più col cambiamento climatico e ci saranno sempre più conseguenze

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A ottobre non ha fatto particolarmente caldo solo in molte città, campagne e montagne italiane, ma anche nel mare. Il 30 ottobre le temperature superficiali del Mediterraneo settentrionale, tra la Corsica e le coste del sud della Francia, erano fino a 4 o 5 °C superiori alle medie degli ultimi trent’anni. E come sulla terraferma, pure quest’estate, in tutto il Mediterraneo erano state registrate per lunghi periodi temperature superiori alla media degli ultimi trent’anni.

L’aumento delle temperature marine non è un evento straordinario e passeggero. Il riscaldamento globale non riguarda solo l’atmosfera, ma anche le acque degli oceani, che nel 2021, per il sesto anno consecutivo, sono state stimate più calde del precedente. L’innalzamento del livello dei mari, per esempio, non è dovuto alla sola fusione dei ghiacci continentali dell’Antartide e delle terre più settentrionali come la Groenlandia, ma anche alla dilatazione termica dell’acqua: se aumenta la temperatura, infatti, aumenta il volume.

Oggi il Mediterraneo è tra i bacini che si stanno scaldando più velocemente sul
pianeta.

Tra giugno e agosto le temperature superficiali medie sono state più alte anche di 4,6 °C rispetto a quelle registrate tra il 1991 e il 2020: un record mai raggiunto prima, nemmeno durante la caldissima estate del 2003. Tra maggio e agosto ogni punto superficiale del Mediterraneo occidentale è stato colpito da almeno un’ondata di calore marina: significa che per minimo cinque giorni consecutivi, nei primi 100 metri di profondità circa, ci sono state temperature diurne estremamente alte sempre rispetto a quelle registrate tra il 1991 e il 2020.

Grafico di Mercator Ocean International, un’organizzazione scientifica di origine francese che si sta allargando in ambito europeo: mostra l’intensità media in gradi Celsius delle ondate di calore che hanno interessato il Mediterraneo tra maggio e agosto 2022, cioè quanti gradi in più rispetto alla media 1991-2020 si siano registrati sulla superficie marina (MOi)

In generale una conseguenza del riscaldamento delle acque oceaniche è l’aumento dell’intensità delle tempeste, soprattutto degli uragani. «Succede perché gli uragani funzionano come macchine termiche», ha spiegato Marco Reale, ricercatore dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS), facendo riferimento a concetti di base della fisica: «prelevano calore da una sorgente, in questo caso l’oceano, e lo convertono in lavoro con un certo rendimento, in questo caso i venti. Tanto più calore c’è nell’oceano, tanta più energia è a disposizione per essere convertita in lavoro, quindi tanto più i fenomeni diventano intensi».

In altre parole, l’oceano e l’atmosfera non sono sistemi indipendenti, ma «un sistema accoppiato, e in quanto tale interagiscono tra loro».

Nel Mediterraneo non si formano uragani, ma la maggiore temperatura dell’acqua ha comunque delle ripercussioni sui fenomeni atmosferici. «Soprattutto nelle regioni che si affacciano sul Tirreno e sullo Ionio, ma non solo lì, favorisce quei fenomeni molto brevi e intensi, come i cosiddetti medicane», ha detto Franco Reseghetti, fisico dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA), citando i cosiddetti “cicloni tropicali mediterranei” che sono diventati più frequenti con il cambiamento climatico: «Piove per alcune ore in una zona più o meno costiera e arriva al suolo una quantità spropositata di acqua: ad esempio nell’ottobre 2021 in un comune vicino a Genova caddero 740 millimetri di pioggia in 12 ore. Un valore eccezionale». Un altro esempio recente è stata l’alluvione nelle Marche di metà settembre.

Tanto più è alta la temperatura dell’acqua, maggiore è l’energia che può creare fenomeni atmosferici che provocano le precipitazioni particolarmente intense.

Da una ventina d’anni Reseghetti misura le temperature del mar Ligure e del mar Tirreno, a profondità maggiori rispetto a quelle di cui possono rilevare le temperature i satelliti di Copernicus, il progetto scientifico europeo per l’osservazione della Terra che registra i dati citati finora. Ha assistito all’assorbimento di grandi quantità di energia e ha contribuito al grande studio sulle temperature degli oceani, che ha coinvolto 14 istituzioni scientifiche del mondo – tra cui l’ENEA e l’Istituto nazionale di
geofisica e vulcanologia (INGV) – e ha concluso che ci sono stati sei anni consecutivi di riscaldamento.

Quattro volte all’anno, una per stagione, Reseghetti si imbarca su un traghetto di Grandi Navi Veloci (GNV) che fa la tratta Genova-Palermo, e nel corso del viaggio usa quella che potrebbe sembrare una grossa cerbottana per lanciare in mare delle sonde che misurano la temperatura fino a 800 metri di profondità, e in alcuni casi anche oltre. Le sonde sembrano dei proiettiloni: sono collegate a un computer che registra i dati tramite un cavo che, una volta che la sonda ha raggiunto la profondità desiderata, si spezza e la fa sprofondare definitivamente.

Nel corso del tempo Reseghetti ha potuto osservare che l’acqua del mar Ligure e del mar Tirreno si è scaldata anche nella fascia compresa tra i 300 e gli 800 metri di profondità.

Nello specifico dal 2013 la temperatura che nel Tirreno si misura a 800 metri di profondità è aumentata di quasi mezzo grado e oggi è di circa 14 °C. Per provare a dare un’idea della quantità di energia necessaria a questo riscaldamento, Reseghetti fa un paragone con la domanda di energia elettrica in Italia, che secondo i dati di Terna è stata di 320 terawattora (TWh) nel 2021: è più o meno la stessa quantità di energia che fa aumentare di un decimo di grado la temperatura di una “striscia” di mare che va da Genova a Palermo tra i 300 e gli 800 metri di profondità ed è larga solo una decina di chilometri.

