La politica libanese spiegata facile

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Per capirci qualcosa delle elezioni di domenica in Libano c’è un articolo da leggere per forza: questo

Il Libano arriva alle elezioni di domenica in condizioni piuttosto preoccupanti: il paese si trova ormai da anni nel pieno di una crisi economica durissima, che ha peggiorato la qualità della vita di milioni di persone e che è stata aggravata ulteriormente da vari altri eventi, come l’esplosione devastante nel porto di Beirut nel 2020.

A complicare ulteriormente le cose c’è il fatto che in Libano è in corso da anni – da decenni, secondo alcuni – una crisi politica che di fatto paralizza ogni iniziativa o tentativo di riforma nel paese. La paralisi è in parte provocata dall’inadeguatezza della classe politica, spesso corrotta e impreparata, ma anche dal peculiare sistema di governo che vige nel paese, che fu creato per garantire la concordia tra le varie parti della società ma che ormai è diventato uno dei principali fattori di crisi.

Un paese “confessionale”
Da secoli il Libano è uno dei paesi arabi più vari dal punto di vista religioso, con una comunità cristiana molto numerosa, che fino a qualche decennio fa costituiva la maggioranza degli abitanti del paese. Oltre a un’iniziale divisione tra cristiani e musulmani, c’è poi tutta un’altra serie di differenze religiose e settarie: in tutto, oggi, le religioni riconosciute dallo stato libanese sono 18.

Questa forte varietà religiosa ha fatto sì che per secoli in Libano siano stati in vigore sistemi di governo o di amministrazione di tipo “confessionale”, in cui il potere all’interno dello stato (e in conseguenza le cariche politiche) è attribuito sulla base della confessione religiosa, per lo più con quote rigide e immutabili.

Già a partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento, quando il Libano faceva parte dell’Impero Ottomano, nel territorio esisteva un sistema di amministrazione confessionale in cui a un governatore cristiano erano sottoposti 12 rappresentanti delle principali comunità religiose. Dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano, il Libano divenne un protettorato francese e il sistema confessionale fu ampliato e reso più pervasivo: nel 1926 fu approvata una nuova Costituzione (che è in vigore ancora oggi, benché molto emendata), in base alla quale il Libano diventava una repubblica parlamentare, sotto il controllo francese.

La composizione del Parlamento era tuttavia divisa per quote strettamente settarie: sulla base del censimento del 1932 fu deciso che il Parlamento e altri organi dello stato sarebbero stati divisi tra cristiani, che allora costituivano la maggioranza della popolazione, e musulmani, in una quota di 6 a 5 (quindi a favore dei cristiani).

Quello del 1932 fu l’ultimo censimento fatto in Libano: da quel momento in poi, le varie comunità (soprattutto quella cristiana) si sono rifiutate di farne di nuovi, per timore che i cambiamenti nella composizione della popolazione avrebbero potuto comportare perdite di cariche e di potere. Secondo stime non ufficiali, oggi si ritiene che i cristiani abbiano smesso di essere la maggioranza della popolazione, e che siano circa un terzo degli abitanti, mentre i restanti sarebbero quasi tutti musulmani.

Nel 1943 il Libano ottenne l’indipendenza e tra le varie comunità libanesi fu istituito il Patto Nazionale, cioè un accordo che, pur essendo non scritto, istituzionalizzava il sistema di governo di tipo confessionale, dividendo rigidamente le principali cariche dello stato e la composizione del Parlamento tra le religioni. Poiché quello del 1932 era l’ultimo censimento ufficiale (è ancora tale), la divisione fu fatta basandosi su quei dati, e fu mantenuta una proporzione di 6 a 5 in favore dei cristiani, che ottennero varie cariche importanti e il diritto che i partiti cristiani avessero sempre la maggioranza in Parlamento.

Lo squilibrio tra la divisione settaria del potere e l’effettiva composizione della popolazione divenne sempre più evidente man mano che la popolazione musulmana diventava più numerosa, e fu una delle cause della guerra civile che iniziò in Libano nel 1975.

