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Cosa succederà al reddito di cittadinanza dopo le elezioni?

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Tutti i partiti politici promettono di cambiarlo, ma nessuno propone più di abolirlo del tutto

Da quando è iniziata la campagna elettorale, una delle questioni più rilevanti nel dibattito tra i partiti ha riguardato il reddito di cittadinanza, cioè il sussidio che dal 2019 viene erogato a famiglie e individui che si trovano in difficoltà economica, sulla base di alcuni parametri. Tutti gli schieramenti politici hanno fatto proposte più o meno approfondite su come cambiarlo, e c’è chi propone di sostituirlo con altri strumenti, chi di riformarlo, chi di rafforzarlo e, almeno fino a poco tempo fa, c’era anche chi sosteneva di volerlo abolire del tutto.

La maggior parte delle proposte di cambiamento o riforma si concentra principalmente su un problema noto, sul fatto che il reddito di cittadinanza ha fallito come strumento di attivazione del mercato del lavoro: non è riuscito cioè a favorire l’occupazione di chi ne è beneficiario. Nonostante questo, il reddito di cittadinanza si è dimostrato uno strumento efficace di sostegno per le fasce più povere e svantaggiate della popolazione, specialmente alla luce della crisi dovuta alla pandemia: è anche per questo che per i partiti è complicato annunciare grosse riforme della misura, o addirittura la sua abolizione, ormai di fatto improbabile.

Cosa vogliono farne i partiti
Le proposte dei partiti sono vaghe, ma in generale si può dedurre che nessuno voglia davvero eliminare il reddito di cittadinanza per destinare le risorse ad altro. In passato le posizioni erano più nette e molti esponenti politici nel tempo ne avevano persino chiesto l’abolizione, ma ora le opinioni sono più caute, soprattutto perché l’abolizione totale del reddito di cittadinanza rischierebbe di essere una misura impopolare.

La coalizione di destra, composta da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, nel suo programma promette la «sostituzione dell’attuale reddito di cittadinanza con misure più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro». Le sensibilità sembrano però un po’ diverse all’interno della coalizione.

La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni è molto critica sul reddito di cittadinanza: secondo lei non avrebbe funzionato neanche come strumento di lotta alla povertà. In un video pubblicato ad agosto ha ribadito la necessità di una nuova misura, che sia «a tutela dei soggetti effettivamente fragili: disabili, over 60 e famiglie con minori a carico privi di reddito».

25/9

Matteo Salvini è invece più cauto, anche perché la Lega faceva parte del governo che l’ha introdotto. Nel programma del partito propone di rivedere il reddito di cittadinanza, mantenendolo per i «percettori inidonei al lavoro», ma trasformandolo per coloro che invece possono lavorare in un «ammortizzatore sociale finalizzato all’occupazione», con corsi di formazione e il coinvolgimento di agenzie del lavoro private.

Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha ammorbidito le sue posizioni. Intervistato dal Messaggero e dal Mattino ha detto: «Vorrei precisare che non ho mai parlato di abolizione del reddito di cittadinanza. In Italia un quarto della popolazione, soprattutto al Sud, vive in condizioni di povertà e non possiamo certo abbandonarla a sé stessa. Il reddito va riformulato, per assistere seriamente chi ha davvero bisogno».

Il Partito Democratico nel suo programma sostiene la necessità che il reddito sia «opportunamente ricalibrato». Come base per una riforma cita il documento prodotto a novembre 2021 dal Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza presieduto da Chiara Saraceno, che ha dato dieci indicazioni per migliorare la misura. In particolare, il PD ne ha indicate tre: rivedere i criteri con cui si determina l’importo del sussidio, che al momento penalizzano le famiglie più numerose; inserire la possibilità per i percettori di mantenere una parte del sussidio nel caso in cui trovino un impiego, per non disincentivare la ricerca del lavoro; la riduzione degli anni di residenza in Italia richiesti per accedere al sussidio, che al momento sono 10.

Il leader di Italia Viva Matteo Renzi sembra invece aver abbandonato i suoi propositi di abolizione del reddito di cittadinanza tramite referendum abrogativo.

Il programma elettorale, sottoscritto con Azione di Carlo Calenda, promette di «consentire concretamente alle agenzie private di trovare lavoro ai percettori». Aggiunge poi che «è fondamentale che le agenzie private svolgano colloqui mensili obbligatori con i percettori del reddito al fine di monitorare la ricerca di lavoro e individuare eventuali esigenze formative. Il sussidio deve essere rimosso per i percettori che non partecipano ai colloqui». In realtà, la legge di Bilancio 2022 ha già previsto che un nucleo familiare possa perdere l’assegno se uno dei suoi componenti non si presenta entro i termini presso il Centro per l’impiego.

Il Movimento 5 Stelle, che ha ideato e introdotto la misura, nel suo programma promette genericamente un «rafforzamento del reddito di cittadinanza», l’introduzione di «misure per rendere più efficiente il sistema delle politiche attive» e di un «monitoraggio delle misure antifrode».

