In Italia ogni anno vengono uccisi illegalmente 5 milioni di uccelli

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Lo stima la Lipu: il bracconaggio è ancora molto diffuso e la caccia a specie protette viene considerata un reato minore

All’inizio di settembre in un terreno agricolo a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, è stato fermato un uomo che utilizzava venti cardellini in gabbia per richiamare altri uccelli a cui dare la caccia. Alcune settimane prima a Quartu Sant’Elena, in Sardegna, un uomo era stato denunciato perché usava colla per topi per catturare uccellini: posizionava decine di rametti ricoperti di colla in un campo attorno a una gabbia dove un altro uccello faceva da esca con il suo canto.

A Napoli a giugno, durante un controllo, un bracconiere conosciuto dalle forze dell’ordine ha stritolato con rabbia un cardellino che aveva catturato. Ad aprile, in casa di un giovane cacciatore di Preseglie, in provincia di Brescia, erano stati trovati 148 esemplari congelati di uccelli appartenenti a specie protette. Oltre a essere esemplari tutelati per legge erano stati cacciati utilizzando richiami acustici e reti poste tra gli alberi, strumenti illegali. Nelle campagne dell’isola d’Ischia, invece, lo scorso aprile un uomo era stato fermato mentre posizionava trappole per la caccia a volatili. Aveva due fucili con matricole abrase e 800 cartucce.

La caccia illegale a uccelli di specie protette in Italia è ancora molto diffusa. La legge 157 del 1992 stabilisce che «la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale». Inoltre, «l’esercizio dell’attività venatoria è consentito purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica e non arrechi danno effettivo alle produzioni agricole». Quindi, gli animali selvatici sono di proprietà dello Stato e rientrano nel patrimonio indisponibile: l’abbattimento può essere effettuato solo per le specie indicate, con i mezzi, nei luoghi e nei tempi stabiliti dalla legge e nel numero massimo consentito per ogni giornata o periodo. A regolamentare la materia è anche la cosiddetta Direttiva Uccelli dell’Unione Europea.

Trappole “archetto” sequestrate nel bresciano (ALABISO/ANSA/TO)

Le specie di volatili a rischio estinzione sono 98 e sono soggette, dice la legge, «a speciali misure di conservazione». Quindi, non si possono uccidere o catturare. A farlo non sono però solo veri e propri bracconieri, cioè, secondo la definizione, cacciatori privi di licenza oppure che cacciano in luoghi o in tempi proibiti. Anche molti cacciatori regolari, forniti di autorizzazione al porto di fucile da caccia, cioè un particolare porto d’armi, e che svolgono l’attività nei periodi e nei luoghi previsti dalla legge, vengono sanzionati per aver sparato a specie protette.

Secondo stime della Lipu, Lega italiana protezione uccelli, gli esemplari di volatili vittime del bracconaggio sono ogni anno in Italia circa 5 milioni. Tra i paesi dell’area del Mediterraneo l’Italia è al secondo posto, dopo l’Egitto, per numero di uccelli catturati e uccisi. Le prede possono essere uccelli canori come allodole, merli, tordi sasselli, che vengono uccisi oppure catturati con le reti per essere venduti come richiami vivi nella caccia di appostamento. Lo stesso accade a cardellini, ciuffolotti, fanelli, pettirossi, codirossi. I cacciatori illegali uccidono anche uccelli rapaci: gufi, poiane, falchi, nibbi sono considerati fastidiosi concorrenti oppure eliminati perché rappresentano una minaccia per allevatori di polli o di piccioni. A volte i rapaci finiscono anche imbalsamati, come trofei in qualche collezione privata. In Calabria invece i gufi vengono a volte cacciati per essere mangiati.

Vittime possono essere anche le rondini, prese di mira perché estremamente difficili da colpire: ucciderne una è considerata una prova di abilità. Anche gli uccelli acquatici diventano prede: gli aironi vengono spesso abbattuti dai pescatori perché disturbano le loro attività. E succede pure che vengano uccisi uccelli appartenenti a una specie formalmente estinta in Europa e in corso di reintroduzione, gli ibis eremiti. Si stima che in Italia il 31 per cento degli ibis che muoiono venga ucciso da cacciatori, tendenzialmente ignari del tipo di uccello a cui stanno sparando e degli investimenti fatti dall’Unione Europea per ricrearne una popolazione.

Carabinieri forestali impegnati in un’operazione antibracconaggio nel mantovano (Foto Arma Carabinieri)

Ma più che altro gli uccelli di specie protette vengono uccisi per essere mangiati: o direttamente dai cacciatori o, più spesso, per essere venduti a ristoranti che poi li offrono ai clienti che amano piatti considerati proibiti e prelibati.

