Come Roger Federer ha cambiato il tennis

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Giocando in modo diverso, stimolando i suoi rivali di sempre e diventando il più amato anche senza essere il più vincente

Quando Roger Federer entrò nel circuito maggiore dei professionisti, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila, il tennis stava attraversando un grosso cambiamento generale, che sarebbe continuato anche negli anni successivi: quello da uno stile di gioco più raffinato e di tocco a uno più muscolare e di potenza, dovuto soprattutto ad alcuni miglioramenti nella tecnologia delle racchette e nei materiali con cui venivano costruite, uniti al fatto che i giocatori diventavano sempre più atletici e allenati.

Non era necessariamente un male, ma come spesso avviene in questi casi – e specialmente in uno sport conservatore e attaccato alle tradizioni come il tennis – c’erano già all’epoca molti nostalgici che sostenevano la superiorità delle vecchie generazioni di tennisti su quelle nuove.

Più o meno 24 anni dopo, con Roger Federer che a 41 anni ha annunciato il suo ritiro dal circuito, si può dire che il tennis abbia continuato a evolversi in quella direzione: la potenza dei colpi è diventata sempre più importante, molti tennisti hanno cambiato modo di impugnare le racchette per sfruttarne al meglio le caratteristiche, e il livello fisico richiesto ha prodotto atleti con abitudini alimentari e atletiche in alcuni casi quasi maniacali.

Federer e Rafael Nadal a Wimbledon nel 2019 (Clive Brunskill/Getty Images)

Eppure, in tutto questo tempo il circuito è stato enormemente influenzato e dominato per larghi tratti proprio da Federer, un giocatore ammirato per l’eleganza dei suoi movimenti e la ricercatezza dei suoi colpi, e il cui talento dà allo spettatore l’impressione di manifestarsi senza che il suo corpo produca sforzi: il contrario della brutalità muscolare e agonistica a cui si associa il tennis moderno.

La difficoltà di motivare questa anomalia racconta l’eccezionalità di Federer e perché sia così quasi unanimemente amato, anche se spiegarla non è semplice. Per farlo, anche i migliori commentatori della sua carriera si sono sempre affidati a descrizioni poco razionali e molto emotive, parlando più degli esiti che la bravura di Federer produceva su di loro che delle cause che la rendevano possibile.

Lo scrittore David Foster Wallace, per esempio, in un famoso saggio-reportage dal torneo di Wimbledon uscito nel 2006 sul New York Times, scrisse: «Se non avete mai visto il ragazzo giocare dal vivo e poi lo fate, di persona, sulla sacra erba di Wimbledon, con una canicola che vi prosciuga seguita da vento e pioggia, com’è successo nelle due settimane del 2006, siete tagliati per vivere quella che un conducente delle navette riservate alla stampa definisce una “fottuta esperienza religiosa”» (e il titolo dato all’articolo è proprio Roger Federer come esperienza religiosa).

Oggi l’elenco dei successi, moltissimi, aiuta a collocarlo tra i migliori di sempre: 103 tornei vinti (secondo di sempre), 20 vittorie nei tornei del Grande Slam (i più importanti e prestigiosi: è il terzo ad averne vinti di più, dietro Novak Djokovic e Rafael Nadal), 310 settimane complessive da numero 1 del ranking mondiale. Poi ci sono alcuni record che testimoniano la singolarità del suo percorso, come il fatto che nel 2018 sia diventato il numero 1 più anziano di sempre, a più di 36 anni.

Riguardando la carriera di Federer nel suo complesso, però, ci sono anche spiegazioni più concrete delle sue anomalie, a partire dal fatto che si trovano continue testimonianze degli enormi sforzi fatti per apparire “senza sforzi”, per stare al passo con il tennis moderno e contemporaneamente far emergere il suo talento naturale.

Nella lettera con cui ha annunciato il ritiro, Federer ha scritto: «Mi è stato dato un talento speciale per giocare a tennis, e l’ho fatto a un livello che non avrei mai immaginato, per più tempo di quanto avrei mai potuto pensare». I tennisti talentuosi come Federer, infatti, solitamente hanno grandi picchi, ma non riescono a mantenere il loro livello più alto per periodi così prolungati. Nei primi anni della sua carriera molti pensavano che sarebbe stato così anche per lui, ed è credibile che lo pensasse anche lui.