Non è semplice maneggiare col pensiero grandezze e numeri del genere, anche perché come dice Reseghetti «è un numero spaventoso, una quantità gigantesca». Oltre alle misure che fa lui di persona ci sono quelle realizzate da una rete di robot galleggianti (si chiamano profilatori Argo) controllata dall’OGS e dispersa in tutto il Mediterraneo. Non abbiamo abbastanza dati però per poter dire con precisione qual è la quantità di energia assorbita ad esempio dall’intero Tirreno: «A spanne si tratta di una quantità pari a molte volte tutta l’energia che usiamo in un anno in Italia».

Oltre che sul meteo, questo riscaldamento avrà conseguenze sugli ecosistemi marini, cioè sulle piante e sugli animali che vivono nell’acqua e sui rapporti tra loro. «Come noi soffriamo il caldo quando c’è un’ondata di calore, così gli organismi marini», ha sintetizzato Reale: «Ciascun organismo ha un suo intervallo di temperature ottimali per i propri cicli di vita, e quanto più la temperatura aumenta, tanto più per determinati organismi non va bene». Di conseguenza le specie che possono farlo si spostano, «sia in direzione orizzontale, verso nord nel caso del Mediterraneo, sia in profondità nella colonna d’acqua».

Gli organismi marini risentono anche dell’aumento della salinità e di quello dell’acidità delle acque, entrambi legati al cambiamento climatico. Il Mediterraneo sta diventando più salato, soprattutto vicino alla superficie, perché facendo più caldo è cresciuta l’evaporazione. E sta diventando più acido, soprattutto nella sua parte più orientale, che beneficia meno degli scambi d’acqua con l’oceano Atlantico: la maggiore concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera dovuta alle emissioni umane causa infatti un maggiore assorbimento dello stesso gas da parte delle acque marine (avviene sia per un processo fisico, dovuto alla solubilità dei gas in acqua, sia per la biologia del fitoplancton, che usa la CO2 come fanno le piante terrestri per fare la fotosintesi).

Ogni specie ha anche intervalli di salinità e di acidità in cui vive bene, o riesce a riprodursi, e le variazioni di questi parametri determinano a loro volta migrazioni o, nei casi peggiori, morie. «E questo a prescindere dalle specie aliene favorite dalle
nuovi condizioni e che fanno strage di quelle locali, anche perché senza antagonisti», ha aggiunto Reseghetti facendo riferimento all’arrivo di animali e vegetali non autoctoni del Mediterraneo (provenienti ad esempio dal mar Rosso) che alterano gli equilibri della catena alimentare.

– Leggi anche: Nel mare dell’Alaska ci sono molti meno granchi

Secondo uno studio pubblicato a luglio, le ondate di calore marine che hanno colpito il Mediterraneo tra il 2015 e il 2019 hanno causato morti di massa di decine di specie di organismi viventi nei primi 45 metri di profondità, cioè nelle zone costiere: queste morie riguardano soprattutto coralli e alghe, ma dato che ogni specie di un ecosistema svolge un ruolo per la vita delle altre, a lungo andare potrebbero esserci ripercussioni anche su altri organismi, compresi i pesci con un valore alimentare ed economico per gli umani.

È difficile fare previsioni più precise sul lungo periodo, perché le variabili sono tantissime, i mari sono sistemi complessi e molto dipende anche dalle misure che saranno intraprese a livello globale nei prossimi anni per ridurre le emissioni di gas serra.

Marco Reale è il primo firmatario di uno studio pubblicato a settembre per cui sono state calcolate due simulazioni: cosa succederebbe agli ecosistemi del Mediterraneo a metà e alla fine di questo secolo se dovessero verificarsi due diversi scenari di emissioni di gas serra, quelli che vengono ipotizzati per cercare di stimare gli effetti del cambiamento climatico a lungo termine.

Una simulazione è stata fatta considerando il peggior scenario possibile, il cosiddetto “percorso rappresentativo di concentrazione 8,5” (RCP8.5), quello che suppone che la specie umana continui a produrre emissioni di gas serra come ha fatto finora, facendone aumentare sempre di più la concentrazione in atmosfera e causando un aumento delle temperature medie globali di 4,3 °C rispetto ai livelli pre-industriali entro il 2100. L’altra simulazione è stata fatta considerando lo scenario RCP 4.5, in cui invece a un certo punto le emissioni vengono arginate sebbene non abbastanza in fretta da evitare il superamento dei 2 °C in più rispetto ai livelli pre-industriali.

Per farla breve e semplice, in entrambi gli scenari, secondo le simulazioni, il Mediterraneo diventerà meno fertile e meno ossigenato, condizioni che avranno grandi impatti sugli ecosistemi. L’effetto sarà maggiore nello scenario peggiore e in entrambi i casi nell’est del Mediterraneo. L’unica nota positiva è che nello scenario RCP4.5 la simulazione prevede che verso la fine del secolo i valori dei parametri biogeochimici tornino simili a quelli d’inizio secolo: questo ha fatto ipotizzare che il Mediterraneo abbia una particolare resistenza a certi cambiamenti e che una riduzione delle emissioni avrebbe un impatto significativo sul sistema. «C’è un flebile messaggio di speranza», ha riassunto Reale.

– Leggi anche: L’obiettivo degli 1,5 °C ha ancora senso?

[ Fonte articolo: ilpost ]

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