Perché i droni turchi sono così temibili

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Storia del Bayraktar TB2, che ha cambiato il corso di varie guerre, anche in Ucraina, e della persona che l’ha inventato

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Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, una delle armi più efficaci impiegate in guerra è stato il drone Bayraktar TB2, di produzione turca. Il TB2, usato dalle forze ucraine, ha avuto un ruolo decisivo in moltissime operazioni in questi mesi di guerra e ha permesso all’Ucraina di distruggere, con bombardamenti di precisione, decine di mezzi corazzati, imbarcazioni e postazioni dell’esercito russo. Il Bayraktar TB2 è considerato una delle ragioni del successo della resistenza ucraina.

In questi mesi in Ucraina, il TB2 è diventato una specie di mito popolare, secondo soltanto al missile anticarro Javelin: la parola “Bayraktar” è un simbolo di resistenza, al drone sono state dedicate canzoni e perfino un cucciolo di lemure nato nello zoo di Kiev è stato chiamato Bayraktar.

Ma la guerra in Ucraina non è l’unica in cui il drone turco ha avuto un ruolo importante o perfino determinante nel decidere l’andamento del conflitto: da quando è iniziata la sua commercializzazione, nel 2016, il TB2 è diventato un’arma fondamentale per molti eserciti, e si è trasformato nel simbolo delle ambizioni della Turchia come paese costruttore ed esportatore di armi; è anche uno strumento diplomatico, usato dal governo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan per esercitare influenza e potere in varie parti del mondo.

Del Bayraktar TB2 si è parlato molto in questi mesi; questa settimana sul New Yorker il giornalista Stephen Witt ha raccontato in maniera approfondita la storia della nascita del drone, delle persone che l’hanno inventato e di come la loro vicenda si intrecci a livello anche personale con le ambizioni dello stato turco: l’ingegnere Selçuk Bayraktar, che ha inventato il TB2 e gli ha dato il suo nome, oltre a essere un nazionalista turco e un devoto musulmano è anche sposato con la figlia minore di Erdogan, Sümeyye.

Il matrimonio tra Selçuk Bayraktar e Sümeyye Erdogan, nel 2016 (Press Presidency Press Service via AP, Pool)

Selçuk Bayraktar è nato nel 1979 ed è figlio di un ingegnere e di una programmatrice informatica. Ha fatto una carriera universitaria brillante, laureandosi prima al politecnico di Istanbul e proseguendo con master all’Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti, e al Massachusetts Institute of Technology (M.I.T., tra le università più prestigiose al mondo). Suo padre gestiva un’azienda di autoricambi, e Bayraktar cominciò mentre stava ancora studiando a progettare droni, usando quel che era disponibile in officina.

Attraverso contatti comuni, la famiglia Bayraktar era piuttosto vicina a quella di Erdogan, e grazie a queste conoscenze Selçuk cominciò negli anni Duemila ad associare la sua attività a quella dell’esercito turco, riuscendo a sperimentare i suoi prototipi di droni nei luoghi in cui operavano le forze armate.

Selçuk Bayraktar passò molto tempo nella zona sud-orientale della Turchia, dove l’esercito da anni combatte contro la guerriglia curda una guerra molto criticata a livello internazionale per le numerose violazioni di diritti umani e per le dure condizioni a cui è sottoposta la popolazione civile.

Selçuk andò al fronte, correndo anche un discreto pericolo personale, per sperimentare i suoi prototipi di droni: dapprima uno più piccolo, il Mini UAV, che aveva cominciato a progettare già nel 2005 e che aveva funzioni di sorveglianza e ricognizione, e poi uno più grande, abbastanza da trasportare munizioni per l’attacco, che poi sarebbe diventato il TB2, entrato in produzione nel 2014. In quello stesso anno, Erdogan fece approvare una controversa riforma costituzionale che attribuiva enormi poteri alla presidenza del paese (carica che lui ricopriva) e che di fatto rendeva il suo regime autoritario.

Dopo aver accentrato il potere in Turchia, Erdogan cominciò a investire fortemente nel settore degli armamenti, con l’obiettivo di rendere il paese non soltanto indipendente nella fornitura di armi, ma anche capace di esportarne. L’azienda di Bayraktar, la Baykar, cominciò a vincere varie gare d’appalto per la costruzione di droni armati.

La Baykar è un’azienda famigliare: fu fondata dal padre di Selçuk, oggi defunto, e oltre a Selçuk vi lavorano i suoi due fratelli: Haluk nel ruolo di amministratore delegato e Ahmet come direttore delle finanze. Oggi la Baykar è di gran lunga il più noto esportatore di armi della Turchia, ed è considerata un’azienda strategica dallo stato turco, elemento fondamentale del piano per trasformare il paese in una potenza nell’industria delle armi. Il successo di Baykar è quasi tutto da attribuire al drone TB2.