La guerra durò 15 anni, fu estremamente violenta e attraversò molte fasi. Si concluse soltanto nel 1990, dopo un complicato negoziato stipulato l’anno precedente. Gli accordi di pace di Taif (dal nome della città in Arabia Saudita in cui furono negoziati) trovarono un nuovo, fragile equilibrio tra le comunità e si ponevano l’obiettivo di porre fine gradualmente al sistema confessionale. Tuttavia finirono per legittimarlo: il sistema è in vigore ancora oggi.

Alcune persone con il ritratto del patriarca maronita Bechara Rai a Beirut, nel 2021 (AP Photo / Bilal Hussein)

Un sistema settario
Il sistema politico negoziato con gli accordi di Taif è un discendente diretto dei sistemi precedenti, quello deciso sotto il direttorato francese e quello del Patto Nazionale (che infatti viene considerato ancora in vigore, benché con numerose modifiche).

Attualmente le cariche politiche in Libano sono divise in questo modo, tramite una serie di accordi per la maggior parte informali, ma rispettati rigidamente:
– il presidente della Repubblica deve sempre essere un cattolico maronita (appartenente cioè a una Chiesa di rito orientale ma dipendente dalla Chiesa cattolica; i maroniti costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione cristiana in Libano);
– il primo ministro deve sempre essere un musulmano sunnita;
– il presidente del Parlamento deve sempre essere un musulmano sciita;
– il vicepresidente del Parlamento e il vice primo ministro devono sempre essere cristiani greco-ortodossi;
– il capo di stato maggiore dell’esercito deve sempre essere un druso (appartenente cioè a una setta musulmana vicina agli sciiti).

Rispetto al periodo antecedente alla guerra civile, oggi il rapporto della rappresentanza parlamentare è paritario: non più 6 a 5 in favore dei cristiani ma 1 a 1. Significa che dei 128 deputati del Parlamento libanese, 64 devono essere cristiani e 64 devono essere musulmani o drusi. Gli accordi di Taif hanno inoltre limitato i poteri esecutivi del presidente, trasferendoli al governo (e dunque alla comunità musulmana sunnita, che esprime il primo ministro).

Ma le cose sono ancora più complicate di così: le varie comunità religiose riconosciute dallo stato hanno diritto a una quota fissa di seggi in Parlamento, che viene ottenuta tramite una complessa organizzazione dei distretti elettorali. Le quote per ciascuna comunità sono fisse e immutabili: significa che dopo ogni elezione la divisione settaria del Parlamento deve rimanere sempre la stessa, e ciascun gruppo deve mantenere lo stesso numero di seggi (anche se poi nei distretti elettorali vengono fatte alleanze tattiche tra i membri di varie comunità). La composizione del Parlamento libanese è dunque rigida:

Cristiani
Cattolici maroniti: 34 seggi
Cristiani greco-ortodossi: 14 seggi
Cattolici greco-melchiti: 8 seggi
Apostolici armeni: 5 seggi
Cattolici armeni: 1 seggio
Protestanti evangelici: 1 seggio
Altre minoranze cristiane: 1 seggio

Musulmani
Sunniti: 27 seggi
Sciiti: 27 seggi
Alawiti: 2 seggi
Drusi: 8 seggi

Secondo gli accordi di Taif, questo sistema confessionale avrebbe dovuto essere temporaneo. L’obiettivo era di dismetterlo gradualmente, per trasformare il Libano in uno stato secolare in cui gli equilibri di potere non fossero predeterminati sulla base della religione. Ma le forze politiche espressione delle comunità religiose hanno sempre evitato di riformare il sistema, temendo di perdere le rispettive quote di influenza.

Un gruppo di religiosi drusi nel 2015 (AP Photo/Bilal Hussein)

Paralisi
Il sistema confessionale rende la vita politica in Libano molto peculiare. Benché sia nato per garantire la concordia tra le comunità, questo sistema non ha impedito alla politica libanese di essere eccezionalmente polarizzata e violenta. Nel corso della storia recente del Libano ci sono stati omicidi politici clamorosi (il principale fu quello del primo ministro Rafiq Hariri, nel 2005) e la forza politica di gran lunga più influente del paese è Hezbollah, un gruppo armato radicale sciita nato nel corso della guerra civile.

