Cosa sono i “bonus” nei contratti dei calciatori

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È uno dei termini più comuni nel vocabolario del calciomercato, e sono uno strumento sempre più usato per ragioni finanziarie

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Il calciomercato della Serie A ha vissuto una settimana importante con i trasferimenti dell’attaccante argentino Paulo Dybala alla Roma e del difensore brasiliano Gleison Bremer dal Torino alla Juventus. I media che hanno seguito gli sviluppi delle due trattative hanno menzionato spesso la parola “bonus”, un termine sempre più diffuso nel vocabolario degli esperti di calciomercato e nei dibattiti tra tifosi ed appassionati.

Nel caso di Dybala, i bonus in questione, definiti altrimenti “premi”, rappresentano la parte variabile dello stipendio del calciatore, che si va a sommare alla sua retribuzione fissa. Ma nell’annuncio ufficiale pubblicato sui propri canali digitali, la Roma ha comunicato solo la scadenza del contratto firmato da Dybala, che terminerà nel 2025.

Quanto a Bremer, i bonus compaiono sia nell’accordo di trasferimento del calciatore raggiunto tra la Juventus e il Torino, sia nel contratto firmato dallo stesso difensore con la sua nuova squadra. La Juventus ha comunicato di aver acquistato Bremer «a fronte di un corrispettivo di 41 milioni di euro, pagabili in tre esercizi; oltre ad oneri accessori, incluso il contributo di solidarietà previsto dal regolamento FIFA, fino ad un massimo di 3,6 milioni di euro. Inoltre sono previsti premi fino ad un massimo di 8,0 milioni di euro al verificarsi di determinati obiettivi sportivi e/o condizioni». Bremer insomma è costato alla Juventus 41 milioni di euro, che potrebbero però crescere fino a 52,6 milioni di euro se dovessero verificarsi tutte le condizioni previste dal contratto.

La Juventus ha inoltre comunicato di aver «sottoscritto con lo stesso calciatore un contratto di prestazione sportiva fino al 30 giugno 2027». I dettagli economici dell’accordo stipulato con Bremer non sono stati comunicati, ma è stato confermato da più fonti che Bremer, come Dybala, ha firmato un contratto che prevede uno stipendio fisso al quale si aggiungono dei bonus.

I due calciatori non sono affatto i primi ad accettare uno stipendio diviso tra parte fissa e parte variabile. È una formula ormai ricorrente nella compensazione dei giocatori, che prevede un importo base che non può essere modificato nel corso della stagione sportiva, e una serie di premi aggiuntivi che possono invece essere legati alle prestazioni del calciatore, come ad esempio il numero di partite giocate e di gol realizzati, e ai risultati ottenuti dalla squadra.

Solo per citare un esempio fra i tanti, nell’estate del 2020 l’attaccante nigeriano Victor Osimhen aveva firmato un contratto con il Napoli della durata di cinque anni che prevede un compenso fisso, al netto delle tasse, di 4 milioni di euro per i primi due anni di contratto, di 4,25 milioni di euro per i successivi due e di 4,5 milioni per la stagione 2024/25. In più, il 10 febbraio 2021 aveva incassato un corrispettivo una tantum di 672.736 euro. Allo stipendio del calciatore si aggiungono altri bonus: 260.300 euro in caso di qualificazione del Napoli alla fase a gironi della Champions League, 130.150 euro nel caso in cui Osimhen raggiungesse la quota di 20 gol segnati in una singola stagione, altrettanti se arrivasse a segnare 25 gol e ulteriori 130.150 euro se riuscisse a farne 30.

Si tratta di un contratto legato quindi al rendimento e al numero di anni di permanenza nel club del calciatore, che nel caso in questione ottiene un incentivo restando fedele al Napoli – con lo stipendio che aumenta nel corso degli anni – e a seconda di quanto sarà stato bravo a svolgere il compito principale richiesto agli attaccanti: segnare più gol possibili.

In Italia e all’estero ci sono anche casi di contratti più particolari, nei quali i premi vengono pagati ai calciatori se si realizzano delle condizioni praticamente sicure: si tratta dei bonus definiti “facili” nel linguaggio tipico del calciomercato.

Ad esempio Marco Borriello, ex attaccante della Nazionale e attualmente dirigente della società di seconda serie spagnola Unión Deportiva Ibiza, quando nel 2010 si trasferì dal Milan alla Roma firmò un contratto con scadenza nel 2015 che prevedeva un bonus quasi automatico: la Roma versò ogni anno a Borriello 300.000 euro alla prima partita giocata dall’attaccante in quella singola stagione sportiva. Gli fu quindi garantito in aggiunta allo stipendio fisso, a patto che entrasse in campo almeno una volta l’anno. In altri casi, alcune società di prima fascia – per cui è praticamente impossibile che questo succeda – prevedono degli incentivi nei contratti se la squadra evita la retrocessione in Serie B.

I bonus “facili” sono utilizzati spesso dalle società di calcio, italiane e non, per convincere i calciatori ad accettare i trasferimenti, garantendo loro degli stipendi più ricchi rispetto alla cifra base pattuita. In molti, tra gli appassionati, si chiedono per quale motivo questo genere di incentivi non venga inserito direttamente nella parte fissa dello stipendio. I bonus tra l’altro non comportano alcun vantaggio fiscale per le società e i calciatori, perché la parte variabile dello stipendio si somma all’importo fisso nel calcolare la retribuzione lorda annua. In sostanza, le tasse e i contributi si pagano sulla cifra complessiva dello stipendio base sommato ai bonus maturati nel corso della stagione.

Una delle ragioni che spiegano l’utilizzo sempre più diffuso dei bonus nei contratti è di natura finanziaria. L’accordo collettivo tra l’Associazione Italiana Calciatori e la Lega di Serie A attualmente in vigore, nella parte in cui regola i pagamenti ai calciatori, prevede che lo stipendio base debba essere pagato dalla società con cadenza mensile – anche se nel recente passato i termini di pagamento sono stati più volte posticipati con specifici provvedimenti della FIGC – mentre i bonus possono essere versati con modalità diverse, di volta in volta pattuiti nei singoli contratti.

L’accordo collettivo specifica inoltre dei parametri per i bonus. La parte variabile dello stipendio «non potrà eccedere, per ogni stagione sportiva di durata del contratto, separatamente considerata, il 100% di quella fissa annua, qualora quest’ultima sia concordata fino all’importo di 400.000 euro lordi». Non ci sono invece limitazioni per gli stipendi superiori, cioè quelli della maggioranza dei calciatori di Serie A, né per i calciatori al primo contratto da professionista.

L’utilizzo dei “bonus facili” può inoltre risultare utile per motivi di opportunità, legati alla comunicazione interna ed esterna dei club. Per una società di Serie A, far sapere che paga un calciatore 4 milioni di euro più 2 milioni di euro di bonus, di cui magari una buona parte legati a condizioni praticamente scontate (le prime 5-10 presenze del calciatore in campo o la mancata retrocessione in Serie B per club di prima fascia), è diverso dal comunicare che lo pagherà fino a 6 milioni di euro. Il contratto può sembrare così più conveniente economicamente per le società e meno ricco agli occhi degli altri calciatori già presenti nella squadra, che potrebbero avanzare richieste analoghe al successivo rinnovo.

– Leggi anche: La versione dei giocatori

[ Fonte articolo: ilpost ]

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