Come funziona oggi il reddito di cittadinanza e chi lo percepisce
Il reddito di cittadinanza è stato la più importante misura proposta dal Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale del 2018 ed è stato introdotto nel 2019 dal primo governo di Giuseppe Conte, guidato proprio dal Movimento 5 Stelle insieme alla Lega.

L’esultanza di Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018 (di cui si è poi pentito) dopo l’approvazione della nota di aggiornamento del DEF, che avrebbe consentito l’adozione di alcune misure care al Movimento 5 Stelle, come il reddito di cittadinanza

È un sussidio pensato per le famiglie e gli individui che si trovano in difficoltà economica. Non si tratta di un sussidio di disoccupazione, ma di una misura di sostegno al reddito che rimane disponibile una volta terminati gli strumenti ordinari, come la cassa integrazione e il sussidio di disoccupazione, ossia la NASPI. Tant’è che alcuni percettori hanno un lavoro, che però non consente di raggiungere una soglia di reddito tale da uscire dalla povertà.

Non è universale, è temporaneo e vincolato alla partecipazione delle persone che lo ricevono a un percorso di inserimento lavorativo. Da aprile 2019 viene destinato solo ai cittadini italiani o a chi risiede in Italia da almeno 10 anni. Ci sono anche parametri economici per ricevere il sostegno economico: il nucleo famigliare deve avere un valore ISEE inferiore a 9.360 euro. L’ISEE è un indicatore che accerta lo stato economico di una famiglia: comprende non solo il reddito complessivo annuo, ma anche rendite e beni di proprietà. L’assegno è mensile e non ha un importo fisso: dipende dal numero di componenti della famiglia, dall’ISEE, dalle eventuali integrazioni per pagare l’affitto.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’INPS, a luglio 2022 le famiglie che hanno ricevuto il reddito di cittadinanza sono state un milione e 53mila, per un totale di due milioni e 361mila persone coinvolte. La pensione di cittadinanza, la versione del reddito di cittadinanza per gli anziani sopra i 67 anni, è stata ricevuta da 117mila famiglie per un totale di 132mila persone coinvolte. L’importo medio dell’assegno – considerati entrambi i tipi – è stato di 551 euro al mese.

Quasi la metà (il 46,5 per cento) degli assegni viene erogata ai cosiddetti nuclei “monocomponenti”, ossia composti da una sola persona. Il 20 per cento va a quelle con due componenti, il 15,4 con tre, l’11,3 con quattro, il 4,5 con cinque e infine l’1,9 viene destinato alle famiglie con 6 o più componenti.

Oltre a tenere conto di rendite e beni, l’importo dell’assegno varia anche in base al numero di componenti di una famiglia. Le persone che vivono da sole hanno un assegno più basso, con un importo medio di 453 euro. Le famiglie con due componenti ricevono un assegno medio di 548 euro, e poi a salire fino a quelle con sei o più componenti a cui è corrisposto un importo medio mensile di 724 euro. Per vari meccanismi di calcolo, le famiglie numerose non ricevono l’assegno più alto, che secondo i dati dell’INPS viene assegnato alle famiglie con cinque componenti che ricevono in media 736 euro.

Considerando solo il reddito di cittadinanza, è erogato molto più al Sud che al Nord. Napoli e Palermo sono le province con la percentuale più alta di beneficiari rispetto alla popolazione, il 13 per cento. A seguire c’è Crotone con il 12,2, Caserta e Catania entrambe con l’11,2 per cento. Le province con la percentuale di beneficiari più bassa rispetto alla popolazione sono Bolzano, dove lo 0,1 per cento degli abitanti riceve il reddito di cittadinanza, Belluno con lo 0,5 per cento e Vicenza, Lecco e Treviso con lo 0,7.

Da aprile 2019 a luglio 2022, in poco più di tre anni, sono stati spesi 24,5 miliardi di euro per garantire reddito e pensione di cittadinanza: 3,9 nel 2019 (l'erogazione del sussidio però è partita ad aprile), 7,1 nel 2020, 8,8 nel 2021 e 4,7 nei primi sette mesi del 2022.

Come fa notare sul sito lavoce.info la sociologa Chiara Saraceno, che tra le altre cose ha guidato il Comitato scientifico di valutazione del reddito di cittadinanza istituito presso il ministero del Lavoro, la discussione politica è sempre stata ideologica e spesso lontana dalle tre dimensioni che si dovrebbero valutare per capire se è una misura valida: l'efficacia nella lotta alla povertà, quella nell'inserimento dei beneficiari nel mercato del lavoro e il funzionamento dei controlli contro le frodi.

È stato uno strumento efficace di lotta alla povertà?
Prima che venissero introdotti reddito e pensione di cittadinanza, nel 2018 in Italia vivevano in povertà assoluta 1,8 milioni di famiglie, per un totale di 5 milioni di individui, secondo Istat. Nel 2019, ossia quando è iniziata l'erogazione della misura, le famiglie povere si sono ridotte a quasi 1,7 milioni, per un totale di 4,6 milioni di persone. L'Istat nel rapporto di quell'anno ha segnalato un possibile contributo positivo di reddito e pensione di cittadinanza.