Il presidente turco Erdogan firma un drone TB2 nel 2019 (Tolga Adanali/Depo Photos via ZUMA Press Wire)

Il Bayraktar TB2 è un drone lungo 6 metri e mezzo, con un’apertura alare di 12 metri. È un drone piuttosto avanzato, capace di sparare missili di precisione che modificano la loro traiettoria in volo, e sono in grado di colpire obiettivi anche molto piccoli, come un gruppo di soldati che si nasconde in una trincea. Ha vari altri vantaggi, come quello di essere relativamente facile da manovrare (ma serve comunque un addestramento specifico) e di non essere troppo grande: lo si può trasportare abbastanza tranquillamente su un furgone militare.

Benché sia robusto e affidabile, il TB2 non ha caratteristiche particolari che lo facciano spiccare su altri droni, come per esempio gli americani Predator o Reaper: non è particolarmente veloce (raggiunge al massimo i 120 chilometri orari, mentre il Reaper supera i 400), non è in grado di raggiungere altitudini elevate e non ha difese avanzate che lo rendano capace di evitare i sistemi antiaerei nemici, benché sia piuttosto efficace nell’evitare le interferenze delle onde radio che ne consentono il comando a distanza.

Ma il TB2 ha una caratteristica fondamentale, che per molti paesi lo rende assai più appetibile di tutti gli altri droni militari di alto livello: costa poco. I prezzi dei droni sono segreti industriali che non vengono mai rivelati, soprattutto perché non si compra mai il singolo drone: assieme al velivolo, si comprano anche le ore di addestramento per i piloti (che nel caso della Baykar vengono fatte in Turchia), la fornitura continua delle necessarie parti di ricambio, gli aggiornamenti dei software, i complessi sistemi radio e così via.

Il New Yorker ha scritto che nel 2019 l’Ucraina comprò una flotta di sei TB2 per 69 milioni di dollari: secondo il giornale, lo stesso numero di Reaper americani costerebbe almeno sei volte tanto.

Questo significa che uno degli aspetti fondamentali della guerra moderna, cioè l’uso dei droni armati, che fino a qualche anno fa era riservato esclusivamente alle grandi potenze militari come Stati Uniti e Cina, grazie al TB2 è a disposizione anche di eserciti più piccoli e meno ricchi, che possono permettersi di comprare svariati TB2 e di usarli in scenari di battaglia senza timore che perderne qualcuno costituisca un danno economico disastroso, come sarebbe invece perdere un drone più avanzato di fabbricazione statunitense o israeliana.

Il fatto, inoltre, è che i droni TB2, benché decisamente non siano i più evoluti sul mercato, sono più che sufficienti per provocare enormi danni in battaglia: in pochi anni dalla loro adozione da parte di vari eserciti, si sono già dimostrati capaci di cambiare il corso di intere guerre.

Un TB2 a Cipro, nel 2019 (DHA via AP)

Secondo il New Yorker, la Turchia ha venduto i droni TB2 ad Azerbaijan, Etiopia, Libia, Marocco, Nigeria, Qatar, Polonia e Ucraina. Ovviamente, sono in dotazione anche all’esercito turco. Un elemento notevole è che in buona parte dei conflitti in cui i TB2 hanno avuto ruoli determinanti lo hanno fatto contro eserciti armati o comunque sostenuti dalla Russia.

Nella guerra civile in Libia, tra il 2019 e il 2020, l’intervento delle forze turche a favore del governo di Tripoli cambiò il corso della guerra, che fino ad allora era sembrato favorevole alle forze del maresciallo Khalifa Haftar, che era sostenuto dalla Russia e stava avanzando verso Tripoli. A cambiare le cose furono soprattutto i TB2, che fecero perdere ad Haftar la supremazia aerea e inflissero grossi danni ai suoi uomini.

Alla fine del 2020 un conflitto tra l’Armenia e l’Azerbaijan per il territorio del Nagorno-Karabakh fu vinto in maniera sorprendente e piuttosto decisa dalle forze azere grazie all’utilizzo dei droni turchi (oltre ad altri droni comprati da Israele): la guerra era bilanciata «finché i generali turchi non hanno preso in mano i joystick», cioè i comandi remoti dei droni, ha detto al New Yorker Robert Avetisyan, un funzionario governativo armeno.

Dopo la guerra, l’Armenia fu costretta a cedere grosse porzioni del suo territorio e ad ammettere una sconfitta piuttosto umiliante. Anche in questo caso c’era stata una competizione per le forniture di armi tra la Russia, che sosteneva l’Armenia, anche se in modo ambiguo, e la Turchia, che è da tempo un fortissimo sponsor dell’Azerbaijan.

I droni militari turchi (oltre che qatarioti e cinesi, tra gli altri) hanno anche avuto un ruolo fondamentale nel cambiare il corso della guerra civile in Etiopia, dove il loro utilizzo ha ribaltato l’equilibrio delle forze in campo a favore dell’esercito regolare del presidente etiope Abiy Ahmed e contro le forze separatiste della regione del Tigrè.

