L’ulivo millenario sardo distrutto da un grosso incendio è ancora vivo

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Sembrava in condizioni irrecuperabili, invece grazie all’intervento degli esperti dell’orto botanico di Cagliari è tornato a crescere

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Alla fine di luglio dello scorso anno, quando un grosso incendio devastò gran parte del territorio del Montiferru, nella Sardegna centro-occidentale, tra i danni più significativi segnalati ci fu la distruzione di un albero millenario. Si pensava che l’albero, un olivastro (Olea europaea oleaster), cioè un ulivo selvatico, fosse morto bruciato dalle fiamme. Lunedì scorso, invece, sono stati trovati nuovi germogli e alcuni polloni, cioè dei piccoli rami che crescono alla base degli alberi. Nonostante la distruzione di tutta la sua parte esterna, della chioma, dei rami e del tronco, l’olivastro millenario è riuscito a riprendere la sua attività vegetativa e quindi è ancora vivo.

La ripresa, tuttavia, non è avvenuta esclusivamente grazie alla sua resistenza. Nell’ultimo anno l’olivastro è stato sottoposto a cure intense da parte degli esperti dell’orto botanico e dell’università di Cagliari. Finora i tentativi di salvare l’albero millenario avevano prodotto risultati appena appena visibili in primavera, ma sono diventati infine evidenti grazie ai nuovi germogli e ai polloni.

L’olivastro, alto 16 metri e con un fusto di circa 10 metri di circonferenza, è registrato nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ed è conosciuto come l’olivastro di Tanca Manna, dal nome della località vicina a Cuglieri in cui si trova, in provincia di Oristano, una delle zone più colpite dagli incendi scoppiati l’estate scorsa.

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I roghi bruciarono almeno 20mila ettari di terreno, un’area enorme: rientrarono nella categoria dei «grandi incendi forestali», quelli che sono troppo vasti per essere spenti ma possono solo venire arginati con gli interventi aerei. Tra sabato 24 e domenica 25 luglio 2021 furono evacuate quasi quattrocento persone dalle loro abitazioni. Il centro abitato di Cuglieri venne evacuato di notte, così come quelli di Sennariolo, Cabras e Scano. Bruciarono case e aziende, oltre a moltissimi campi coltivati e boschi.

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Nell’agosto del 1994 la zona del Montiferru era stata già colpita da un gravissimo incendio, risultato poi doloso, che aveva in gran parte distrutto i boschi di Seneghe, Bonarcado, Cuglieri, Santu Lussurgiu e Scano di Montiferro.

Quando gli aerei dei servizio antincendio, elicotteri e canadair, riuscirono a spegnere le fiamme, i tecnici forestali e la popolazione capirono che i danni erano stati significativi. Le fiamme avevano raggiunto moltissimi dei pregiati ulivi della zona e alcuni esemplari di olivastri, ulivi selvatici, tra cui Sa Tanca Manna: il grosso fusto era completamente annerito, le foglie bruciate. «Era rimasto pochissimo del patriarca», dice Gianluigi Bacchetta, docente di Botanica e direttore dell’orto botanico dell’Università di Cagliari. Il fuoco aveva proseguito a fare danni per due giorni sottoterra, compromettendo le radici dell’albero.

Nel suolo venne rilevata una temperatura di 90 gradi. Il tentativo di salvare l’albero iniziò con un intervento per proteggerlo dal caldo: teli ombreggianti, sacchi di juta sul terreno circostante e un’operazione chiamata pacciamatura, che consiste nel ricoprire la base dell’albero con materiale naturale per mitigare le temperature e mantenere l’umidità. «Dalla fine dell’estate siamo intervenuti con irrigazioni e la somministrazione di amminoacidi chiamati levogiri (tecnicamente, miscele di amioacidi costituiti solo dai loro enantiomeri levogiri, cioè molecole organiche che hanno la capacità di polarizzare la luce, ndr), che contribuiscono alla ripresa vegetativa dell’apparato radicale» spiega Bacchetta.

Sono stati installati sensori per osservare l’andamento delle cure, anche per via delle anomalie registrate in autunno e in inverno, stagioni particolarmente siccitose. Le irrigazioni sono proseguite anche durante i mesi invernali senza segnali che potessero far presagire una ripresa fino all’inizio di aprile, quando i sensori hanno registrato attività fotosintetica.

L’olivastro di Tanca Manna prima dell’incendio (Wikimedia Commons)

All’inizio di giugno sono comparsi i primi germogli e nelle ultime due settimane i polloni si sono stabiliti: oggi sono alti una trentina di centimetri e sembrano essere vigorosi soprattutto in una porzione a sud della base. «È stata una grande soddisfazione e speriamo che l’attività vegetativa possa aumentare: il nostro obiettivo è far sì che la pianta indirizzi le energie verso precise porzioni», continua Bacchetta. «Per stimolarla abbiamo sfalciato tutta l’erba attorno all’albero, è stato installato un nuovo impianto di irrigazione e un sistema di videosorveglianza per mantenere un’osservazione costante».

L’entusiasmo per la ripresa dell’attività vegetativa è comprensibile, anche se l’albero non sarà più come prima. L’olivastro, infatti, è vivo, ma irrimediabilmente compromesso: della struttura originale rimane poco e al momento sembra che soltanto le parti alla base della pianta possano rivegetare, cioè emettere nuovi polloni. Bacchetta dice che non sarà possibile rivedere nel medio periodo la bellezza del “patriarca”, come vengono chiamati questi alberi, ma forse nemmeno nel lungo. «La capacità di resilienza di una pianta millenaria, tuttavia, è comunque un segnale importante, che può essere di buon auspicio per la popolazione del Montiferru», dice. «Purtroppo dopo lo scorso anno ci si è dimenticati di Cuglieri e dei danni subiti dalla comunità. Spero che questo salvataggio sia un monito e uno stimolo per le comunità locali, che dovrebbero essere aiutate».

Oltre all’albero millenario, infatti, l’incendio ha distrutto una parte consistente degli uliveti per la produzione di olio di oliva. La maggior parte aveva 30 o 40 anni, ma molti erano esemplari centenari. «Tutto questo prima era linfa per la comunità», ha detto alla Nuova Sardegna Antonio Motzo, un ex amministratore pubblico di Cuglieri. «Era lavoro per potatori, manutentori, raccoglitori di olive che trovavano impiego anche per 8 o 9 mesi l’anno. Senza considerare l’indotto legato alla produzione dell’olio. Ora non è rimasto che qualche oliveto produttivo dalla parte del mare. «La maggior parte degli alberi sono morti, qualcuno ha provato a recuperare qualche pianta o a piantumare. Molti altri invece si sono arresi».

Erano stati promessi aiuti economici che non sono arrivati: la produzione dell’olio si è fermata quasi completamente, con notevoli conseguenze economiche per la popolazione del Montiferru. Molti coltivatori, nell’impossibilità di ricavare sostentamento, hanno abbandonato i campi: i terreni non vengono puliti dalle erbacce, con il rischio di danni gravi in caso di nuovi incendi.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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