A Cipro si andrà al ballottaggio per le elezioni presidenziali

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cipro elezione presidente

Nessuno dei 14 candidati alle elezioni presidenziali di domenica a Cipro ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti per essere eletto al primo turno, come largamente previsto dai sondaggi: i due più votati sono stati l’ex ministro degli Esteri Nikos Christodoulides, centrista, e Andreas Mavroyiannis, di sinistra, che con il 32 e il 29,6 per cento dei voti rispettivamente si sfideranno al ballottaggio del prossimo 12 febbraio.

Christodoulides era il candidato dato per favorito dai sondaggi, seppur sotto la soglia necessaria per essere eletto al primo turno: si è presentato da indipendente, ma è sostenuto da diversi partiti dell’area centrista. Mavroyiannis invece è sostenuto da AKEL, il Partito Progressista dei Lavoratori, di sinistra: si prevedeva che a sfidare Christodoulides al ballottaggio sarebbe stato o lui o Averof Neofytou, il leader di DISY, il partito di centrodestra del presidente uscente Nikos Anastasiadīs, nonché l’ex partito di Christodoulides. Averof è arrivato terzo, con poco più del 26 per cento dei voti. Hanno votato circa 404mila persone sulle 561mila che si erano registrate per farlo, con un’affluenza del 72 per cento.

– Leggi anche: A Cipro si vota per un nuovo presidente

Nikos Christodoulides saluta i fotografi dopo aver votato a Pafo (AP Photo/ Petros Karadjias)

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Un peacekeeper che faceva parte di una missione dell’ONU è stato ucciso nella Repubblica Democratica del Congo

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Un peacekeeper che faceva parte di una missione dell’ONU nella Repubblica Democratica del Congo, nell’Africa centrale, è stato ucciso domenica in un attacco all’elicottero su cui viaggiava. Lo ha detto un portavoce dell’ONU all’agenzia di stampa AFP, specificando che nell’attacco è stata ferita un’altra persona.

L’elicottero è stato attaccato attorno alle 15 ora locale (le 14 in Italia) mentre era in viaggio verso Goma, la capitale della provincia di Kivu Nord, nella parte orientale del paese, dove poi è riuscito ad atterrare. Al momento non è chiaro chi abbia compiuto l’attacco. Da tempo però in questa parte del paese sono in corso guerre e conflitti etnici legati soprattutto alle grandi ricchezze del territorio, e gli attacchi da parte di gruppi ribelli sono piuttosto frequenti: proprio nella provincia di Kivu Nord nel febbraio del 2021 fu ucciso l’ambasciatore italiano Luca Attanasio assieme al carabiniere Vittorio Iacovacci e a Mustapha Milambo, l’autista dell’auto su cui i due stavano viaggiando.

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Le elezioni presidenziali di domenica a Cipro

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I tre principali candidati erano tutti piuttosto vicini in quanto a consenso: come previsto, si andrà al ballottaggio

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A Cipro domenica c’è stato il primo turno delle elezioni presidenziali, a cui il 12 febbraio seguirà un secondo turno di ballottaggio: come sembrava molto probabile, infatti, nessuno dei candidati ha ottenuto la maggioranza assoluta per essere eletto al primo turno. Il presidente uscente di Cipro, il 76enne Nikos Anastasiadīs, è in carica da dieci anni e non si è potuto ricandidare perché ha raggiunto il limite di due mandati consecutivi. I tre principali candidati – dei 14 in totale – sono sostenuti da aree politiche diverse ma sono comunque tutti considerati sostanzialmente piuttosto vicini alle posizioni di Anastasiadīs.

Come è sempre da decenni, la più importante questione politica di Cipro riguarda le relazioni con la parte turca dell’isola, l’autoproclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord. L’isola è infatti divisa dal 1974, quando la Guardia nazionale cipriota e la giunta militare al governo in Grecia (il “regime dei colonnelli“) organizzarono un colpo di stato e l’esercito della Turchia invase parte di Cipro. Oltre a questo, i maggiori problemi del paese riguardano inflazione, corruzione e immigrazione (Cipro, per la sua posizione geografica, ha molti richiedenti asilo, specie se in relazione ai suoi abitanti).