In Ucraina le cose sarebbero però dovute andare diversamente. Mentre nei casi citati finora i droni TB2 erano stati impiegati contro eserciti non particolarmente avanzati e che non erano preparati a contrastare droni armati, l’esercito russo avrebbe dovuto disporre di tutti i sistemi necessari per eliminare i droni nelle prime fasi dell’invasione dell’Ucraina e conquistare rapidamente la superiorità aerea. In un articolo pubblicato pochi giorni prima dell’inizio della guerra, l’Economist scriveva che i TB2 erano inermi e inefficaci contro l’esercito russo.

Le previsioni sono state rapidamente smentite, come è successo a più o meno a tutte le analisi militari fatte prima della guerra, che avevano grandemente sopravvalutato le capacità dei russi: i TB2 hanno avuto un ruolo fondamentale per l’Ucraina sia come strumento di ricognizione sia soprattutto come strumento di attacco. Specie nelle prime settimane del conflitto, in cui la resistenza ucraina ha combattuto su un terreno favorevole nel nord del paese, i droni sono stati utilissimi per colpire i mezzi corazzati russi isolati, per bloccare le colonne che avanzavano poco protette o per attaccare gruppi di soldati nascosti nelle trincee.

I video degli attacchi con droni degli ucraini sono anche diventati un elemento di propaganda e sono stati fatti circolare dalle forze ucraine per aumentare il morale e mostrare che l’esercito era più che capace di resistere e infliggere perdite al nemico.

Non è del tutto chiaro perché i TB2 abbiano avuto così tanto successo perfino contro l’esercito russo. Per mesi i commentatori e gli analisti hanno dibattuto su perché la Russia non abbia conquistato fin da subito lo spazio aereo ucraino, eliminando i jet e i droni delle forze ucraine: almeno in teoria, avrebbe dovuto essere in grado di riuscirci facilmente.

Semplificando molto, circolano due ipotesi sul perché non l’abbia fatto finora: la Russia non usa in maniera decisiva l’aviazione perché non vuole infliggere danni enormi all’Ucraina o perché non può, cioè ha sottovalutato le forze ucraine e ora non è in grado di dispiegare quel complesso sistema militare e logistico che le servirebbe per ottenere il controllo totale dello spazio aereo. Più passa il tempo, più gli analisti propendono per la seconda opzione.

Il fatto che i TB2 siano stati così efficaci contro l’esercito russo ha creato anche alcune tensioni con il governo turco: questo frequente confronto tra forze armate dalla Turchia e forze armate dalla Russia è una parte del peculiare rapporto che intercorre tra i due paesi.

La Russia è un partner commerciale fondamentale per la Turchia, ed è anche un importante fornitore di sistemi d’arma: il governo turco ha comprato di recente il sofisticato sistema antimissilistico S-400, nonostante la contrarietà e le proteste degli Stati Uniti. La Russia, inoltre, sta sovrintendendo alla costruzione di un’enorme centrale nucleare in Turchia, e i due paesi collaborano in vari progetti. Ma nonostante questo mantengono sotto molti altri aspetti un rapporto concorrenziale e in alcuni casi perfino conflittuale, come si è visto.

Il successo dei TB2 mostra poi in maniera evidente le ambizioni dello stato turco, di cui Selçuk Bayraktar è un buon testimone. Oltre a essere imparentato con la famiglia di Erdogan (Bayraktar e Sümeyye Erdogan si sono sposati nel 2016, a un matrimonio a cui hanno partecipato oltre cinquemila persone, compresa la gran parte della classe dirigente turca), Bayraktar è un musulmano molto attivo, che sui social network pubblica messaggi di devozione, e al tempo stesso un nazionalista e un patriota che sostiene pubblicamente le azioni dell’esercito turco in Kurdistan e in Siria.

Bayraktar è anche un personaggio pubblico molto noto in Turchia, e in alcuni contesti viene paragonato al celebre imprenditore americano Elon Musk per la sua capacità di creare una nuova industria (quella dei droni armati in Turchia) praticamente partendo da zero.

L’esportazione di armi ha conosciuto negli ultimi anni un gran successo in Turchia, che lo scorso anno ha esportato armamenti per 3,2 miliardi di dollari: un record. Ha avuto anche un’influenza notevole sullo sviluppo delle forze armate turche, che fino a dieci anni fa facevano affidamento su forniture estere per il 70 per cento del loro fabbisogno, mentre adesso soltanto del 30.

La Turchia ha anche usato l’esportazione delle armi per ampliare la sua influenza all’estero, anzitutto perché, per via della continua necessità di parti di ricambio e di aggiornamenti, comprare droni da un certo paese significa legarsi a quel paese. Il governo turco, inoltre, ha spesso approfittato della sua posizione: in Etiopia, la Turchia accettò di vendere i droni soltanto a patto che il governo facesse chiudere varie scuole associate a Fethullah Gülen, un famoso avversario politico di Erdogan.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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