90 anni di bellezza. La storia di Valentino, lo stilista delle donne vere

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L’abito più bello è quello che si è tenuto cucito addosso lungo novanta, sfolgoranti, sfavillanti anni: la sua vita. Una vita, quella di Valentino Garavani, iniziata l’11 maggio 1932 a Torre Menapace, sobborgo periferico «dove Voghera si stempera a settentrione nella campagna piatta dei campi divisi da filari spettrali di gelsi, alberi mutilati per fascine, che solo in estate concedono qualche rara foglia. T’amo pio bove e mite un sentimento di vigore e di pace, eccetera. Di lì vengono i Garavani. Lì c’era la cascina del nonno». Così scrive il giornalista Antonio Armano nel libro Vip – Voghera Important People per sottolineare due realtà apparentemente stridenti: quella della cittadina di provincia e quella del jet-set. Eppure, proprio a Voghera nascono concittadini illustri: la romanziera strappalacrime Carlina Invernizio e il sulfureo cronista di un’Italia che inizia allora a cambiare, Alberto Arbasino; il puntuto elzevirista economico Giuseppe Turani e, naturalmente, la nostra prediletta: la Casalinga più nota d’Italia, tanto celebre da non aver nome ma da esser sempre citata nelle redazioni, stereotipo di una figura che, benché umile, è portatrice di un’aura di rispettabilità per il suo senso pratico di stampo tradizionale e saggezza popolare.

Le couturier Valentino défilent avec Naomi Campbell et Gisele Bündchen à la fin de son défilé Haute-Couture 1999/2000 à Paris en juillet 1999, France. (Photo by Pool ARNAL/CHARRIAU/Gamma-Rapho via Getty Images)

Valentino con le modelle (tra cui Naomi Campbell e Gisele Bündchen) alla fine della sfilata Haute-Couture 1999/2000.

La perfezione formale fin da bambino

Da bambino, Valentino Clemente Ludovico Garavani già dà filo da torcere a mamma e papà perché ha una sola, piccola ambizione: la perfezione formale. Non studente modello perché troppo distratto a disegnare abiti a forma di corolle di fiori rovesciate sui quaderni di scuola dà istruzioni ai genitori per i suoi look, fino alla disposizione dei bottoni sul blazer e delle righe sui pullover. Niente scarpette da calcio, ma solo ed esclusivamente modelli inglesi e fatti a mano. Conserva, crescendo, l’aria un po’ infantile del paggetto che non ha perso neanche oggi, dopo aver attraversato due secoli, anzi due millenni.

Sarà sempre grazie all’intercessione materna che strapperà, a 18 anni, il permesso di andare “a bottega” a Parigi. La moda è già da tempo la sua religione e vuole imparare presto a officiarla. Vuole far parte di quell’élite economica, culturale e gentilizia anche se poi, a fine carriera, lascia forse trapelare di esserne rimasto deluso. Da un’intervista: La duchessa Wallis Simpson pagava i suoi abiti? «No, quel tipo di socialite non paga mai, anzi non chiede neppure cosa costa. Ma va bene così».

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Valentino nel suo atelier agli esordi.

L’aristocrazia dell’impegno

Nei primi anni Cinquanta trova lavoro da Jeans Dessès: da lui impara la costruzione tecnica, l’interpretazione della stoffa, il valore dei rapporti cromatici. Non si fa corrompere dalla città, densa di genio e sregolatezza, zero vizi, zero dipendenze, zero distrazioni. Detesta istintivamente tormenti e contrasti. Tutto scorre liscio come seta. Forse sente minacciata l’esclusività di un apprendistato preciso, pignolo, puntuale, una disciplina professionale che ha assunto carattere devozionale. Passa a Guy Laroche. Frequenta la Viscontessa de Ribes. «Erano i tempi in cui le donne si cambiavano tre, quattro volte al giorno. Il parrucchiere era importante come il calzolaio. Mentre la de Ribes si preparava, io schizzavo le sue idee. Di solito indossava quei piccoli nulla neri che erano tutto». Gli rimane impresso il segno della semplicità cui un tocco, uno sbuffo, un fiocco, regala spettacolarità teatrale. Per istinto o per sapienza, questo singolare personaggio ha scelto uno stile di vita che in qualche modo lo accomuna alle case regnanti e si riassume in due regole fondamentali: mai mescolarsi con il popolo, pena la fine di ogni mistero; mai dimostrarsi remoto e inaccessibile, pena la caduta di ogni entusiasmo.

