Il lavoro delle donne

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La crisi causata dalla pandemia è una “crisi di genere”: perché? E quali sono i problemi strutturali dell’occupazione femminile in Italia?

Da quando la crisi innescata dalla pandemia da coronavirus ha iniziato ad essere misurata e quantificata, in certi contesti anglofoni si è cominciato a usare la parola Shecession, unione di “she” e “recession”, per indicare come siano state le donne ad averne subito (e a subirne tuttora) in modo prevalente gli effetti sociali ed economici. Si è parlato anche di “crisi di genere”, e nel mezzo della prima ondata, l’OCSE ha utilizzato l’espressione “donne su tutti i fronti”.

Ci sono molti studi e ricerche che hanno mostrato come la Shecession sia una questione globale, ma in Italia la notizia ha ricevuto una certa attenzione soprattutto nelle ultime settimane, dopo la pubblicazione dei dati dell’ISTAT sul lavoro delle donne. I numeri, riferiti al mese di dicembre 2020, sono eclatanti e hanno occupato per qualche giorno le pagine dei giornali, ma non sono nuovi. Ne abbiamo parlato con alcune esperte che collaborano con InGenere, rivista che si occupa di questioni economiche e sociali da una prospettiva, per l’appunto, di genere.

I dati
Lo scorso primo febbraio, l’ISTAT ha pubblicato i dati riferiti al dicembre 2020 su persone occupate, disoccupate e inattive. In numeri assoluti si parla di 101mila persone occupate in meno nell’ultimo mese del 2020 rispetto a novembre: di queste, 99mila sono donne. Per le donne è calato il tasso di occupazione ed è cresciuto quello di inattività.

Su base annua, nel 2020, su 4 posti di lavoro persi 3 sono stati persi da donne.

Perché?
Francesca Bettio, docente ordinaria di Politica economica presso l’Università di Siena e tra le fondatrici di InGenere, spiega che le donne sono più presenti nei settori più colpiti dalla crisi economica, ma anche sociale, causata dalla pandemia. È dunque utile guardare innanzitutto alla composizione strutturale dell’occupazione, per capire cosa sta succedendo.

«Nel terzo trimestre del 2020 l’occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni, secondo i dati Eurostat organizzati per principali settori occupazionali, era di 9,3 milioni. Il 70 per cento circa di questo aggregato era concentrato in soli 7 settori su un totale di 21. Un terzo dei settori che vengono considerati in queste statistiche comprende cioè, da solo, il 70 per cento dell’occupazione femminile».

In ordine di grandezza i settori in cui sono prevalentemente occupate le donne, prosegue Bettio, «sono il commercio, grossomodo a pari peso con sanità e servizi sociali (ciascun settore conta attorno al milione e 3 mila occupate); seguono manifattura e istruzione, con 1 milione circa di occupate ciascuna, poi troviamo hotel e ristoranti e il settore degli studi professionali, con 600-700 mila unità l’uno. E infine c’è il settore domestico, quello delle collaboratrici domestiche, delle baby sitter e delle badanti, con circa 600 mila occupate (regolari)». Sono dunque questi i settori a cui guardare per capire se ci sono state perdite o guadagni di occupazione per le donne.

Le crisi, così come le fasi di crescita, spiega Bettio, non interessano mai nella stessa misura i diversi settori. In una crisi «non c’è una regola a priori: molto dipende dal cosiddetto carattere della crisi». Durante la crisi economica-finanziaria che, con alti e bassi, è durata dal 2008 al 2013, l’occupazione femminile ha tenuto, mentre hanno perso soprattutto i lavoratori maschi. A essere stati colpiti di più furono i settori a prevalenza maschile, come quello delle costruzioni o della finanza, «mentre i settori femminilizzati come scuola, salute o settore domestico hanno retto: perché hanno continuato a rispondere a domande e a bisogni che quella crisi non aveva cancellato».