Federer non è sempre stato il professionista che oggi viene venerato da milioni di tifosi, anzi. All’inizio della sua carriera – a livello juniores e poi nei primi anni nel circuito maggiore – era considerato un talento ribelle, uno che spaccava le racchette quando perdeva, che si tingeva i capelli di biondo per sentirsi diverso e che soprattutto perdeva molte partite, anche contro avversari molto inferiori a lui: in definitiva, uno che sprecava il suo talento.

Federer nel 2000 (Clive Brunskill /Allsport)

Federer è di Basilea, dove nacque nel 1981 da padre svizzero e madre sudafricana. Si racconta che la famiglia sostenne in modo sano e disinteressato il suo talento, senza farlo crescere con eccessive pressioni. Era bravo in diversi sport, a calcio in particolare, ma intorno ai 14 anni lo lasciò per dedicarsi solo al tennis, dove eccelleva con maggiore evidenza. Il suo primo allenatore fu l’ex tennista australiano Peter Carter, che Federer cita spesso come fondamentale per lo sviluppo del suo gioco, in particolare nella tecnica, nel dritto al volo e nel rovescio, cioè alcune delle cose che lo distinguono maggiormente.

Con Carter – che era stato un tennista modesto, spintosi al massimo fino alla posizione 173 del ranking – instaurò un legame tra allievo e maestro molto profondo e una grande amicizia. Insieme si trasferirono a Ecublens, dove c’era il centro di allenamento nazionale svizzero e quindi non lontano da casa, al posto delle grandi accademie in cui andavano molti suoi coetanei in Spagna o in Florida, negli Stati Uniti.

Il suo rendimento era molto altalenante, ma si fece conoscere al mondo vincendo a 16 anni il torneo juniores di Wimbledon, sullo stesso campo centrale in cui avrebbe poi ottenuto le migliori soddisfazioni della sua carriera: al momento Federer è il tennista che ha vinto più volte (8) nella storia Wimbledon, uno dei quattro tornei del Grande Slam e il più prestigioso in assoluto, giocato sull’erba.

Anche questo fa parte delle ragioni per cui il suo talento è considerato più “puro” di altri: perché si è sempre espresso al meglio sull’erba, la superficie del tennis più tradizionale, su cui fino agli anni Settanta si giocavano tre dei quattro Slam.

Dopo la vittoria a Wimbledon juniores le pressioni su di lui aumentarono. Non fu particolarmente precoce, secondo molti anche per ragioni caratteriali. La consacrazione arrivò nel 2001, ancora sul centrale di Wimbledon (ma questa volta nel circuito maggiore), dove batté l’americano Pete Sampras in cinque set agli ottavi di finale: Sampras aveva vinto sette delle ultime otto edizioni del torneo, era a buon diritto considerato il giocatore più forte di sempre sull’erba e arrivava da una striscia di 31 vittorie consecutive. Molti videro in quella partita un passaggio di consegne.

Sampras e Federer alla fine della partita (Clive Brunskill/ALLSPORT)

Federer però perse al turno successivo, e fallì anche nei successivi appuntamenti importanti. Continuava a salire in classifica e il suo talento enorme era ormai chiaro a tutti, ma era considerato un po’ un perdente. Come ha scritto Emanuele Atturo nella sua biografia Roger Federer è esistito davvero, cominciò «a essere apostrofato come “il miglior tennista al mondo a non aver mai vinto uno Slam”». È piuttosto strano da pensare oggi, visto che Federer è stato per molti anni il più vincente in quei tornei (è stato superato da Djokovic e Nadal soltanto nell’ultimo anno e mezzo).

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Nel 2002 morì in un incidente in Sudafrica Peter Carter, a cui Federer era rimasto legatissimo anche se non era più il suo allenatore da quasi due anni. Secondo Federer, quell’evento tragico cambiò la sua carriera e il suo approccio al tennis: ha raccontato più volte che da quel momento si concentrò per diventare il campione che Carter aveva visto in lui. In un’intervista alla CNN del 2019, Federer disse: «Immagino che non volesse che fossi un talento sprecato. Credo che la sua morte sia stata una specie di sveglia per me, iniziai ad allenarmi davvero duramente».

