Un attore aveva fatto una serie su un NFT, ma poi gliel’hanno rubato

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Seth Green l’aveva basata su una “scimmia annoiata”, ma ha subito un attacco informatico e ora forse i diritti non sono più suoi

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Seth Green è un attore statunitense, noto tra le altre cose per dare la voce a Chris Griffin nella versione originale del cartone animato I Griffin. Da tempo è appassionato di NFT (Non-Fungible Token), cioè i certificati di autenticità basati sulla tecnologia della blockchain usati per vendere e comprare immagini o video digitali di cui si vuole garantire l’unicità. Green ha investito in molti progetti del settore, tra cui Bored Ape Yacht Club, la linea di NFT di maggiore successo al momento: quella con le scimmie dall’aria annoiata che si vedono spesso sui social network e che sono comprate per migliaia di dollari da gente appassionata, tra cui molte celebrità. Seth Green possiede l’esemplare numero 8.398: o meglio, lo possedeva prima che glielo rubassero.

Lo scorso 8 maggio, infatti, l’attore è stato vittima di un attacco di tipo phishing (in cui si usano comunicazioni contraffatte per sembrare autentiche e sottrarre dati agli utenti), durante il quale ha perso quattro NFT, tra cui proprio la scimmia 8.398. Il problema è che Green aveva da poco finito di realizzare White Horse Tavern, una serie televisiva – in parte d’animazione e in parte con attori in carne e ossa – che aveva per protagonista proprio la scimmia in questione. Green voleva sfruttare i diritti di proprietà intellettuali acquistati attraverso l’NFT, ma ora è nei guai perché teoricamente non sono più suoi, bensì della persona che ha acquistato l’NFT da chi gliel’ha rubato.

Secondo Yuga Labs, l’azienda che ha creato la linea di NFT, chi acquista un NFT ne detiene infatti anche la proprietà intellettuale e il «permesso mondiale e illimitato di usare, copiare e mettere in mostra l’opera acquistata allo scopo di creare lavori derivativi basati sulla stessa».

In teoria la serie sarebbe dovuta uscire tra pochi giorni. Green ha ammesso di aver subito il furto la scorsa settimana, su Twitter, chiedendo ai suoi follower di non comprare i suoi beni rubati. Non è chiaro cosa succederà alla serie: Green ha detto di voler provare a parlare con «chiunque li abbia acquistati» prima che la cosa finisca in tribunale.

Secondo quanto riportato da Motherboard, l’autore dell’attacco di phishing avrebbe venduto l’NFT a un altro utente, chiamato «DarkWing84», per 200 mila dollari. Green ha contattato DarkWing84 su Twitter, finora senza risposta. Grazie al tracciamento delle transazioni reso possibile dalla blockchain Ethereum, su cui si basa lo scambio di questi beni, si sa anche che l’opera è stata inserita dal suo attuale proprietario in una collezione intitolata «GBE_Vault».

Casi di phishing simili non sono una novità per il settore: la stessa OpenSea, la principale piattaforma per lo scambio di NFT, era rimasta vittima di un enorme attacco lo scorso febbraio, nel quale furono rubati beni per 1,7 milioni di dollari. Pochi giorni fa, un grosso collezionista è stato vittima di una simile truffa online, perdendo beni per 1,5 milioni di dollari.

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Secondo Daniel Dubin, esperto dello studio legale statunitense Alston & Bird LLP sentito da BuzzFeed, la legge sul copyright degli NFT «è una questione particolarmente spinosa». Chiunque abbia comprato il bene rubato a Green «potrebbe metterlo nei guai, perché diventa il proprietario» dell’NFT, della sua proprietà intellettuale e quindi titolare dei diritti sulla serie che Green stava sviluppando. Non è ancora chiaro se il caso di phishing in questione sia uno dei tanti che avvengono in questo campo o si si tratti invece di un atto pianificato, pensato per ricattare l’investitore.

