L'assalto a Capitol Hill, io c'ero

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Il racconto del corrispondente Antonio Di Bella 

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di Antonio Di Bella (Twitter @AntDiBella)

A una settimana dall’assalto al Congresso, il corrispondente Rai Antonio Di Bella rivede il film di quelle ore. Quello che segue è il suo racconto per immagini di quanto accaduto il 6 gennaio, fatti che inevitabilmente segneranno anche il prossimo insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca.

Non è solo una forca simbolica quella eretta dai sostenitori di Trump davanti a Capitol Hill. Lo slogan che ho sentito con le mie orecchie era: ”Hang Pence” cioè impicchiamo Pence. Il vicepresidente era accusato da Trump di non avere obbedito ai suoi ordini permettendo la proclamazione di Biden. “Non ho mai visto Pence così arrabbiato con Trump come in questi giorni”, ha confessato un suo assistente. Si è sentito messo nel mirino su ordine del presidente.

Molti poliziotti arretrano davanti agli invasori. Chi li guida è Doug Jensen, uomo di QAnon, la setta cospirazionista. Ma le indagini stanno rivelando che fra i manifestanti c’erano anche molti agenti di polizia fuori servizio e per gli agenti di guardia a Capitol Hill era difficile usare le maniere forti contro dei colleghi.

 

Jake Angeli è solo un soprannome, con l’Italia non c’entra niente. Si chiama Jacob Chansley, detto “lo Sciamano”. La sua fama ha permesso alla polizia di arrestarlo a poche ore dai fatti. Dovrà rispondere di ingresso illegale e violento.

Interessanti i tatuaggi di ispirazione nordica: triangoli intersecati: “Nodo dei caduti in battaglia” o Valknut, frassino del mondo, martello di Thor.  A destra una runa. Tutti simboli cari all’estrema destra suprematista. Il Valknut è collegata al culto di Odino. La tradizione è nordica e germanica. Nessuno dei manifestanti era di colore o ispanico. Non è un caso. Il grosso dei gruppi suprematisti rivendica la difesa del ceppo germanico-scozzese a loro parere negletto a favore dei neo immigrati in particolare ispanici e orientali.

Adam Johnson si e fatto fotografare sorridente con il leggio della speaker della Camera Nancy Pelosi sulla spalla. E’ stato arrestato nel giro di 24 ore. 36 anni, è sposato con una donna medico in Florida e ha con lei 5 figli. Ha un buon reddito. Testimonianza che chi ha marciato su Washington non è una massa di derelitti senza sostegno, ma ha mezzi per pagarsi aereo e alberghi che in quei giorni costavano non meno di 200 dollari a notte.

Richard Barnett è di Gravette, Arkansas. Dopo essersi fatto fotografare con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi le ha rubato il computer. Quando ha letto che la polizia lo stava cercando si è presentato spontaneamente: “Sono orgoglioso di quel che ho fatto, quella scrivania è mia, come contribuente, la Pelosi l’ha soltanto in uso temporaneo”. Dovrà rispondere di irruzione in ufficio pubblico e furto.

 

Una maglietta che non ha bisogno di molte spiegazioni. Sotto il teschio si legge “Work brings freedom”, la traduzione della tristemente famosa arbeit macht frei. I gruppi nazisti hanno rivendicato la partecipazione all’assalto. Arnold Schwarzenegger ha paragonato l’assalto a Capitol Hill alla notte dei cristalli in cui i nazisti nel 1938 in Germania hanno distrutto sinagoghe e attività commerciali ebraiche.

La bandiera confederata ha fatto parlare molti commentatori di assalto razzista a Capitol Hill. Trump ha sempre molto contestato il progetto di abbattere le statue degli eroi della Guerra di secessione perché colpevoli di schiavismo o atti razzisti. E molti gruppi trumpiani parlano apertamente di nuova secessione.

A tratti l’invasione sembra diventare una scampagnata. Alcuni manifestanti si fanno immortalare accanto alle statue. Ma non bisogna farsi ingannare da questi scatti. Nell’invasione sono morte cinque persone: un poliziotto, colpito con un estintore alla testa, una manifestante veterana di guerra uccisa con due colpi di pistola da un agente e altre tre persone per infarti o malori causati dalla ressa. Nei giorni successivi un altro agente si è tolto la vita.

 

Dopo avere infranto le finestre esterne e travolto gli agenti, molti sono saltati nell’emiciclo dall’alto della galleria dimostrando una conoscenza dei luoghi che non fanno pensare a un’azione improvvisata.

 

Uno dei momenti più drammatici: superati tutti gli sbarramenti i manifestanti arrivano alle porte dell’aula del congresso. Gli agenti di scorta presenti all’interno estraggono le pistole per proteggere i deputati pronti a sparare. Non ce ne sarà bisogno. La minaccia delle armi trattiene gli assalitori il tempo necessario a far riparare i politici in un luogo sicuro.

A un certo punto si sparge la voce di un possibile attacco chimico, ma c’è anche il pericolo che rifluiscano in aula i gas lacrimogeni usati dalla polizia. I politici asserragliati devono mettersi maschere antigas. Il terrore è totale.

Quando arrivano gli uomini della Guardia nazionale ormai è tutto finito. Possono solo fare la cernita dei danni.

Questo è ciò che resta della postazione televisiva di Associated Press e altre emittenti. Dopo avere documentato in diretta le prime fasi dell’assalto è stata presa di mira dai manifestanti al grido di “via le fake News”. Poco dopo sono arrivato io con la troupe Rai (il cameramen Fabio Trebbi e la producer Erika Esposito). Il tempo di fare un paio di dirette (incoscientemente a un passo dalle telecamere distrutte) e siamo stati aggrediti. “Fake news, andate via, questa è casa nostra, tutti vi odiano”. Il cameraman Fabio Trebbi ha avuto l’accortezza di non scappare precipitosamente ma di smontare lentamente il cavalletto per dimostrare che non avevamo paura. Ha funzionato. Ce ne siamo andati con le nostre gambe. Ci è andata bene. 

Le immagini che resteranno nella storia

[selezione immagini: Marina Tosto]

[ Fonte articolo: Rai News ]

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