Perché la borsa continua a crollare

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Quella americana è entrata in “bear market”, o mercato ribassista: c’entrano i timori su nuovi aumenti dei tassi d’interesse e sul rischio di una recessione

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Lunedì il listino Standard and Poor’s 500, uno dei più importanti della borsa americana, che ospita le 500 aziende quotate più grandi degli Stati Uniti, è calato del 3,9 per cento in un giorno solo, entrando nel cosiddetto “bear market”, o mercato ribassista: è una condizione che si verifica quando il mercato cala di oltre il 20 per cento rispetto al suo ultimo picco, e viene considerata preoccupante perché potrebbe essere indice del fatto che i cali del mercato non siano soltanto una correzione temporanea, ma potrebbero rimanere stabili a lungo, per mesi o addirittura di più.

Lunedì, con il crollo dello S&P, il listino è sceso del 22 per cento rispetto al picco di gennaio, portando con sé tutti i principali listini americani. Nelle ore successive, anche le borse asiatiche sono crollate.

Le borse, quella americana ma non solo, stanno subendo un forte calo ormai da mesi, per varie ragioni che vanno dall’inflazione alla crisi del settore tecnologico fino alle conseguenze della guerra in Ucraina. Nello specifico tuttavia, il calo di lunedì dello S&P è dovuto a due fattori principali: il fatto che l’aumento dell’inflazione non sia rallentato come si sperava; e che, di conseguenza, la FED (la Banca centrale americana) si stia preparando ad alzare ancora una volta i tassi d’interesse, in quello che probabilmente potrebbe essere il massimo rialzo in tre decenni.

Lunedì le borse hanno reagito appieno a una serie di dati sull’inflazione che erano stati resi pubblici alla fine della settimana scorsa, venerdì. Negli ultimi mesi, la FED ha alzato i tassi già due volte nel tentativo di contenere l’inflazione, e negli ambienti economici americani c’era la convinzione diffusa che questa misura sarebbe stata sufficiente: che, cioè, gli aumenti dei tassi già effettuati avrebbero cominciato ad avere effetto sull’inflazione, che il picco dell’aumento dei prezzi fosse passato e che quindi l’economia avrebbe potuto ricominciare a concentrarsi sulla crescita.

I nuovi dati sull’economia americana pubblicati venerdì hanno invece mostrato che l’inflazione non soltanto continua a crescere, ma ha aumentato il ritmo: a maggio l’aumento dei prezzi è stato dell’8,6 per cento, con un aumento mensile dell’1 per cento rispetto allo 0,3 per cento di aprile. La FED, che fino a qualche giorno prima aveva dato segnali di ottimismo, ha fatto capire che a questo punto alzerà i tassi in maniera più drastica.

I membri della FED si riuniranno mercoledì, e ci si aspetta che decideranno un aumento dei tassi dello 0,75 per cento, il singolo aumento più alto dal 1994. È inoltre probabile che nei prossimi mesi i tassi aumenteranno ancora, e che a settembre arriveranno a sfiorare il 3 per cento: non erano mai stati così alti dai tempi della crisi finanziaria del 2008.

I tassi d’interesse di cui parliamo sono quelli a cui le banche centrali prestano denaro alle altre banche, in pratica il costo del denaro. Storicamente, l’innalzamento dei tassi è lo strumento migliore a disposizione delle banche centrali per mettere l’inflazione sotto controllo, perché aumentando il costo del denaro si riducono i fenomeni che portano a un aumento dei prezzi.

L’effetto collaterale dell’aumento dei tassi, tuttavia, è che si rischia un rallentamento complessivo di tutta l’economia: se i tassi vengono alzati più del necessario, si rischia una recessione. Per le banche centrali è però impossibile sapere per tempo quando fermarsi, perché gli effetti sull’inflazione si vedono dopo molto tempo, spesso mesi.

È per questo che lunedì le borse sono crollate: gli investitori temono che l’economia americana, già gravemente danneggiata dall’inflazione, potrebbe essere inavvertitamente spinta alla recessione dagli aumenti dei tassi decisi dalla FED. «Il mio timore è che la FED alzerà troppo i tassi e ci porterà in una grave recessione», ha detto al New York Times il capo di un’agenzia di investimenti.

In Europa le cose stanno andando in maniera simile: la scorsa settimana per la prima volta in oltre dieci anni la Banca centrale europea aveva annunciato un aumento dei tassi d’interesse, lasciando intendere che nei prossimi mesi ci saranno ulteriori e forti aumenti. Lunedì tutte le borse europee hanno chiuso con forti ribassi, anche se non gravi come quello dello S&P.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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