Come denuncia la Lipu, il bracconaggio è anche l’eredità di tradizioni antiche secondo le quali gli animali, indistintamente, vengono considerati selvaggina a disposizione dei cacciatori. I bracconieri sono una percentuale estremamente piccola di tutti i 700mila circa cacciatori italiani, ma creano comunque danni enormi. Secondo dati di Legambiente, in Italia dal 2009 al 2020 sono stati denunciati 35.500 illeciti, 2.960 ogni anno, quasi 250 al mese. Si tratta di dati che riguardano la caccia in generale, non solo agli uccelli.

Accanto alla tradizione di cacciare qualsiasi tipo di volatile, che appartenga a specie protetta o meno, resistono anche in alcune parti d’Italia tradizioni che causano agli animali grandi sofferenze. È ancora diffusa, anche se meno di un tempo, l’usanza di accecare con aghi roventi allodole e tordi perché non smettano mai di cantare e fare così da richiamo vivo.

«Spesso i bracconieri giustificano le loro azioni illegali nascondendosi dietro il concetto di “tradizione”, cercando di dare al bracconaggio una visione romantica» dice Antonino Morabito, responsabile Fauna e benessere animale di Legambiente. «In realtà, nella maggior parte dei casi, i bracconieri agiscono per soldi: vendono ai ristoranti gli uccelli che cacciano illegalmente. A loro volta alcuni ristoratori offrono i piatti proibiti ai propri clienti. Non sono grosse cifre ma guadagnate con estrema facilità e rischi quasi inesistenti».

Il cacciatore munito di licenza che abbatte un animale protetto commette una contravvenzione, un reato minore, che prevede l’arresto da tre mesi a un anno o un’ammenda che può arrivare fino a 2.065 euro. Il cacciatore privo di licenza, e cioè il vero bracconiere, può essere invece accusato di furto comune, in questo caso furto venatorio, un delitto punito con la pena della reclusione da uno a sei anni e la multa da 103 a 1.032 euro.

Secondo un rapporto di Legambiente solo un bracconiere su venti viene individuato. È scritto nel rapporto dell’associazione:

«In condizioni di controllo del territorio esercitato da un Carabiniere forestale ogni 1.000 ettari, come previsto per i Parchi nazionali, c’è qualche chance in più rispetto a dove, invece, il rapporto scende a meno di una guardia ogni 10.000 ettari. Nelle attuali condizioni, la stima ragionevole è che possa essere preso solo un bracconiere ogni 100 o 150 azioni di bracconaggio, forse anche meno. Quindi rispetto ai 35.500 illeciti accertati in dodici anni, è verosimile siano accaduti, negli stessi dodici anni di tempo, tra i 3.500.000 e i 5.325.000 episodi illeciti contro la fauna selvatica».

L’attività di bracconaggio nei confronti di uccelli protetti colpisce soprattutto piccoli passeriformi, turdidi, fringillidi, beccacce, allodole, che vengono catturati da piccoli nei nidi o da adulti con le reti o con altri tipi di trappole, per poi essere venduti come richiamo per la caccia oppure ai ristoranti che offrono piatti a base di uccellini. Secondo Legambiente, «ogni anno, le stime più attendibili indicano da uno a due milioni di animali che finiscono in questo circuito».

Secondo le associazioni che si battono contro la caccia, l’uccisione di specie protette spesso non viene nemmeno percepita come un reato. Inoltre, molte amministrazioni locali ignorano totalmente il problema e, spesso, cercano di conquistarsi il favore dei cacciatori. In Lombardia il consiglio regionale, ai primi di giugno, ha approvato una proposta di legge che permette ai ristoranti di offrire piatti a base di piccoli uccelli: polenta e osei e spiedo bresciano, tipiche ricette della tradizione. Dal 2014 la legge vieta la vendita e il commercio di avifauna cacciabile (si parla quindi di specie non protette): possono essere cacciate ma non vendute. La nuova legge aggira la norma precedente consentendo ai cacciatori di «cedere gratuitamente ai ristoranti e alle sagre fino a 150 capi l’anno di piccola selvaggina». In pratica, gli uccellini continuano a non essere commerciabili ma possono essere regalati.