La crescita è ripartita dopo il 2013, seppur molto debole, e solo per interrompersi di nuovo con la crisi pandemica tuttora in corso. Durante la crisi pandemica le precedenti tendenze occupazionali si sono invertite per quanto riguarda il genere: «A partire dall’ultimo trimestre del 2019 e su base annua c’è stata una diminuzione di circa 300 mila unità per le donne e di circa 130 mila unità per gli uomini. Poiché l’occupazione maschile è molto più alta, le donne hanno perso in termini assoluti, ma ancor più in termini percentuali. La ragione affonda nuovamente nella dinamica settoriale e nelle specifiche perdite dei settori: quello del commercio, da un lato, e quello dei ristoranti-alberghi dall’altro che, da soli, spiegano la maggior parte delle perdite dell’occupazione femminile».

La tipologia di contratto ha influito pesantemente su chi ha perso il lavoro e chi no. Il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione hanno salvaguardato, infatti e almeno per ora, soprattutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre sono stati colpiti i posti di lavoro a termine e le varie forme di collaborazioni. Sia nella crisi del 2008 sia in quella della pandemia, chi ha perso decisamente di più sono le persone giovani, quelle cioè che, come confermano i dati, hanno in prevalenza rapporti di lavoro non a tempo indeterminato.

Ma fra le persone giovani, sono più le donne o gli uomini ad avere rapporti a tempo determinato? «Prima del 2019, l’incidenza del lavoro dipendente a termine non era molto diversa, diciamo che da questo punto di vista c’era quasi parità. Ora, però, la mia impressione è che le giovani donne con contratto a termine siano state più colpite degli uomini perché i settori della ristorazione, del commercio o del turismo ricorrono spesso a questa tipologia di contratti per far fronte ai picchi stagionali. Riassumendo: mentre durante la crisi economica le perdite occupazionali hanno investito soprattutto i giovani con rapporti a termine, uomini e donne, la crisi pandemica ha penalizzato soprattutto le occupate precarie».

La segregazione occupazionale
La concentrazione di più dei due terzi dell’occupazione femminile in soli 7 settori mostra come gli esiti occupazionali delle diverse crisi siano ancora pesantemente influenzate dalla cosiddetta “segregazione occupazionale”.

Quello della “segregazione occupazionale”, spiega Bettio, «è un fenomeno che inizia con la storia del lavoro pagato e del capitalismo». Sostanzialmente, significa che ci sono occupazioni stereotipate al femminile e al maschile: che ci sono mestieri ritenuti più adatti agli uomini o addirittura preclusi alle donne. «Nell’Ottocento la divisione era nettissima, da qui il termine segregazione: i libri paga delle fabbriche, ad esempio, raramente riportavano occupazioni catalogate come miste, anche quando l’ambito lavorativo era lo stesso. Le pulizie che facevano le donne erano di un certo tipo, le pulizie che facevano gli uomini erano di un altro: e i due tipi di lavoro erano tenuti separati e ‘prezzati’ in modo diverso».

La segregazione ha sempre giocato su due livelli: quello culturale, che ha a che fare con ciò che si riteneva e si continua a ritenere più appropriato per un uomo o per una donna, e un livello che riguarda invece la convenienza economica. Come spiega Bettio, «le imprese hanno sempre usato la cultura della segregazione anche a fini propri, per ragioni di natura economica e di differenziazione salariale. I mestieri che erano considerati “da donna” spesso non richiedevano meno competenze, ma erano ritenuti meno strategici per l’impresa, oppure richiedevano un grande dispendio di lavoro e i datori di lavoro avevano quindi interesse a pagarli di meno».

Dall’altra parte, continua Bettio, nella segregazione occupazionale hanno avuto un ruolo anche le scelte delle donne: «Pensiamo al lavoro di insegnante, che prima era tipicamente maschile e che da un certo punto in poi (almeno ai livelli medio-bassi di istruzione) è diventato tipicamente femminile. Questo passaggio da una professione stereotipata al maschile ad una stereotipata al femminile è stata sì facilitata dal passaggio della retorica dell’autorità del padre insegnante a quella della cura della mamma insegnante, ma ha spinto nella stessa direzione anche l’interesse da parte delle donne nell’aver garantita una certa flessibilità di orario per poter conciliare lavoro e famiglia, un onere che non si riesce ancora a spartire in modo equo».