Nel 2003, l’anno immediatamente successivo alla morte di Carter, Federer vinse il suo primo Wimbledon, e da lì in poi cominciò un dominio nel circuito senza precedenti: tra il 2003 e il 2009 vinse 15 tornei del Grande Slam, superando il precedente record che sembrava irraggiungibile (14) di Sampras, tra cui cinque Wimbledon consecutivi e cinque US Open consecutivi. È in quegli anni che si affermò anche il mito di Federer come esempio di classe ed eleganza.

Lo statunitense Andy Roddick, il suo grande rivale dei primi anni, dopo la seconda sconfitta consecutiva in finale a Wimbledon nel 2005 disse: «Probabilmente è la persona più vicina di sempre all’imbattibilità», e poi aggiunse «gliel’ho già detto più volte: “vorrei odiarti, ma sei troppo gentile”».

In quegli anni Federer sembrava talmente superiore che si cominciò a temere che potesse non avere più avversari alla sua altezza, compromettendo lo spettacolo e il seguito del tennis in generale (in realtà erano moltissime le persone che lo guardavano ogni volta che potevano, contro chiunque, solo per il gusto di vederlo giocare). Un’altra cosa che si diceva è che, vincendo troppo facilmente, forse non avrebbe potuto lavorare abbastanza sul suo talento e migliorarsi, per mostrare a tutti fin dove poteva arrivare.

Nell’intervista a CNN del 2019 – ma anche in varie altre occasioni durante la sua carriera – Federer diceva di essere stato fortunato a incontrare le persone giuste al momento giusto, e gli allenatori giusti al momento giusto. Nella lettera del ritiro, per esempio, ha sottolineato ancora l’importanza di sua moglie, Mirka Vavrinec, tennista slovacca ritiratasi prematuramente per un grave infortunio nel 2002 e con cui instaurò una relazione stabile già da molto giovane, che per molti è stata una delle ragioni del suo successo. Sempre nella lettera, ha ringraziato di aver incontrato i giusti avversari: «Ci siamo stimolati a vicenda, e insieme abbiamo portato il tennis su nuovi livelli».

Un manifesto che celebra l’amicizia e la rivalità tra Federer e Nadal alla Laver Cup del 2017 (Clive Brunskill/Getty Images for Laver Cup)

I timori che Federer potesse dominare incontrastato nel tennis finirono quando comparve sulla scena un giovanissimo Rafael Nadal, spagnolo che giocava in modo diverso da tutti quelli che si erano visti prima e che incarnava perfettamente l’evoluzione del tennis moderno: già da giovanissimo aveva un fisico portentoso, giocava prettamente da fondo campo facendo affidamento soprattutto sul suo dritto potente, sull’atletismo che gli permetteva di arrivare su tutte le palle e su un top-spin esasperato.

Il top-spin è il colpo con cui si “spazzola” la palla dal basso verso l’alto, invece di colpirla dritta, reso possibile nella sua forma moderna dall’evoluzione delle racchette. Fu visto da subito come l’anti-Federer, che invece continuava a stupire per le smorzate, le volée acrobatiche e altre finezze, nonostante fosse comunque un giocatore perfettamente adatto alla modernità, e anche in quegli anni più forte nello scambio da fondo campo di quanto oggi si ricordi (anche per colpa dell’arrivo di Nadal).

Nadal vinse la maggior parte dei loro primi incontri e cominciò a dominare sulla terra rossa, superficie su cui non aveva rivali, vincendo il suo primo Roland Garros (che appunto si gioca sulla terra) a 19 anni. Federer continuò per alcuni anni a dominare sul veloce e più a lungo sull’erba.

Nadal e Federer durante la premiazione di Wimbledon 2006 (Clive Brunskill/Getty Images)

Si aprì così una delle rivalità più spettacolari dello sport moderno, in grado di polarizzare fortemente i tifosi. Da una parte la terra rossa, dall’altra l’erba; da una parte muscoli e corsa, dall’altra eleganza e precisione; da una parte le grida per incitarsi a ogni punto, dall’altra la sobrietà anche dopo i colpi più applauditi; da una parte la canotta che mostrava i bicipiti e i pantaloncini sotto al ginocchio, dall’altra le giacche e i cardigan anche per entrare in campo.