Da Elizabeth Taylor a Jackie Kennedy

Incoronato re per un trionfo che non conosce sconfitte (perfino in Francia), Valentino non ha vita facile proprio quando torna in Italia, a Roma. Dopo aver incontrato il più importante (e forse unico) vero amore della sua vita, l’architetto romano Giancarlo Giammetti, che da allora prende in carico tutta la parte organizzativa e contabile della maison che esordisce così così. Anzi, proprio male. Il sognatore silenzioso non ci sa fare, dal punto di vista finanziario. La coppia ingrana e parte verso la gloria, soprattutto quando sbarcano timidamente in America. Una delle prime clienti è Elizabeth Taylor, che gli chiede sempre: «Valentino, perché ti sforzi tanto di farmi sembrare una signora, quando invece nel mio caso è tutto molto peggio?». A New York, conosce Jackie Kennedy. A un party di beneficenza al Waldorf Astoria viene avvicinato da una gentile messaggera e pregato di trasferirsi, con l’intera collezione, nell’appartamento privato della First Lady. Comincia lì un’amicizia che ha quelle connotazioni sommesse, riservate, che circondano la vita di questo stilista. Sempre in primo piano, osservato, fotografato, e sempre silenzioso, segreto, irraggiungibile.

Jaqueline Kennedy Onassis (1929 - 1994), embracing her daughter, Caroline Kennedy, and her new husband, Greek shipping magnate Aristotle Onassis (1906 - 1975), hold a reception aboard the yacht, Christina, shortly after their wedding ceremony on the Island of Skorpios, Greece, October 21, 1968. (Photo by Express Newspapers/Getty Images)

Jaqueline Kennedy Onassis in valentino il giorno del matrimonio con Aristotle Onassis. Grecia, Ottobre 1968.

Lusso, calma e voluttà

Concede pochissime interviste, forse perché anche poco sicuro del suo italiano, mentre è vero che con Giancarlo, per esercitarsi, parla, litiga e fa pace in inglese e francese. Le sue collezioni hanno successo perché è ossessionato dalle proporzioni, dall’armonia, dal glamour di un certo cinema hollywoodiano che ritrova nei suoi abiti quel fascino aureolato di perfezione che era stato di grandi stilisti e costumisti del cinema, come Adrian o Edith Head.

In un certo senso, Valentino restituisce il mito di Hollywood a Hollywood medesima, che lo ricambia affollando i suoi défilé e le sue magioni sempre più ricche, raffinatissime ma mai volgari: la villa sull’Appia Antica a Roma , scelta per festeggiare il novantesimo genetliaco (dicono); il Castello di Wideville, a Davron Crespières, vicino Parigi, acquistato nel 1995, residenza cinquecentesca con un parco annesso di oltre 120 ettari; il palazzo ottocentesco a Holland Park a Londra, nel cui salone si trovano cinque quadri di Pablo Picasso; l’attico a New York a Park Avenue e lo Chalet Gifferhorn, dimora invernale a Gstaad; uno splendido yacht dalle misteriose iniziali, MT, che si scopriranno poi essere quelle dei suoi genitori, Mauro e Teresa.

“Legacy-and-Newness-can-live-together”-1968-to-2020.-Photographed-by-Henry-Clarke-for-Vogue-March-15-1968.Marisa Berenson in Valentino in uno scatto di Henry Clarke per Vogue del 1968.

Sulla sua vita privata mantiene un riserbo da cassaforte inespugnabile: «Credo non sia necessario informare e dare dettagli sulla propria vita privata. La gente ti accetta come sei, trovo che il resto non interessi. La gente ti deve immaginare come ti vede e poi deduce quello che deve dedurre. Non mi passerebbe mai per il cervello di fare un comunicato sulla mia vita privata. Cosa mangi a colazione non interessa a tutto il mondo», sibila in un’intervista a Laura Laurenzi. Nel frattempo, Farah Diba ha lasciato l’Iran per l’esilio con un suo cappotto a petalo bordato di zibellino; Jacqueline Onassis si sposerà con un suo modello; Jane Fonda e Julia Roberts hanno ritirato l’Oscar con un suo vestito.

Alle linee di abbigliamento e accessori femminili, si aggiunge quella maschile, quella per i giovani che all’inizio si chiama “Oliver” dal nome di uno dei suoi amatissimi carlini, i profumi, i bijoux, il make-up, addirittura piastrelle, orologi, carte da parati… Un universo in espansione nato dal nocciolo duro della provincia di Pavia. Sarà celebrato da Vogue France, sulle copertine di Time e Life, nel 1967 riceve il Neiman Marcus Award, negli anni Ottanta i titoli di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito e di Cavaliere di Gran Croce. Nel 1996 di Cavaliere del Lavoro e la Legion d’Onore e nel 2008, dell’American Academy of Achievement del Golden Plate Award. Un riconoscimento rivolto a visionari e pionieri le cui idee hanno influenzato il mondo.

Le couturier italien Valentino Garavani avec Giancarlo Giammetti à Rome le 29 septembre 2000, Italie. (Photo by Gianni GIANSANTI/Gamma-Rapho via Getty Images)

Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti a Roma nel 2000.