Nel tempo sono stati utilizzati argomenti terribili e fantasiosi per giustificare la segregazione occupazionale e il suo carattere piramidale: sul fatto cioè che i mestieri al vertice della piramide sono più spesso maschili, così come i mestieri dove circola molto denaro. «Nella manifattura dell’Ottocento, ad esempio, i lavoratori maschi erano in generale contrari all’entrata delle donne perché temevano una riduzione del salario e usavano una serie di argomenti per mostrare che le donne non erano adatte: la forza fisica, la “responsabilità” o l’attitudine al comando. Nel settore dei servizi, quelli meglio pagati, gli argomenti sono stati anche più speciosi. Quando le donne sono entrate in magistratura (nel dopoguerra inoltrato) illustri giuristi e avvocati, magari nel novero di coloro che hanno dato i loro nomi a vie e piazze d’Italia, asserivano che le donne non erano adatte ad entrare in magistratura perché erano dominate da impulsi, sentimenti o addirittura isterie che avrebbero impedito loro di giudicare in modo equo».

Le giustificazioni a sostegno degli stereotipi occupazionali hanno subito continui mutamenti nel tempo per assecondare il passaggio da mestieri prevalentemente maschili a mestieri prevalentemente femminili e magari giustificare la caduta di salario e prestigio che ne conseguiva: quando il mestiere del maestro ha cominciato a perdere il proprio prestigio sociale, è improvvisamente diventato un mestiere adatto alle donne. Ma questo mutare delle argomentazioni, commenta Bettio, è esso stesso prova «che non ci sono lavori intrinsencamente più adatti a un sesso o a un altro».

Il problema dell’occupazione femminile
Se la segregazione occupazionale spiega la contingenza di alcune dinamiche durante le crisi, è anche vero che il lavoro delle donne sconta altri importanti problemi di fondo. Perché in Italia le donne lavorano meno che in altri paesi, quelli europei in particolare? E perché nella piramide occupazionale si ritrovano più verso il basso che verso l’alto in termini di prestigio, salario, potere?

Questa seconda domanda, dice Bettio, va posta per tutti i paesi, nessuno escluso e va valutata storicamente: «Fin dall’Ottocento in Italia e altrove, le donne guadagnavano sistematicamente meno di un uomo. Da noi, ad esempio, un’operaia che facesse un lavoro specializzato in una fabbrica tessile, le più avanzate dell’epoca, prendeva facilmente il 50 o il 40 per cento in meno degli operai specializzati maschi. Questa enorme disuguaglianza si è andata riducendo, ma ha lasciato dovunque un grosso zoccolo duro. E poi la storia non è lineare: ci sono periodi in cui conquistare la parità è meno difficile e periodi in cui c’è il rischio di tornare indietro, perché chi ha il potere non lo cede facilmente».

Bettio aggiunge anche che le donne dovrebbero essere rese consapevoli fin da piccole che la disuguaglianza persiste anche quando sembra innocua differenza: «Sulla carta abbiamo uguali diritti, e i fatti ci hanno regalato molte conquiste. Ma quando entri nel mondo del lavoro o in politica e vuoi emergere, quando ti fai una famiglia e cerchi di combinarla con un lavoro, misuri molto più chiaramente le differenze che ancora ci svantaggiano. Solo che, spesso, non hai più tempo, sei presa da ingranaggi quotidiani pressanti e difficili da smontare a fronte di aspettative di tipo tradizionale che magari vengono dai tuoi stessi figli, genitori, fratelli. Quando ti accorgi dello svantaggio, insomma, può essere tardi. È dunque importante che le giovani e giovanissime anticipino possibili difficoltà, pur nella consapevolezza che possono e debbono tentare di superarle».

Se tutto questo vale per l’Italia così come per altri paesi, l’Italia ha un problema di scarsa occupazione femminile che ha radici specifiche anche se comuni ad altri paesi dell’area del Mediterraneo. Ad esempio, una famiglia forte e un’influenza religiosa altrettante forte continuano ad opporsi al cambiamento di stereotipi e ruoli tradizionali: «L’importanza della famiglia dal punto di vista culturale ma anche economico, non va sottovalutata. La famiglia ha sempre avuto regole diseguali tra uomini e donne e la diseguaglianza su chi deve fare cosa ha condizionato anche il resto. Paradossalmente, dove la famiglia è più forte, là è più difficile il cambiamento».