Secondo i sondaggi pre-elettorali il candidato dato per favorito, seppur ampiamente sotto la soglia necessaria a ottenere la maggioranza assoluta, era Nikos Christodoulides, ex ministro degli Esteri ed ex portavoce del governo. Christodoulides si è presentato da indipendente ma è sostenuto da diversi partiti dell’area centrista ed è stato il candidato più votato. Ha 49 anni e rispetto agli altri candidati è forse quello che terrebbe un approccio più duro nei rapporti con la Turchia.

Nikos Christodoulides e famiglia, al seggio di Geroskipou (EPA/KATIA CHRISTODOULOU)

Al ballottaggio con Christodoulides andrà invece Andreas Mavroyiannis, che ha 66 anni ed è sostenuto da AKEL, il Partito Progressista dei Lavoratori, di sinistra. Il terzo candidato più votato è stato e Averof Neofytou, che ha 61 anni ed è il leader di DISY, il partito di centrodestra del presidente Anastasiades e l’ex partito di Christodoulides.

Cipro è una repubblica presidenziale, in cui cioè il presidente è a capo del governo. A queste elezioni si erano registrate per votare 561mila persone: l’affluenza è stata del 72 per cento.

– Leggi anche: La riunificazione di Cipro è impossibile?

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La rete TIM ha avuto problemi in diverse parti d’Italia

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Dalla tarda mattinata al tardo pomeriggio di oggi, domenica 5 febbraio, la rete TIM ha funzionato male in diversi parti d’Italia. Downdetector, sito che raccoglie le segnalazioni degli utenti riguardo a malfunzionamenti di questo tipo, ha mostrato che le prime segnalazioni c’erano state intorno alle 11.30: i problemi, che sono sembrati riguardare soprattutto le linee fisse, sono stati risolti a partire dalle 17.

Secondo l’osservatorio indipendente NetBlocks, nel pomeriggio la connettività è stata al 26 per cento rispetto ai livelli ordinari. Ansa scrive che un portavoce dell’azienda ha parlato di «un problema di interconnessione internazionale» che ha avuto conseguenze anche sui servizi telefonici in Italia.

(Rafael Henrique/SOPA Images via ZUMA Wire)

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Dieci persone sono morte a causa di varie valanghe in Austria e in Svizzera

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valanghe austria svizzera

Nel fine settimana dieci persone sono morte a causa di varie valanghe in Svizzera e nel Tirolo, nella parte occidentale dell’Austria. La polizia austriaca ha fatto sapere che domenica nel Tirolo sono state trovate morte cinque persone, tra cui due uomini che stavano praticando sci-alpinismo e uno che stava guidando uno spazzaneve. Tra venerdì e sabato sempre nel Tirolo erano stati trovati morti tre turisti stranieri: un 32enne cinese, un 17enne neozelandese che stava sciando fuoripista e un cinquantenne tedesco che venerdì era stato segnalato come disperso nella valle di Kleinwalsertal, vicino al confine con la Germania. In Svizzera un uomo e una donna sono stati travolti da una valanga sabato mattina mentre sciavano fuoripista nel cantone dei Grigioni, nel sud-est del paese.

Le valanghe di neve sono piuttosto comuni sia in Austria che in Svizzera, ma nel fine settimana sono state particolarmente frequenti soprattutto a causa delle nevicate abbondanti, motivo per cui le autorità austriache avevano emanato un’allerta per la probabilità che se ne verificassero più del solito. Solo sabato in Tirolo ci sono state 30 valanghe, che hanno coinvolto in totale 11 persone.

Un elicottero della polizia austriaca durante alcune operazioni di soccorso nel febbraio del 2022 (EPA/ Liebl Daniel, ANSA)

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La Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha graziato «decine di migliaia» di persone detenute

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Ali Khamenei intento a pregare insieme a decine di ragazzine iraniane, dietro di lui

La Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei, la più importante figura politica e religiosa del paese, ha graziato «decine di migliaia» di persone detenute, tra cui alcune di quelle arrestate nelle recenti proteste contro il governo. Lo ha comunicato l’agenzia di stampa statale iraniana IRNA.

L’articolo 110 della Costituzione iraniana dà alla Guida suprema del paese l’autorità di concedere la grazia dietro raccomandazione della magistratura: il capo del sistema giudiziario iraniano Gholamhossein Mohseni-Ejei ha chiesto a Khamenei di farlo perché da quando la frequenza e la partecipazione alle proteste è diminuita «un gran numero di persone, specialmente giovani» che vi avevano preso parte ora «rimpiangerebbero le loro azioni». Le manifestazioni contro il governo si sono diradate da quando sono cominciate le uccisioni di alcuni dei manifestanti condannati a morte.

