In Turchia stanno imparando a convivere con l’inflazione

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In un anno i prezzi sono quasi raddoppiati e la popolazione si sta arrangiando come può

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In Turchia da mesi i prezzi crescono a ritmi elevati, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan è contrario a mettere in atto misure per controllare l’inflazione (come per esempio alzare i tassi d’interesse, cosa che sta facendo la maggior parte delle banche centrali in Occidente) perché rallenterebbero l’economia. Per questo, ormai da tempo le aziende e i cittadini turchi si sono adattati a vivere in un paese ad inflazione altissima: il sistema economico sembra ancora tenere e si sta dimostrando eccezionalmente resiliente, ma dietro un’inflazione così alta c’è un costo sociale elevato.

In agosto i prezzi al consumo sono cresciuti dell’80,2 per cento rispetto a un anno fa, il che significa che sono quasi raddoppiati. Il dato è in linea con la costante crescita dell’inflazione registrata nell’ultimo anno e rappresenta l’aumento dei prezzi più alto dal 1998. La lira turca in un anno ha perso oltre la metà del suo valore nel cambio con il dollaro.

Una classica risposta a un’inflazione così alta è l’aumento dei tassi di interesse di riferimento, ossia i tassi a cui le banche centrali prestano alle altre banche e rappresentano quindi il costo del denaro. L’obiettivo è “raffreddare” un’economia che sta crescendo troppo, in cui si vuole consumare molto di più di quanto il sistema riesca a produrre, con un conseguente aumento dei prezzi e quindi dell’inflazione.

La Turchia sta perseguendo una sorta di esperimento economico: Erdogan sta tenendo forzatamente bassi i tassi di interesse perché vuole preservare la crescita economica in ogni modo, anche a costo di far raddoppiare i prezzi. Bassi tassi di interesse invogliano infatti a prendere a prestito denaro per comprare cose o investire. Per esempio, le persone comprano più case, così si assumono più operai per costruirle o ristrutturarle, questi a loro volta spenderanno e l’economia cresce. In più, il fatto che la lira turca sia così debole rappresenta un incentivo alle esportazioni: per chi acquista in valuta estera è relativamente meno costoso comprare beni turchi perché può avvantaggiarsi di un cambio favorevole.

Ma quando l’economia si “surriscalda” i prezzi iniziano ad aumentare. Di solito è il momento in cui le banche centrali alzano i tassi di interessi per far rallentare l’economia. Ma in Turchia la banca centrale non è indipendente, come dovrebbe essere, ma risponde alle logiche politiche dettate dal presidente Erdogan, che sta di fatto “dopando” l’economia turca: a metà agosto la banca centrale turca ha abbassato i tassi dal 14 al 13 per cento.

La sensazione tra gli analisti è che Erdogan stia cercando di risollevare l’economia turca in tempi rapidi per arrivare con buoni consensi alle prossime elezioni politiche, previste per il 2023.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan su un manifesto (Chris McGrath/Getty Images)

Effettivamente il PIL turco è cresciuto dell’11 per cento lo scorso anno e nel secondo trimestre di quest’anno del 7,6 per cento rispetto a un anno prima. È vero che bassi tassi di interesse stimolano la crescita economica, ma l’inflazione così alta mette in seria difficoltà famiglie e aziende. Secondo l’Economist, l’esperimento della Turchia potrebbe far pensare che l’inflazione elevata sia un fastidio che può comunque essere affrontato, ma non è così.

I danni causati dall’inflazione incontrollata sono moltissimi. Innanzitutto, si accorciano notevolmente gli orizzonti temporali di riferimento. In tempi normali, solitamente i consumatori impiegano anni ad accorgersi degli aumenti dei prezzi, perché questi crescono lentamente. Ma con l’inflazione all’80 per cento, i turchi hanno visto quasi raddoppiare i prezzi da un anno all’altro. Quindi vivono ogni giorno dovendo decidere rapidamente se comprare qualcosa oggi per non rischiare di comprarlo a un prezzo più alto domani. Questo modo di ragionare mette molto sotto pressione il processo decisionale delle aziende, che devono decidere in fretta di fare acquisti e investimenti, magari anche importanti.

Infine con l’erosione del potere di acquisto c’è una redistribuzione arbitraria della ricchezza, che carica il peso dell’inflazione sui più poveri. Lasciar correre l’inflazione consente di sostenere la crescita economica nell’immediato, ma al costo di mettere a repentaglio la prosperità di lungo periodo.

(Burak Kara/Getty Images)

In ogni caso il sistema produttivo e sociale della Turchia si è dimostrato estremamente resiliente a questi aumenti dei prezzi e sembra che le persone si siano in qualche modo abituate a convivere con l’inflazione, soprattutto le aziende.

Il Financial Times racconta di come gli imprenditori e i manager abbiano strategie che puntano a una sopravvivenza di tipo “darwiniano”. Le tante crisi valutarie a cui sono stati esposti negli anni hanno permesso loro di accumulare molta esperienza nel prendere decisioni a breve termine.

Mustafa Tonguç, amministratore delegato della società di spedizioni DHL Express in Turchia, suggerisce ai manager occidentali che in questi mesi si preoccupano di un’inflazione “solo” vicino al 10 per cento di «non andare nel panico. Basta focalizzarsi sulla produttività e sulle cose che si possono cambiare» Per esempio, la sua azienda ha ideato un nuovo tariffario per clienti e fornitori che bloccava parte del prezzo della spedizione, per venire incontro alle loro esigenze di non vedere aumentare eccessivamente il costo di trasporto, mentre ha indicizzato una parte ai costi più variabili, come quelli del carburante e dell’imballaggio, per non rischiare di operare in perdita.

Tra le imprese turche di maggior successo, comprese quelle nei settori automobilistico, chimico e tessile, molte hanno dato la priorità alle esportazioni, sfruttando la lira più debole per vendere i propri prodotti in tutto il mondo. E hanno cercato di trarre vantaggio dalla crisi delle catene globali del valore, cercando di sostituirsi come fornitori dell’Occidente in un momento in cui la Cina era bloccata dai nuovi lockdown contro il coronavirus. L’anno scorso Ikea ha detto che avrebbe spostato la produzione di alcuni dei suoi mobili dall’Asia alla Turchia. L’azienda di abbigliamento Hugo Boss ha affermato che aggiungerà capacità produttiva alla sua fabbrica di Smirne per ridurre la dipendenza dall’Asia.

Il consumo interno nonostante tutto ha sorprendentemente tenuto. I motivi, dice l’Economist, sono vari. I consumatori potrebbero aver captato l’indebolimento della lira, erano consapevoli di cosa sarebbe successo ai prezzi nel corso dei mesi, sapevano cosa significava per l’inflazione futura e hanno fatto tutti gli acquisti che dovevano fare per non rischiare di doverli fare con prezzi più alti.

I beni durevoli, poi, sono una sorta di copertura contro l’inflazione: auto nuove, elettrodomestici o beni di lusso importati valgono più di detenere la lira, anche se non sono una riserva liquida come monete d’oro o banconote da un dollaro. In più con tassi di interesse così bassi in termini reali è quasi da sprovveduti non prendere in prestito per spendere.

In più, la giovane popolazione turca sembra avere un’elevata propensione al consumo. E le famiglie benestanti detengono gran parte della loro ricchezza in valuta estera, che con un calo della lira turca è aumentata di valore.

– Leggi anche: A Erdogan non piacciono i banchieri centrali

[ Fonte articolo: ilpost ]

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