Poi è arrivata la pandemia e la povertà in Italia è tornata a salire: nel 2020 e nel 2021 le famiglie in povertà assoluta erano 1,9 milioni, per un totale di circa 5,6 milioni di individui. Nel suo ultimo rapporto annuale, l'Istat ha spiegato che l'intervento pubblico ha avuto un ruolo «non trascurabile» nel proteggere le famiglie dalla povertà: nel 2020 il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza (un sussidio straordinario erogato proprio a causa della pandemia) hanno evitato che circa un milione di cittadini arrivasse sotto la soglia della povertà assoluta.

Il rapporto tra il sussidio e la ricerca di lavoro
Uno dei presupposti principali dell'introduzione del reddito di cittadinanza, quando fu votato, era che fosse vincolato alla partecipazione delle persone che lo ricevono a un percorso di inserimento lavorativo. Questo tuttavia è sempre stato l'aspetto più controverso e probabilmente fallimentare della misura.

Molti economisti ed esperti hanno fatto notare fin dalla sua approvazione che la responsabilità di voler trovare un lavoro ai percettori era probabilmente troppo grande. Al momento dell'applicazione della norma, il potenziamento delle politiche attive del lavoro fu fatto di fretta e in maniera raffazzonata e portò a noti problemi sia dentro all'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL) sia nella gestione dei cosiddetti navigator, cioè le persone che avrebbero dovuto trovare lavoro a chi ottiene il reddito.

A rendere tutto più complicato c'era il fatto che i beneficiari del reddito di cittadinanza sono spesso persone poco istruite e senza formazione professionale, talvolta anche ai margini della società, che è difficile collocare senza prima un serio lavoro di reinserimento sociale.

Da quando è entrata in vigore questa misura, è sempre stato piuttosto difficile stabilire il reale numero di beneficiari che hanno trovato un lavoro grazie alle politiche attive. Il motivo principale è che questi soggetti passano attraverso le procedure di vari soggetti, l'INPS, l'ANPAL e i Centri per l'impiego, e che queste strutture non condividono i dati tra di loro.

I dati più aggiornati sono quelli dell’ANPAL e sono relativi a settembre 2021. Fino ad allora sono passati per le politiche attive quasi 1,9 milioni di percettori del reddito di cittadinanza, che rappresentano quindi coloro che potrebbero lavorare. Di questi, quasi il 20 per cento aveva già un lavoro quando ha iniziato a incassare l'assegno, a testimonianza del fatto che non sempre avere un lavoro è sufficiente a uscire dalla povertà. Circa il 30 per cento ha trovato un lavoro dopo aver ottenuto il sussidio, anche se non sempre come esito della presa in carico da parte di un Centro per l’impiego.

Ma quasi il 70 per cento di questi lavori non ha superato i 3 mesi di durata e solo lo 0,8 per cento è durato più di un anno. E questo anche perché si trattava nella maggior parte dei casi di lavori che richiedevano basse competenze. Infatti, quasi due terzi di questi beneficiari ha al massimo il titolo di scuola secondaria inferiore e solo il 2,6 per cento è laureato.

Non ci sono ancora studi sufficientemente ampi da stabilire se il reddito di cittadinanza sia di per sé un disincentivo alla ricerca del lavoro.

Chi è a favore della misura fa notare come l'importo medio dell'assegno sia talmente basso (a luglio era pari a 551 euro) da rendere attraente un lavoro a tempo pieno remunerato con un salario legale, anche minimo.

Dall'altro lato però il meccanismo del reddito di cittadinanza prevede che venga detratto dall'assegno l’80 per cento del reddito che si ottiene da un’occupazione regolare. Questo può effettivamente scoraggiare chi deve decidere se accettare un'occupazione regolare che offra un reddito paragonabile. La stessa commissione Saraceno ha suggerito di ridurre la percentuale di detrazione al 50 per cento, in modo da rendere più conveniente iniziare un percorso lavorativo.

Quante sono state le frodi
Quando si parla di reddito di cittadinanza, le frodi rappresentano sempre un elemento della discussione. Per esempio, nel novembre del 2021 molti media e politici hanno dato risalto a una grossa indagine dei carabinieri in cinque regioni del Sud Italia (Campania, Abruzzo, Puglia, Basilicata e Molise), che ha portato alla scoperta di oltre 19 milioni di euro indebitamente percepiti da beneficiari del reddito di cittadinanza.

Secondo una ricostruzione del sito Pagella Politica, tra il 2019 e 2021 i Carabinieri hanno scoperto che quasi 48 milioni di euro sono stati percepiti indebitamente da oltre 13 mila beneficiari. E tra il 2020 e il 2021 la Guardia di finanza ha individuato circa 127 milioni di euro indebitamente percepiti. Nel complesso queste cifre sono una porzione piuttosto ridotta rispetto al totale dei beneficiari e delle risorse stanziate: le frodi accertate valgono 174 milioni di euro dal 2019 al 2021, circa l'1 per cento di quanto erogato in totale dallo stato.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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