In alcuni casi erano delle semplificazioni: Federer aveva un tennis tecnico e teoricamente anche molto adatto alla terra rossa, ma ebbe la sfortuna di ritrovarsi con Nadal. Allo stesso modo, nascondeva bene il fatto di essere anche lui un atleta estremamente allenato e meticoloso, di cui però saltava agli occhi prima di ogni altra cosa l’istinto innato per il gioco.

Secondo tutti gli esperti, però, una delle migliori qualità del suo tennis è sempre stata il cosiddetto “gioco di gambe”, cioè la rapidità e prontezza con cui si muoveva per raggiungere ogni palla, e la quantità enorme di piccoli passi che faceva per poter arrivare a colpire sempre al meglio, e in quel modo pulito che a molti faceva sembrare il gesto privo di sforzo. Un altro colpo di Federer spesso sottovalutato è stato il servizio, potente e precisissimo, perché i giocatori che fanno troppo affidamento sul servizio nel tennis tendono ad essere visti dal pubblico meno esperto un po’ come “impuri”, come se approfittassero di una falla nelle regole.

Dopo Nadal arrivò anche Djokovic, giovane serbo molto sicuro di sé che si propose da subito come alternativa, e che di fatto costrinse il dualismo Federer-Nadal a diventare una rivalità a tre. Oggi Djokovic è in vantaggio sia nella rivalità con Federer (27 a 23) che in quella con Nadal (30-29). Mentre Federer è quello sotto in entrambe (contro Nadal è sotto 24-16).

– Leggi anche: La rivalità più longeva della storia del tennis

È una delle molte statistiche che hanno alimentato il mito di Federer come “il perdente più forte di sempre”: ha vinto 20 Slam, un traguardo incredibile, ma comunque meno dei suoi due rivali, e contro di loro ha perso moltissime finali, prima contro Nadal nella prima parte della carriera, poi contro Djokovic nella seconda.

Le spiegazioni più diffuse solitamente parlano di Federer come più debole mentalmente, anche in riferimento all’inizio della sua carriera e in generale di una maggiore difficoltà a gestire i momenti importanti. Se invece si vogliono cercare spiegazioni più concrete, alcune considerazioni interessanti sono state fatte dall’esperto di tennis Matthew Willis: «Nadal e Djokovic sono entrambi più a loro agio quando i punti si allungano, con un set di strumenti leggermente più equilibrato (il rovescio a due mani rispetto al rovescio a una mano aiuta), che forse premia una costruzione del punto più paziente e ponderata».

Secondo Willis — semplificando un po’ — Nadal e Djokovic sarebbero più adatti al tennis moderno. Federer, pur essendo stato un grande tennista anche da fondo campo, ha sempre avuto un gioco molto più rischioso. Dice Willis che Nadal e Djokovic «hanno avuto solitamente un modo più sicuro, ma comunque efficace, di vincere i punti rispetto a Federer. E nel corso di migliaia di punti, questo vantaggio, anche se apparentemente minimo quando è isolato, si accumula».

Il finale del movimento del rovescio di Federer (Julian Finney/Getty Images)

Eppure sia Nadal che Djokovic, i più vincenti nella storia, sono concordi nel dire che sia stato Federer a spingerli a raggiungere il loro livello. Per riuscire a vincere Wimbledon dopo cinque vittorie consecutive di Federer, Nadal si presentò all’edizione del 2008 sorprendendo tutti con un rovescio molto migliorato. Djokovic ha migliorato la sua difesa fino a diventare praticamente l’unico giocatore in grado di non soffrire lo slice (il colpo di taglio) di rovescio di Federer sull’erba, e con sette vittorie a Wimbledon ancora all’attivo si prepara presto a superarlo anche in quel record.

Federer ha cinque anni in più di Nadal e sei in più di Djokovic, ma ha condiviso con loro praticamente tutta la carriera, allungando la sua per provare a continuare a competere con i due rivali di sempre: è anche per questo che oggi, a 36 e 35 anni, si pensa che Nadal e Djokovic possano continuare ancora.