Negli anni il sistema settario ha amplificato le divisioni, anziché ridurle: hanno un incentivo a mantenere lo status quo, e per certi versi ad aizzare le divisioni settarie per giustificare l’esistenza del sistema settario.

Tra le altre peculiarità della politica libanese, c’è il fatto che i partiti politici sono poco rilevanti: sono numerosi e nascono e muoiono con facilità, perché non sono espressione di un elettorato ma sono lo strumento politico dei vari leader delle comunità. Inoltre il sistema di divisione settario del Parlamento disincentiva la creazione di formazioni politiche forti, perché rende di fatto impossibile ottenere una maggioranza: nessun partito nella storia recente del Libano ha ottenuto più del 12,5 per cento dei seggi in Parlamento, e nessuna coalizione più del 30 per cento.

Non bisogna pensare che i partiti siano rigidamente divisi secondo le linee settarie: esistono partiti multiconfessionali, cioè con candidati che appartengono a varie comunità, e in Parlamento sono frequenti le alleanze tattiche.

Ma l’estrema frammentazione ha reso la politica libanese molto fragile e vulnerabile: dall’indipendenza a oggi, i governi che sono stati in grado di portare a termine un’intera legislatura di quattro anni sono stati pochissimi. La garanzia che la propria fazione manterrà sempre una certa quota di potere, inoltre, favorisce la diffusione della corruzione tra la classe politica.

Una manifestazione di Hezbollah a Beirut in vista delle elezioni del 2022 (AP Photo/Hussein Malla)

La conseguenza della rigidità e della debolezza del sistema politico libanese è l’immobilismo: un sistema in cui gli equilibri politici sono quasi immutabili è un sistema che favorisce la paralisi, oltre a tenere fuori dalla politica le categorie meno rappresentate, come le donne e i giovani.

È difficilissimo in Libano approvare le riforme economiche che sarebbero necessarie per risollevare l’economia, perché nessuna delle forze politiche vuole assumersene la responsabilità. Anche per questo, il Libano si trova in uno stato di grave crisi economica da quasi un decennio, e le cose sono andate man mano peggiorando: negli ultimi anni, sono diventate frequenti le interruzioni dell’elettricità, l’inflazione è elevatissima e scarseggiano cibo e benzina.

I problemi si acuiscono in occasione di eventi disastrosi, com’è stata per esempio l’esplosione nel porto di Beirut nel 2020, in cui l’incuria e i mancati controlli hanno avuto un ruolo importante. La classe politica è incentivata dal sistema a rimpallarsi le responsabilità: se alcune personalità sono state costrette a dimettersi a seguito dell’esplosione, è stato unicamente in seguito alle enormi proteste da parte della popolazione, che sono ormai un evento ciclico.

Da anni in Libano nascono e poi si sgonfiano grossi movimenti di protesta popolare, ciascuno dei quali ha richieste e istanze puntuali, spesso legate alla crisi, alla scarsità di generi di prima necessità, alla corruzione. Ma il sistema politico confessionale rimane sempre criticato da tutti: un paio d’anni fa l’agenzia France24 raccontò come i manifestanti d’allora lo definissero «la causa di tutti i mali».

Dopo l’esplosione nel porto di Beirut, il presidente francese Emmanuel Macron disse che in Libano c’era bisogno di «profondi cambiamenti» da parte delle autorità, riferendosi piuttosto chiaramente all’immobilismo provocato dal sistema confessionale. In risposta, vari leader politici espressero la loro disponibilità a riformare il sistema: Hassan Nasrallah, il capo di Hezbollah, disse di essere «aperto» alla possibilità di un nuovo patto politico per il paese, e il presidente di allora disse che era necessario fare del Libano uno stato «secolare». Nessuno fece niente.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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