Scopritore dell’America

Adorato dalle principesse e dalle giovani dame di sangue blu, coccolato dalle dive di stampo yankee e dai “cigni” miliardari di New York come Nam Kempner – ma anche da quelli italiani come Marella Agnelli – Valentino dichiara: «Mi amano le americane. E lo dimostrano con quella schiettezza, quella sincerità che regola tutti i loro rapporti. Anch’io le adoro perché hanno riconosciuto il mio talento fin dagli esordi. La verità è che io ne vedo i difetti. Intuisco la durezza di questo capitalismo portato alle estreme conseguenze, ma apprezzo il fascino della lotta combattuta ogni giorno per essere i primi, i più grandi, i vincitori. Non si nascondono dietro le mezze parole e i gesti prudenti. Creano i miti in una notte e li distruggono in un’ora di trasmissione televisiva. È questa specie di naïveté un po’ crudele che mi incanta». E, nella stessa intervista afferma che «essere creativi vuol dire dare delle novità ma, arrivati al dunque, bisogna che i compratori alla sfilata dicano: ecco, questo lo metto in boutique perché riuscirò a venderne dieci, perché una giacca fatta così e così si può indossare sull’abito da sera, sulle mutande, su qualsiasi cosa. È questo che le donne comprano, non vestiti che hanno bisogno delle istruzioni per riuscire a infilarseli».

NEW YORK, NY - CIRCA 1982: Brooke Shields and Valentino circa 1982 in New York City. (Photo by Robin Platzer/Images/Getty Images)

Brooke Shields e Valentino nel 1982 a New York.

Così di fronte al rarefatto senso dello chic espresso nelle collezioni d’alta moda, Valentino ha anche dimostrato di amare le donne vere. Deanna Veroni, che ha prodotto la sua maglieria per due decenni, mi ha detto: «Da lui ho imparato che tutto è nelle proporzioni, e per fare un pullover, per esempio, il davanti deve essere più grande del dietro perché deve “contenere” il seno». Per le signore mediterranee dalla vita sottile e dal fianco opimo, inventa la giacca con la baschina che ne sottolinea il punto vita. Nulla è lasciato al caso, nemmeno (proprio per lui che dice di odiare web, social e smartphone) si tratterà di condensare in un solo messaggio visibile il suo mondo di classe opulenta. Sceglie una tonalità di rosso vibrante, un po’ vermiglio un po’ carminio, che s’identificherà con lui: il rosso Valentino. Sincero, palpitante e sanguigno come – immaginiamo – possa essere lui. Solo in privato.

HOLLYWOOD, CA - FEBRUARY 27: Actress Anne Hathaway (L) and fashion designer Valentino Garavani arrive at the 83rd Annual Academy Awards at the Kodak Theatre February 27, 2011 in Hollywood, California. (Photo by Ethan Miller/Getty Images)

Anne Hathaway e Valentino Garavani agli Oscar 2011.

Lo stile fa l’uomo. O viceversa?

Sottraendosi alle interviste, al pubblico, al presenzialismo, Valentino ammanta di garbo le sue creazioni e ammanta di Garbo (nel senso di Greta) la sua esistenza: come la grande attrice, dopo aver venduto il suo marchio, decide di non farsi più vedere, ma solo dopo un grandioso ritiro dalle scene. Vende la maison nel 1998 alla casa tedesca Hdp, rilevato nel 2002 dal Gruppo Marzotto, passato al fondo Permira e infine nel 2007, alla moglie dell’emiro del Qatar, la potente Sheikha Mozah bint Nasser al-Missned, seconda delle tre mogli di Hamad bin Khalifa. Non nasconde la stizza per la prima designer scelta a succedergli, Alessandra Facchinetti, mentre applaude forsennatamente alla decisione successiva di far dirigere il suo marchio prima da Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli, poi dal solo Piccioli. Nel 2007, per tre giorni, a luglio, organizza un party destinato a timbrarsi nella memoria degli invitati, l’evento più glamour mai realizzato nella moda. Sono invitati principi e principesse, dive e capi di stato, che assistono a una retrospettiva di abiti d’archivio all’Ara Pacis, a una sfilata di alta moda tutta di colore rosa nel complesso di Santo Spirito in Sassia, a un gala tra le colonne del Tempio di Venere, mai concesso prima di allora, con il Colosseo sullo sfondo e il premio Oscar Dante Ferretti a curare la scenografia. Infine, un ballo e concerto live di Annie Lennox in una pagoda cinese color, oro, nero e rosso allestita nel Parco dei Daini, nel cuore di Villa Borghese. Una festa che gli fece meritare appieno il soprannome di Ultimo Imperatore della moda. Lo stesso epiteto che diede in seguito il titolo al docufilm, The Last Emperor, diretto dal regista Matt Tyrnauer, pellicola sugli ultimi due anni di attività dello stilista, girata tra passerelle, backstage e interviste. «Ero incollato alla poltrona, turbato, mi sentivo un po’ preso in giro. Sembravo un despota, il regista aveva sorpreso Giammetti e me nei nostri continui litigi, che facciamo sempre in francese. Poi gli applausi non finivano mai e capii che alla gente piaccio così come sono». Il timido ragazzino di Voghera finalmente può festeggiarsi tra l’amore di tutti. Ma proprio tutti.

Nella gallery, la storia di Valentino Garavani per immagini.

Amica ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[ Fonte articolo: Amica ]

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