La grazia concessa da Khamenei, secondo quanto riferito dai media statali iraniani, prevede una serie di condizioni. Innanzitutto non è stata concessa a nessun prigioniero che abbia una doppia nazionalità: le autorità iraniane hanno infatti descritto le proteste come sommosse sostenute da paesi stranieri. In secondo luogo per ottenere la grazia le persone detenute dovranno giurare in forma scritta di «rimpiangere» ciò che hanno fatto, ha detto il vicecapo del sistema giudiziario Sadeq Rahimi.

Infine non sarà concessa grazia alle persone accusate di alcuni reati, tra cui alcuni per cui è prevista la pena di morte. Secondo l’organizzazione per la difesa dei diritti umani Iran Human Rights, che ha sede in Norvegia, ci sono almeno 100 persone detenute che rischiano di essere condannate a morte per aver partecipato alle proteste e sono state private del diritto di parlare con un proprio legale e del diritto a un giusto processo.

Quattro persone sono già state uccise dopo essere state condannate a morte per reati legati alla proteste.

Le proteste sono le più estese dalla Rivoluzione del 1979, quella che trasformò l’Iran in una Repubblica Islamica e di cui in questo periodo dell’anno ricorre l’anniversario. Erano iniziate tre mesi fa dopo la morte in carcere di Mahsa Amini, una giovane donna arrestata a Teheran perché non indossava in maniera corretta il velo: nel giro di poco tempo si sono trasformate in una più generale rivolta contro il regime, allargandosi ad altre città. Secondo HRNA, l’agenzia di stampa delle organizzazioni attiviste per i diritti, sono circa 20mila in totale le persone arrestate per le proteste.

La Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei mentre prega con decine di ragazzine, a Teheran, il 3 febbraio 2023 (EPA/Ufficio stampa di Khamenei, ANSA)

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I continui blackout in Sudafrica

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È estate, fa caldo, ed è un gran problema per i privati, per le industrie e perfino per le pompe funebri

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In Sudafrica i blackout sono piuttosto comuni da anni, ma dal settembre del 2022 le interruzioni pianificate del servizio elettrico sono diventate la norma, con conseguenze piuttosto gravi sia per le attività quotidiane che per l’economia del paese. Le interruzioni sono decise dalla società elettrica statale Eskom per poter effettuare interventi di manutenzione sulle centrali vecchie e inadeguate ed evitare il collasso del sistema. Il governo, che sta cercando di intervenire, sta anche valutando di dichiarare lo stato di “disastro nazionale”, come era accaduto con la pandemia da coronavirus nel 2020. Secondo i critici quello dell’inefficienza del servizio elettrico nazionale è un problema che è stato ignorato troppo a lungo.

La Eskom fornisce la stragrande maggioranza dell’elettricità in tutto il Sudafrica, ma il problema è che fa affidamento su una serie di centrali elettriche a carbone obsolete e malconce. Per evitare il sovraccarico degli impianti, nel 2022 aveva previsto 200 giorni di interruzioni pianificate: dall’inizio di quest’anno però ci sono stati blackout in gran parte del paese ogni giorno, anche più volte al giorno, provocando una situazione senza precedenti. Le interruzioni più brevi, quelle del cosiddetto “livello 1”, durano due ore e mezza; quelle previste nei casi di estrema necessità (“livello 8”, a cui finora non si è arrivati) invece sono distribuite in vari momenti della giornata e sommate arrivano a un totale di 13 ore e mezza in un giorno.

Per esempio, tra il 31 gennaio e il primo febbraio a Johannesburg, la città più grande del Sudafrica, erano in vigore le restrizioni dei livelli 5 e 6. Nel giro di poco più di 24 ore, in un isolato della città, l’elettricità è stata interrotta dalle 22 alle 00:30, poi di nuovo dalle 4 alle 6:30, dalle 12 alle 16:30 e dalle 20 alle 22:30: in totale 12 ore, praticamente mezza giornata.

Con interruzioni dell’elettricità così frequenti, le persone devono adattarsi a lavorare e programmare attività comuni come preparare da mangiare negli orari in cui possono usare l’elettricità. La situazione è aggravata dal fatto che attualmente in Sudafrica è estate, e in alcune parti del paese le temperature si sono avvicinate ai 40 °C: senza elettricità e in assenza di un generatore non è possibile usare ventilatori o condizionatori, né gli impianti per rinfrescare gli stabilimenti industriali.