Quello degli NFT è un settore nuovo, popolato da appassionati e neofiti che sono convinti della portata rivoluzionaria della blockchain e delle sue applicazioni. Dopo un iniziale periodo di sorprendente espansione che poco più di un anno fa aveva attirato grandi attenzioni e interessi sugli NFT, ora il mercato sembra già in grossa crisi. Una delle cause sono peraltro proprio i frequenti attacchi informatici come quello che ha colpito Green.

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Come Green, varie aziende e imprenditori hanno provato a sfruttare commercialmente la proprietà intellettuale di un NFT. Lo scorso aprile un’azienda di cosmetici si era accordata con i proprietari delle Bored Ape numero 8.240 e 772 (ne esistono 10mila) per realizzare dei prodotti di bellezza usando le fattezze delle due scimmie. Ma la gestione del diritto d’autore in questi casi rimane molto complessa, come dimostra il caso di Caked Apes, una linea di NFT nata come variazione non autorizzata delle scimmie di Bored Ape Yacht Club attorno alla quale si è prevedibilmente sviluppata una battaglia legale.

Se da un lato c’è chi ha provato a sfruttare la proprietà intellettuale su un NFT per ricavarne altri prodotti commerciali, i veri affari sono finora avvenuti con l’operazione opposta: cioè lo sfruttamento di una proprietà intellettuale precedente da cui ricavare NFT. È il caso, per esempio, dei video delle azioni del campionato di basket della NBA venduti online dalla stessa NBA come NFT. Chi li compra acquisisce la proprietà su un video che in realtà è disponibile anche su molte altre piattaforme, ma con un certificato che ne assicura una forma di originalità. Il valore di questi NFT, evidentemente, non è legato ai video in sé, ma al fatto che qualcuno sia disposto a pagare per avere quella versione certificata come unica dalla NBA.

In generale sembra esserci una diffusa confusione su come funzionino i diritti legati alla proprietà intellettuale, e su come si incastrino con le nuove opportunità offerte dagli NFT. Un caso eclatante risale allo scorso gennaio, quando alcuni appassionati del settore crypto si erano uniti per comprare una rarissima copia di uno storyboard (una sorta di sceneggiatura disegnata) realizzato dall’artista Jean Giraud per il leggendario Dune di Alejandro Jodorowsky, un film mai realizzato diventato di culto.

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Ad aggiudicarsi la preziosa copia era stata una DAO (Decentralized Autonomous Organization), un tipo di organizzazione collettiva basata sulla blockchain, in cui ogni membro ne diventa parte acquistando dei token, o gettoni, che determinano anche il peso di ciascuno al momento del voto. Il gruppo, chiamato SpiceDAO, era composto da circa 2.600 persone e aveva sborsato 2,6 milioni di euro per la copia (il valore stimato era di circa 35 mila euro).

Le intenzioni della SpiceDAO erano piuttosto ambiziose e andavano ben oltre i diritti concessi dalla proprietà del singolo oggetto: «rendere il libro pubblico», innanzitutto, e «produrre una serie animata originale ispirata al libro e venderla a un servizio di streaming». Volevano anche trarre una linea di NFT da Dune, ma ovviamente l’acquisto dello storyboard non garantiva questo genere di diritti al suo proprietario. Come spiegato dal sito specializzato in giurisprudenza Lexology, «sembra che, nell’effettuare l’acquisto, il gruppo sia stato guidato dall’idea errata per cui, comprando il libro fisico, il gruppo avrebbe in qualche modo anche posseduto i diritti sottostanti al libro».

Da allora il fondatore della DAO, ​​Soban Saqib, ha rivisto i suoi obiettivi, precisando che lo storyboard e la serie «non hanno nulla a che fare l’uno con l’altra», e che quest’ultima non si baserà né sul lavoro di Jodorowsky né su quello di Frank Herbert, autore della serie di libri di Dune.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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