Nei paesi nordici l’occupazione delle donne è più alta anche perché è stato “esportato” all’esterno il lavoro domestico e di cura: «Da noi se non c’è l’asilo ci sono i nonni, se non hai i nonni sei in difficoltà e questo impedisce a molte donne di lavorare o di lavorare a tempo pieno», dice Bettio. In un paese che ha asili nido accessibili a tutte le famiglie e aperti lungo tutta la giornata, parte di quel lavoro che da noi si svolge in famiglia viene fatto da insegnanti e altro staff, spesso al femminile e comunque regolarmente occupato: «Ecco come aumenta l’occupazione femminile. Se invece si risponde a molti bisogni con il lavoro “fatto in casa”, quello che non viene pagato, si riduce il lavoro “da esportare” al mercato. Il welfare familiare è contrario all’occupazione femminile, la blocca, perché trattiene a casa lavoro non pagato».

E quindi?
In un suo recente articolo Roberta Carlini, giornalista e scrittrice, ha spiegato che comunque la si guardi questa crisi ha sovrarappresentato le donne su vari fronti: quello delle persone che hanno perso il lavoro, quello dei lavori maggiormente esposti al contagio, e quello del lavoro in casa: «sia nella forma del lavoro a distanza, sia nell’aumento dei carichi del lavoro non retribuito dovuto alla chiusura di servizi essenziali o alla loro trasformazione, ancora una volta, a distanza, a partire dalla scuola». L’unico capitolo nel quale le donne non sono sovraesposte, dice, «è quello della risposta politica, che stavolta può utilizzare una quantità di risorse economiche pubbliche mai vista prima».

«È però importante, spiega Barbara Leda Kenny, coordinatrice di InGenere ed esperta di politiche di genere, «che questi investimenti non siano solo risarcitori. Il sistema che abbiamo conosciuto finora ha dimostrato di avere dei limiti enormi, che la pandemia ha semplicemente evidenziato. Pensare che se ne possa uscire ribadendo uno status quo che vede le donne in posizioni subalterne significa non aver imparato niente».

È dunque necessario, prosegue, un cambio di paradigma: «Durante l’emergenza è emerso molto chiaramente come l’immaginario della politica fosse un unico modello di famiglia: le madri single con figli a carico non hanno avuto il doppio dei congedi, ad esempio, si è parlato di madri lavoratrici, ma ci sono lavoratrici che non hanno figli e hanno invece degli anziani a carico. Il legislatore italiano ha ribadito invece, anche nelle politiche emergenziali, un unico modello di famiglia e di donna. E la riproposizione di un ministero delle Pari opportunità e della Famiglia è già un’indicazione politica che ci fa preoccupare».

Finora, prosegue Kenny, «le politiche di genere sono state orientate alla conciliazione che si può riassumere così: “fare tutto, dormire poco, non divertirsi mai”. La conciliazione implica il tenere per sé il lavoro di cura, secondo dinamiche costruite nei secoli dei secoli, e su modelli rispetto ai quali o le donne stanno fuori o si adattano per stare dentro con un solo piede. Le donne andrebbero invece prese come parametro e come norma, spostando il paradigma dalla conciliazione alla condivisione».

Il cambio di paradigma, dunque, mette accanto alla necessità di una maggiore occupazione femminile e alle politiche attive sul lavoro un cambiamento culturale, «che passi ad esempio da nuove politiche di orientamento allo studio: che non solo aumenterebbero il peso delle donne nelle cosiddette discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) dove c’è più lavoro e dove ci sono più soldi, ma orienterebbero anche le vocazioni dei ragazzi verso quei settori oggi fortemente femminilizzati e che hanno a che fare con la cura e il benessere della società».

Molti movimenti e gruppi di donne in questi mesi hanno elaborato delle proposte concrete in vista della stesura o della revisione del Piano nazionale di riforma e resilienza, e del programma di investimenti che sarà presentato alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU. Prevedono un incremento degli investimenti nelle infrastrutture sociali, nuove strategie formative, il contrasto agli stereotipi e, soprattutto, la valutazione degli impatti di genere: «La cosa fondamentale» conclude Kenny «è che oltre alle politiche di parità, ci sia anche qui un approccio di mainstreaming di genere, una vera trasversalità: un’analisi su come ciascun progetto impatterà sulle donne, presupposto necessario per una visione che sappia farsi realmente carico delle disuguaglianze, per colmarle».

[ Fonte articolo: ilpost ]

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