Del possibile ritiro di Federer si cominciò a parlare già dopo il 2009, verso i suoi trent’anni, quando aveva ottenuto tutti i record che allora sembravano possibili. Poi se ne parlò di nuovo dopo la vittoria a Wimbledon del 2012, quando aveva quasi 31 anni. Prima di lui le carriere non erano così longeve: André Agassi era stato un’eccezione, ritirandosi a 36 anni, ma altri grandi del tennis come Pete Sampras si erano ritirati intorno ai trenta. Andy Roddick, che ha un anno in meno di Federer ed è cresciuto con lui, si ritirò nel 2012, a trent’anni, e oggi è visto come un tennista di un’epoca precedente.

Federer dopo la vittoria del Roland Garros nel 2009, l’unico Slam che ancora gli mancava (AP Photo/Christophe Ena)

Dopo quattro anni senza vittorie negli Slam e una carriera che sembrava ormai finita, Federer si infortunò gravemente al ginocchio nel 2016, e molti cominciarono a pensare che avesse perso il momento perfetto per ritirarsi all’apice. In mezzo aveva provato a cambiare racchetta per adattarsi meglio al tennis moderno, cominciando a usarne una più grande, o a escogitare nuove strategie in risposta per accorciare i colpi e fare meno fatica. Il 2015 fu l’anno del cosiddetto “SABR”: lo Sneak Attack By Roger, attacco furtivo di Roger, che esaltò i tifosi per qualche tempo.

– Leggi anche: La nuova racchetta di Federer

Federer concluse la stagione del 2016 fuori per infortunio, ma all’inizio del 2017 tornò in un modo che non poteva essere più sorprendente: si presentò agli Australian Open di gennaio da testa di serie numero 17, e a 35 anni riuscì a vincere battendo in finale Nadal. Pochi mesi dopo vinse anche Wimbledon, poi all’inizio del 2018 si confermò campione agli Australian Open e tornò numero 1 al mondo, il più anziano di sempre.

Ancora si parlava del suo ritiro, ma dopo una deludente eliminazione a Wimbledon nel 2018 — subita ai quarti di finale contro il sudafricano Kevin Anderson — Federer si mise in testa che il finale perfetto avrebbe dovuto essere sul centrale di Wimbledon, dove la sua carriera era iniziata.

Nel 2019 sembrava tutto ancora perfetto: nelle settimane prima dell’appuntamento più importante aveva vinto ad Halle, in Germania, uno dei tornei sull’erba che si giocano in preparazione a Wimbledon. Era la decima vittoria della sua carriera ad Halle, e nella cerimonia di premiazione fece capire che il ritiro era vicino, dicendo che quello di vincere per dieci volte uno stesso torneo era uno dei pochi record che ancora gli mancavano.

Si presentò a Wimbledon da testa di serie numero 2 (la numero 1 era Djokovic) e dopo qualche difficoltà nei primi turni arrivò in finale abbastanza comodamente, battendo in semifinale Nadal in una partita spettacolare ma dominata. Sarebbe stata la chiusura perfetta e quella che tutti aspettavano, ma Djokovic vinse dopo la finale più lunga di sempre nella storia del torneo, durata quasi cinque ore.

Di quella partita venne tirata fuori ogni statistica possibile per dimostrare come Federer avrebbe meritato di vincere: complessivamente aveva vinto più game e non aveva mai subito un break (quando l’avversario vince un game nel tuo turno di servizio). Aveva vinto più punti e messo a segno più vincenti. Aveva però anche sbagliato moltissimo nei momenti decisivi.

Dopo quella sconfitta non ha più ritrovato la condizione, e gli anni successivi fino all’attuale ritiro sono stati intervallati da lunghi infortuni e pochissime partite, tra le speranze dei suoi moltissimi sostenitori di vederlo compiere un altro rientro miracoloso.

Per molti anni i tifosi di Federer si sono illusi che fosse possibile una sorta di utopia in cui il giocatore più bello da vedere, più gentile, più sportivo e simpatico fosse anche il più forte secondo le statistiche. Poi hanno sperato almeno nel finale perfetto, anche quello rovinato, e infine si sono accontentati più semplicemente di averlo visto giocare. Il passaggio di Federer nel circuito professionistico, lungo 24 anni, ha probabilmente cambiato anche il modo di giudicare le carriere dei tennisti: come dimostrano i moltissimi messaggi di esperti, appassionati ed ex tennisti che dicono di considerarlo comunque il più forte di tutti i tempi.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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