Non è un paese per donne. Da Elisabetta Franchi alla foto con Zuckerberg, perché l'Italia deve cambiare

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Partendo dal presupposto sciamanico che dentro ogni individuo dovrebbe esserci l’esatta percentuale equilibrata tra femminile e maschile, il discorso di Elisabetta Franchi, demonizzato nelle ultime ore per l’affermazione dell’imprenditrice che assume solo donne dai 40 anni in su, risulta opinabile sotto molti punti di vista. Soprattutto se, nelle stesse ore, spunta una foto di gruppo che ritrae il fondatore e CEO di Meta Mark Zuckerberg in compagnia dei più importanti esponenti della moda tricolore contemporanea. Una dozzina di uomini abbracciati e sorridenti che, come precisa Renzo Rosso su Instagram, si ritrovano per intrattenere una «discussione stimolante sul Meta-futuro». Nessuna quota rosa all’orizzonte del metaverso se si parla di gotha della moda Made in Italy? Chiunque guardi quella foto non può che chiederselo.

La doppia querelle di questa settimana parte dalla parità di genere e atterra sull’emisfero sociale tout court. Sui giochi di ruolo aziendali e familiari, sugli orari di lavoro, gli “attributi”. E un po’ di tristezza la mette davvero. Ma andiamo con ordine.

Le dichiarazioni di Elisabetta Franchi

Donne e Moda: il barometro 2022. Questo il tema dell’evento dedicato al mondo femminile nel fashion system promosso da PwC Italia in collaborazione con Il Foglio. Elisabetta Franchi è sul palco e durante l’intervista, è chiamata a interrogarsi sul tema delle donne e lavoro. Spiega perché nella sua azienda non ci sia posto per le under 40 in posizioni di rilievo. «Se le donne giovani si assentano due anni per una maternità è un problema». E ancora: «Oggi le donne le ho assunte ma sono anta. Questo va detto, comunque ancora ragazze ma cresciute. Se dovevano far figli o sposarsi lo hanno già fatto. E quindi io le prendo che hanno fatto tutti i giri di boa. E lavorano h24, questo è importante».

Le reazioni a caldo

Come prevedibile, le dichiarazioni della stilista hanno suscitato un enorme polverone mediatico. Il suo intervento è stato definito, tra le altre cose, una vergogna, un esempio di «schiavismo», un passo indietro clamoroso rispetto alla tanto agognata parità di genere. Così, in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera, Elisabetta Franchi ha voluto ribattere. «Non accetto strumentalizzazioni: sono una donna imprenditrice a capo di un’azienda da 131 milioni di fatturato e che ha tirato avanti anche la famiglia, con grande fatica. Come può essere contro le donne chi ha al suo interno l’80 per cento di forza lavoro femminile?». Ma, se le parole sono importanti, i concetti anche.

E ha continuato: «Ho cercato di dare una risposta all’assenza di donne nelle posizioni gerarchiche della moda: la conclusione è che donne dirigenti nel nostro ambiente non ne esistono, perché nel momento in cui una trentenne si assenta per maternità non ritrova la posizione che aveva lasciato. E questo perché da noi lo Stato non riesce a dare il sostegno che c’è altrove».

Le reazioni a posteriori

Premesso che, citando Cruciani alla Zanzara di ieri, nella propria azienda «un imprenditore si può muovere come gli pare», ciò non toglie che l’intervento di Elisabetta Franchi sia opinabile per almeno due ragioni. Siamo certi che la stilista si sia lasciata prendere dall’ansia da palcoscenico. Ugualmente dispiace sentire queste parole proprio da lei che per esempio alle ultime sfilate, accanto a capi iper femminili, aveva volontariamente coinvolto «donne vere, credibili, contemporanee». Per dimostrare solidarietà e apertura “alla categoria”.  Cadere nel tranello del moralismo è oramai all’ordine del giorno ma generalizzare non fa mai bene a nessuno. Se noi donne, per prime, non cambiamo la narrazione, chi potrebbe farlo? Resta come unico (amaro ed evidente) dato di fatto che, per esempio, non vediamo Elisabetta Franchi nella foto con Mark Zuckerberg e gli altri stilisti.

Il futuro che vorremmo

Sul futuro Elisabetta Franchi ha concluso: «Siamo in un’epoca in cui difendere gli uomini può essere un passo falso, ma in cui le donne vanno sostenute: mi auguro di trovare più dirigenti donne in futuro, ad oggi non ne vedo». Il problema, però, è che non è più (solo) una questione di “donne che volevano i pantaloni”. La questione riguarda i cambiamenti che sarebbero necessari in un mondo del lavoro obsoleto e stantio. Come dinamizzare e inserire nel flusso del lavoro due/tre generazioni di giovani donne bistrattate ancor prima di cominciare. Certo, come sostiene (anche) Franchi: «da noi lo Stato non riesce a dare il sostegno che c’è altrove». Ma le responsabilità sono di tutti, anche di chi propina il lavoro indefesso come panacea. Soprattutto all’indomani di una pandemia, che molto ha tolto, ma qualcosa ci ha anche insegnato. Insomma, in un mondo in cui, dalla Spagna alla Nuova Zelanda, passando per Islanda e (persino!) Giappone, hanno approvato la settimana lavorativa di quattro giorni, senza tagli allo stipendio e con il diritto alla disconnessione. Noi che facciamo? Sponsorizziamo ancora il lavoro h24. Parliamone. Perché la parità di genere parte anche da lì.

Amica ©RIPRODUZIONE RISERVATA

[ Fonte articolo: Amica ]

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