Proprio a causa del grande caldo, lo scorso 24 gennaio il segretario nazionale dell’associazione delle imprese di pompe funebri sudafricane, Vuyisile Mabindisa, ha consigliato alla popolazione di seppellire i defunti entro quattro giorni dalla morte. Mabindisa ha detto che non potendo garantire la conservazione dei corpi alle temperature adeguate, a causa della mancanza di elettricità, molte imprese si erano trovate a seppellire corpi in avanzato stato di decomposizione, un processo accelerato dal caldo.

Nell’ultimo fine settimana di gennaio ci sono state proteste contro le interruzioni nel servizio elettrico sia a Johannesburg che a Cape Town, Pretoria e altre città. Il problema, che secondo i partiti di opposizione è stato ignorato troppo a lungo, sta mettendo in grossa difficoltà anche la ristorazione, l’agricoltura e l’allevamento, con conseguenze enormi sull’economia del paese.

Senza elettricità i ristoranti rischiano di dover buttare il cibo che va a male, mentre le aziende agricole hanno problemi sia con i sistemi di irrigazione che con i processi per la lavorazione del cibo. Un agricoltore della provincia di Free State, nella parte orientale del paese, ha raccontato a CNN che sia lui sia altri agricoltori della zona sono stati costretti a buttare l’equivalente di centinaia di migliaia di euro di patate da semina (quelle che sono usate per avviare la coltivazione) che erano andate a male a causa dell’interruzione della catena del freddo. In uno stabilimento di Lichtenburg, nel nord del paese, 50mila polli allevati dentro un capannone sono morti a causa della scarsa ventilazione, con perdite economiche stimate in circa 1,6 milioni di rand, l’equivalente di circa 85mila euro.

La situazione è così grave che secondo gli economisti della Banca Mondiale nel 2023 la crescita del PIL nazionale sarà in parte frenata proprio a causa delle conseguenze delle interruzioni del servizio elettrico.

Automobili viaggiano su una strada senza illuminazione a causa dei blackout a Johannesburg, nel settembre del 2022

Automobili viaggiano su una strada senza illuminazione a causa dei blackout a Johannesburg, nel settembre del 2022 (AP Photo/ Denis Farrell, File)

In questa situazione rischiano inoltre di aumentare sia gli incidenti stradali che i livelli di criminalità, che in Sudafrica sono già un grosso problema. Come ha notato il segretario generale del sindacato dei corpi di polizia del Sudafrica, Tumelo Mogodiseng, senza illuminazione il traffico è più lento perché i semafori non funzionano, pattugliare le strade è più complicato ed è probabile che furti e rapine non vengano notati.

Per ora è difficile stabilire con certezza quale impatto stiano avendo i blackout sull’andamento dei reati, ha spiegato sempre a CNN Gareth Newham, direttore del programma per la prevenzione della violenza e la giustizia all’Istituto per gli studi sulla sicurezza di Pretoria. Newham ha detto però di temere che un peggioramento della situazione o un eventuale collasso temporaneo del servizio possano portare a rivolte e saccheggi come quelli del luglio del 2021, provocati dall’arresto dell’ex presidente Jacob Zuma, ma innestati su una situazione economica e sociale già molto precaria.

Una donna legge un libro illuminato con una piccola luce a batteria nella sua stanza a Johannesburg

Una donna legge un libro illuminato con una piccola luce a batteria nella sua stanza a Johannesburg (EPA/ Kim Ludbrook, ANSA)

Eskom ha una lunga storia di perdite finanziarie e investimenti poco lungimiranti, e anche dopo la fine dell’apartheid, nel 1994, è stata accusata di aver gestito in maniera inadeguata le proprie strutture e i propri affari. Le indagini per corruzione che hanno portato all’arresto di Zuma inoltre hanno coinvolto alcuni ex dirigenti dell’azienda, che si ritiene abbia una gestione piuttosto disastrata anche a causa della corruzione. La situazione attuale comunque è un problema che non sembra potersi risolvere velocemente. In una recente conferenza stampa, il presidente del consiglio di amministrazione di Eskom, Mpho Makwana, ha fatto sapere che le interruzioni pianificate andranno avanti almeno per i prossimi due anni.

