A Pechino non piacciono i cani grandi

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In centro città sono vietati tutti quelli che superano una certa altezza, altrimenti si rischia la confisca

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In Cina l’atteggiamento nei confronti dei cani sta cambiando e la loro popolarità come animali domestici è in forte aumento, mentre ormai le zone del paese in cui la loro carne viene mangiata sono sempre di meno. A Pechino, però, avere un cane da compagnia è ancora complicato, soprattutto nel centro città, come ha raccontato sul Financial Times la giornalista britannica Yuan Yang, che lì ci vive. Nonostante le autorità locali descrivano «l’amore per i cuccioli» un «tratto culturale tradizionale», infatti, otto quartieri centrali e uno periferico prevedono delle restrizioni, tra cui il divieto di possedere cani che superino i 35 centimetri di altezza al garrese, il punto più alto del dorso.

Nel periodo della Rivoluzione Culturale, il grande movimento di rivolta ed epurazione interna voluto da Mao Zedong tra il 1966 e il 1976 per preservare l’ideologia rivoluzionaria comunista, avere animali come cani, gatti o pesci era considerata un’abitudine borghese e capitalista, e quindi scoraggiata. Le cose non cambiarono molto negli anni successivi, quando il governo centrale incoraggiava lo sviluppo di metropoli ricche e moderne: a Pechino, in particolare, l’amministrazione locale vietò per motivi igienici di allevare e tenere animali considerati troppo sporchi, tra cui polli, conigli, pecore e anche i cani. Sempre negli anni Ottanta i cani furono banditi dal centro della città per il timore che potessero diffondere epidemie di rabbia.

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Fu negli anni Novanta che a Pechino e in altre grosse città cinesi le persone iniziarono ad avere cani come animali domestici. Spuntarono nuovi allevamenti e nuovi problemi, come il randagismo o l’aumento delle lamentele e delle denunce per aggressioni e fastidi. Nel 1994 il governo locale introdusse una licenza obbligatoria per avere un cane: era molto costosa – l’equivalente di quattro anni di stipendio di un docente universitario dell’epoca, racconta Yang – e a ogni famiglia era concesso averne al massimo uno.

Dai primi anni Duemila le politiche relative al possesso dei cani a Pechino si ammorbidirono leggermente, ma restarono alcune restrizioni. Il costo della licenza per avere un cane fu abbassato ma in alcune zone fu introdotto il limite di altezza di 35 centimetri al garrese: secondo i giornali locali le autorità locali scelsero un criterio casuale, lo giustificarono con la presunta paura dei residenti per i cani di grossa taglia, e sostennero che in questo modo si sarebbero limitati morsi e aggressioni. Tra le razze vietate ci sono, per esempio, dalmata, levrieri, alani, golden retriever, akita o samoiedi. In ogni caso, è proibito portare i cani nei parchi cittadini perché secondo le autorità sporcano troppo e danno fastidio.

Yang racconta che fino a pochi anni fa venire scoperti con un cane di media o grossa taglia in centro città significava rischiare la confisca dell’animale e la sua soppressione; ogni maggio, inoltre, la polizia locale si impegnava a trovare e confiscare i cani “illegali” insieme agli accalappiacani. Adesso però, secondo gli allevatori e gli esperti cinofili intervistati da Yang, è raro che gli animali che superano i limiti consentiti vengano sequestrati, così com’è insolito che i proprietari subiscano ripercussioni, a meno che non creino qualche problema.

Pechino non è l’unica città della Cina dove ci sono queste limitazioni. Ne adottano di simili Wuhan e Hangzhou, mentre a Guangzhou, che si trova vicino a Hong Kong, sono vietati i cani alti più di 71 centimetri al garrese. La situazione è migliore a Shanghai, la città più ricca e internazionale della Cina, dove molti locali e negozi ammettono i cani e non ci sono limiti sull’altezza; sono vietate più di venti razze considerate pericolose.

Proprio perché Shanghai è ben disposta nei confronti dei cani, ad aprile ci sono state molte critiche quando un addetto alla gestione della pandemia da coronavirus aveva ucciso il cane di una persona in quarantena durante il rigidissimo lockdown imposto per contenere la diffusione dei contagi.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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