Tornando alla caccia di specie protette, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha individuato sette aree italiane maggiormente colpite dal fenomeno. Sono i sette cosiddetti black spot dove, secondo il Piano d’azione nazionale per il contrasto degli illeciti contro uccelli selvatici realizzato per la prima volta nel 2017, i bracconieri sono più attivi. Sono il Delta del Po, le Prealpi Lombardo-Venete, le coste pontino-campane, le coste pugliesi, la Sardegna meridionale, la Sicilia occidentale e lo Stretto di Messina. In queste sette zone avviene, secondo la Lipu, il 50% degli atti di bracconaggio in Italia.

Oltre ai sette black spot, l’Ispra segnala altre zone a rischio: la Liguria, la fascia costiera della Toscana, la Romagna, le Marche e il Friuli Venezia Giulia. Inoltre, in alcune aree del paese, come Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e nelle aree private (quindi difficilmente controllabili) nel Delta del Po, in particolare nelle province di Rovigo, Ferrara e Ravenna, vengono offerti pacchetti di “turismo venatorio” illegali, senza limiti di numero di esemplari da poter cacciare o di specie. Ogni anno, per alimentare queste vacanze illegali vengono uccisi centinaia di migliaia di animali.

Nelle Prealpi Lombarde, in particolare tra Brescia e Bergamo, ma anche in Veneto e in Friuli, la cattura illegale è diffusa soprattutto in autunno. Vengono utilizzati vari tipi di trappole come gli archetti, il vischio, le reti. L’archetto è un arco in legno tenuto in tensione da una corda che a un’estremità termina in un cappio appoggiato su un legnetto, chiamato chiave. Quando l’uccellino si posa sul legnetto, la corda si libera, l’arco si distende e le zampe dell’animale vengono strette tra l’arco e il legno. Per attirare gli uccelli vengono usate bacche di sorbo di colore rosso. Gli uccelli catturati in questo modo restano a testa in giù con le zampe fratturate e muoiono dopo molte sofferenze. Un altro metodo utilizzato nelle zone delle Prealpi lombarde è quello del vischio che, secondo la tradizione, viene cosparso su una bacchetta di legno per bloccare le zampe dei piccoli uccelli. Oggi al posto del vischio si utilizzano soprattutto colle.

Lungo le coste adriatiche le catture avvengono con reti durante la notte, attirando i migratori in arrivo dall’area balcanica con richiami acustici elettronici e luci artificiali. Le reti vengono utilizzate anche nell’arcipelago pontino o in Campania durante la migrazione di ritorno, in primavera. In Sardegna le prede dei bracconieri sono essenzialmente tordi, catturati con laccetti ancorati a terra.

I mezzi di cattura non sono selettivi. L’Ispra spiega che se al nord gli obiettivi sono soprattutto pettirossi, pispole e fringuelli, a finire intrappolate sono anche molte altre specie di uccelli. Così in Sardegna, oltre ai tordi finiscono nelle trappole pettirossi, occhiocotti, pernici sarde, fringuelli e frosoni.

Gli uccelli acquatici vengono cacciati soprattutto sul litorale domizio, in Campania e in alcune zone della Capitanata in Puglia. Sullo stretto di Messina avviene invece soprattutto la caccia ai rapaci, uccisi durante la migrazione.

Tutte le organizzazioni che si battono contro il bracconaggio chiedono un inasprimento delle pene. «In realtà», dice Morabito, «si tratterebbe di prevedere delle pene reali. Una multa di mille o 2mila euro è un rischio che chi vive cacciando illegalmente è disposto a correre. Tra l’ergastolo, previsto per i bracconieri in alcuni paesi dell’Africa, e il nulla, ci sono vie di mezzo che potrebbero essere adottate».

Servirebbero più uomini impegnati nella prevenzione. Il controllo, dopo la chiusura del Corpo forestale dello Stato, confluito nei Carabinieri, è affidato alle polizie locali, ai corpi forestali regionali e provinciali e appunto al Comando dei Carabinieri per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare. Legambiente chiede, oltre a pene più severe, un rafforzamento del personale e degli strumenti a disposizione. «La caccia illegale, l’uccisione di specie protette», dice Morabito «deve essere considerata per quello che è: un attentato alla biodiversità. La crisi della biodiversità deve essere considerata come la crisi climatica».

L’8 febbraio 2022 è stata approvata la modifica di due articoli della Costituzione italiana, l’articolo 9 e l’articolo 41. Il primo, in particolare, dice:

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali».

«L’inserimento di queste frasi nella costituzione è stato importantissimo», conclude Morabito, «ma bisogna passare ora ad atti concreti per tutelare la biodiversità che è precondizione per la vita sul Pianeta».

[ Fonte articolo: ilpost ]

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