Per cercare di risolvere in parte la situazione, giovedì il governo sudafricano – che dal 1994 è sempre stato guidato dallo stesso partito, il Congresso Nazionale Africano – ha presentato un piano che punta a limitare il ricorso alle interruzioni di elettricità pianificate. Il piano è basato su un programma più ampio voluto dall’attuale presidente Cyril Ramaphosa e pensato per favorire la produzione di energia da fonti rinnovabili (il Sudafrica produce la gran parte della sua energia elettrica bruciando carbone, il più inquinante dei combustibili fossili). Tra le altre cose, prevede interventi per risanare Eskom, per riqualificare le infrastrutture già esistenti e per realizzarne di nuove; prevede inoltre di aumentare le importazioni di elettricità dai paesi confinanti e di comprarne anche da produttori privati.

– Leggi anche: La grossa inchiesta sulla corruzione in Sudafrica

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L’Italia di rugby è stata battuta 29-24 dalla Francia all’esordio nel Sei Nazioni

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La Nazionale maschile di rugby è stata battuta 29-24 dalla Francia nella prima giornata del Sei Nazioni. Allo Stadio Olimpico di Roma la partita contro i campioni in carica e grandi favoriti del torneo è stata molto più combattuta del previsto. L’Italia è riuscita a restare in partita fino all’ultimo ed è stata superata soltanto a dieci minuti dalla fine. I suoi punti sono stati segnati da Tommaso Allan, con quattro calci di punizione, e da Ange Capuozzo, autore dell’unica meta italiana della partita, contro le quattro della Francia.

L’Italia giocherà la prossima partita di questo Sei Nazioni domenica a Londra contro l’Inghilterra, che ieri è stata battuta in casa 29-23 dalla Scozia. Nell’altra partita della prima giornata l’Irlanda ha battuto 34-10 il Galles.

(David Rogers/Getty Images)

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In Marocco si gioca un altro Mondiale

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Partecipano le squadre di calcio vincitrici di tutti i trofei continentali, anche se a vincere sono quasi sempre le europee

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È iniziato questa settimana in Marocco il Mondiale per club della FIFA, la vecchia Coppa Intercontinentale in formato ampliato a cui partecipano le squadre di calcio vincitrici di tutti i trofei continentali. È una delle ultime edizioni prima della grossa riforma che la FIFA sta cercando di approvare da tempo e che dovrebbe creare un vero Mondiale per club giocato da almeno 24 squadre e disputato ogni quattro anni.

Nel frattempo però si sta continuando con il vecchio formato, peraltro spostato da dicembre 2022 a febbraio 2023 per la concomitanza con i Mondiali in Qatar. L’edizione attuale si sta giocando in Marocco, che come paese ospitante ha un posto riservato per la vincitrice del suo campionato: il Wydad Casablanca, che però si era già qualificato al torneo avendo vinto anche l’ultima Champions League africana.

Per questo a rappresentare l’Africa è stata chiamata l’altra finalista, l’Al-Ahly del Cairo, che il primo febbraio ha inaugurato il torneo contro i neozelandesi dell’Auckland City, vincitori dell’ultima Champions League oceanica (torneo a cui non partecipano le australiane, che giocano in quella asiatica).

Entrambe hanno vinto rispettivamente dieci titoli continentali, ma tra le due c’è una grossa differenza, dato che l’Auckland City non è altro che una piccola squadra semi-professionistica. E questa differenza si è vista tutta nel 3-0 con cui l’Al-Ahly si è facilmente qualificato al secondo turno del torneo, dove il livello inizierà a essere più alto.

Le due partite del secondo turno sono in programma sabato e c’è una certa curiosità per il debutto della prima squadra statunitense ai Mondiali per club. L’anno scorso infatti i Seattle Sounders erano riusciti a vincere la Champions League del Nord e Centro America, interrompendo sedici anni di vittorie messicane consecutive, peraltro in una stagione conclusa al ventunesimo posto nel Major League statunitense (MLS).

I Seattle Sounders nella finale di CONCACAF Champions League contro i Pumas UNAM (Steph Chambers/Getty Images)

Finora in contesti ufficiali le squadre di MLS sono arrivate ad affrontare solamente avversarie del Centro America nelle loro poche partite internazionali: nel Mondiale per club, Seattle sarà quindi la prima a giocare contro una squadra africana, gli egiziani dell’Al-Ahly.

Nell’altra partita del secondo turno, il Wydad Casablanca esordirà contro l’Al-Hilal, la squadra saudita che ha vinto la Champions League asiatica, ma quella del 2021. L’edizione del 2022, infatti, deve ancora concludersi: tra sospensioni e rinvii lo farà solamente il prossimo maggio, e così la confederazione asiatica ha scelto di farsi rappresentare in Marocco dall’Al-Hilal, ultima detentrice del titolo.

Le vincenti del secondo turno avanzeranno alle semifinali della prossima settimana. Una tra Seattle Sounders e Al-Ahly troverà il Real Madrid campione d’Europa in carica, mentre chi passerà tra Wydad Casablanca e Al-Hilal giocherà contro i brasiliani del Flamengo, che lo scorso ottobre avevano vinto la Copa Libertadores. La finale del Mondiale per club in Marocco si giocherà poi sabato 11 febbraio.

È dal 2013 che il torneo viene vinto ininterrottamente dalle squadre europee, il cui livello rimane irraggiungibile per il resto del mondo. In questo arco di tempo il Real Madrid ha saputo vincere il titolo mondiale quattro volte, mentre l’ultima vittoria di una non europea rimane quella ottenuta nel 2012 dai brasiliani del Corinthians.

Nelle 18 edizioni disputate dal 2000 a oggi, le europee hanno vinto il Mondiale per club 14 volte, mentre le sudamericane le restanti quattro. Ci sono state soltanto cinque finaliste — mai vincenti — non provenienti da uno di questi due continenti, l’ultima delle quali, il Tigres di San Nicolás de los Garza (Messico), venne battuta in finale dal Bayern Monaco nel 2020.

– Leggi anche: Il Chelsea ha portato il baseball nel calcio

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La roccia disabitata che fa litigare quattro nazioni

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Si chiama Rockall ed è in sostanza uno sperone in mezzo all’oceano, ma Scozia, Irlanda, Danimarca e Islanda hanno ragioni per contenderselo

Nel nord dell’oceano Atlantico c’è uno sperone roccioso che fa litigare da tempo Scozia e Irlanda, nonostante sia deserto, inadatto a essere abitato e di dimensioni molto ridotte: si chiama Rockall e torna periodicamente al centro dell’attenzione sulla stampa locale non solo perché attira avventori con obiettivi diversi, ma soprattutto per ragioni legate ai diritti di pesca. Per via delle sue vicende, Rockall è diventato uno dei simboli della rivalità tra Scozia e Irlanda, ma diversi altri paesi sono coinvolti nella disputa.

Lo sperone di Rockall è lungo circa 25 metri, è largo 22 e ha un’elevazione di 17 metri sul livello del mare: più o meno come un campo da basket circondato dal mare. Si trova 370 chilometri a ovest dell’arcipelago scozzese delle Ebridi esterne e a 420 chilometri a nord della contea di Donegal, nel nord dell’Irlanda. Non ospita piante né arbusti, ci passano solo poche specie di uccelli migratori e per via della sua limitatissima superficie occupabile non è un posto dove potersi stabilire: a parte una serie di naufragi, fu raggiunto per la prima volta nel 1810 dai britannici. Oggi nelle acque intorno allo sperone si pescano grandi quantità di merluzzo, rane pescatrici e calamari, ma oltre a quelli ci sono anche giacimenti di petrolio e gas naturale che interessano a vari paesi.

Il Regno Unito rivendica Rockall come parte del proprio territorio dal 1955 e lo ha incorporato come parte della Scozia nel 1972. Né l’Irlanda né altri paesi però riconoscono l’annessione, motivo per cui da tempo sono in corso dispute e discussioni rispetto alla competenza del territorio, soprattutto per quanto riguarda i diritti di pesca e la possibilità di esplorare le risorse naturali.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) stabilisce che le rocce su cui non è possibile abitare o sostenersi in maniera autonoma, come Rockall, non possano avere una propria zona economica esclusiva, ovvero la porzione di mare che si estende dalla costa fino a un massimo di 370 chilometri e sulla quale uno stato esercita una forma di sovranità, per esempio per lo sfruttamento della pesca. Il Regno Unito ritiene in ogni caso che Rockall faccia parte della propria zona economica esclusiva, visto che il territorio a lui più vicino è quello dell’isola scozzese di Soay, nell’arcipelago di Saint Kilda, circa 300 chilometri più a est: ritiene perciò di avere il diritto esclusivo di pesca a Rockall nelle cosiddette acque territoriali, la porzione di mare che arriva fino a 22 chilometri dalla costa, come prevedono le leggi internazionali.

– Leggi anche: Turchia e Grecia continuano a litigare per Kastellorizo

Nel 2014 Regno Unito e Irlanda avevano pubblicato i confini aggiornati delle rispettive zone economiche esclusive, che includevano Rockall nel territorio di competenza britannico. Tuttavia le discussioni sono continuate, e coinvolgono anche altre nazioni.

Mentre l’Irlanda sostiene che Rockall non possa essere riconosciuto come parte di alcuno stato, l’Islanda ne rivendica l’appartenenza: pur trovandosi 700 chilometri più a nord, sostiene che lo sperone si trovi sulla propria piattaforma continentale (cioè la parte sommersa di un continente che termina nel punto in cui la pendenza del fondale aumenta in maniera significativa). Per lo stesso motivo rivendica il possesso di Rockall anche la Danimarca, secondo cui farebbe parte della piattaforma continentale che comprende l’arcipelago danese delle isole Fær Øer, a nord della Scozia.

rockall attivisti greenpeace

Alcuni attivisti di Greenpeace su Rockall nel 1997 (Greenpeace/ ANSA)

Le tensioni più forti ci sono state nel giugno del 2019, quando la ministra scozzese per la Cultura, il Turismo e gli Esteri Fiona Hyslop aveva minacciato di far allontanare dalle acque attorno a Rockall alcune navi da pesca irlandesi. Dal canto suo, il governo irlandese aveva contestato di nuovo le rivendicazioni della Scozia, e l’associazione di pescatori della contea irlandese del Donegal aveva detto che le sue navi avrebbero continuato a pescare nell’area attorno allo sperone, come avevano sempre fatto. Si è parlato ancora della questione nel gennaio del 2021, quando una nave da pesca irlandese era stata in effetti bloccata dalla marina scozzese per impedirle di pescare in quelle che la Scozia ritiene le proprie acque territoriali.

Nel tempo Rockall è diventato una specie di simbolo di una più ampia rivalità tra Scozia e Irlanda. Nel 1985 Tom McClean, veterano dello Special Air Service, una divisione dell’esercito britannico, salì sullo sperone e ci rimase per 40 giorni per rivendicarlo come possedimento britannico. Nel 1992 Phillip e Fergus Gribbon, due fratelli irlandesi, pianificarono di occuparlo per rimuovere la targa con cui nel 1955 gli inglesi lo avevano rivendicato come loro territorio e piantarci la bandiera irlandese (alla fine non ci andarono). Prima ancora invece il gruppo folk irlandese Wolfe Tones aveva dedicato a Rockall una canzone piuttosto esplicita, in cui tra le altre cose diceva che lo sperone non sarebbe «mai finito nelle mani avide della [Gran] Bretagna».

Rockall è stato anche meta di alcuni radioamatori che l’hanno occupata brevemente in varie occasioni e di un gruppo di attivisti di Greenpeace che nel 1997 ci rimase per 42 giorni in segno di protesta contro le attività di esplorazione petrolifera.

Nel luglio del 2014 invece lo scozzese Nick Hancock ci restò 45 giorni puntando a superare il record di McClean, con lo scopo di raccogliere fondi per un’organizzazione benefica. Raccontò di aver passato il tempo leggendo molti libri, di aver cominciato a parlare con gli uccelli che si posavano sullo sperone e di aver osservato varie navi da pesca e due balenottere minori. Fu però costretto a rientrare prima dei 60 giorni che aveva previsto perché una tempesta aveva portato via parte dei rifornimenti che aveva portato con sé.

Nell’estate del 2020 un gruppo di alcune persone ha partecipato al primo giro turistico di Rockall, avvicinandocisi prima in nave e poi con un gommone, tra onde alte fino a 6 metri e venti particolarmente forti.

Lo scorso giugno, in occasione dei 70 anni di regno della regina Elisabetta II, un gruppo di persone aveva pianificato di raggiungere lo sperone e restarci per due giorni con l’obiettivo di raccogliere un milione di sterline per un ospedale pediatrico e un’associazione benefica. La spedizione fu cancellata a causa dell’aumento globale dei costi del carburante. Cam Cameron, il leader del gruppo, aveva fatto sapere che la spedizione sarebbe stata rimandata al 2023.

Il giro turistico a Rockall nel 2020

– Leggi anche: L’eccezionale isola di Giava

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