Il Brasile sceglie fra Lula e Bolsonaro

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Il primo è favorito e potrebbe vincere senza bisogno del ballottaggio, ma c’è preoccupazione per come il secondo prenderebbe una sconfitta

Domenica saranno quasi 150 milioni i brasiliani chiamati a eleggere il nuovo presidente, 27 degli 81 senatori, tutti e 513 membri della Camera dei deputati e tutti i 27 governatori degli stati del paese. L’elezione più attesa è quella presidenziale, con due candidati principali: il presidente uscente Jair Bolsonaro, di estrema destra, e l’ex presidente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva. Nel caso in cui nessuno dei candidati arrivasse al 50 per cento nel primo turno di domenica è previsto un ballottaggio per il 30 ottobre.

I due candidati hanno storie personali e idee politiche lontanissime: rappresentano parti della popolazione e visioni del futuro del Brasile molto distanti e per questo hanno dato vita a una campagna elettorale molto tesa, che fra gli ostentati colori della bandiera brasiliana (giallo e verde) e gli onnipresenti inni dei candidati è stata condizionata anche da episodi di violenza.

Lula, presidente fra il 2003 e il 2007, tornato ed essere eleggibile dopo l’annullamento della condanna per corruzione del 2017, è il favorito dei sondaggi, con circa dieci punti percentuali su Bolsonaro. La competizione aveva inizialmente undici candidati: alcuni si sono ritirati durante la campagna e nessuno sembra in grado di impensierire i due principali, con Ciro Gomes e Simone Tebet, gli altri due più popolari ed entrambi centristi, ampiamente sotto il 10 per cento nelle intenzioni di voto.

La Costituzione brasiliana, promulgata il 5 ottobre 1988 dopo la fine della lunga dittatura militare (1964-1984), stabilisce che il paese sia una repubblica presidenziale federale: il presidente esercita il potere esecutivo ed è capo del governo. La contestualità delle elezioni di almeno un ramo del parlamento, che detiene il potere legislativo, fa sì che il presidente, attraverso il proprio partito, spesso controlli anche in modo più o meno diretto l’azione legislativa.

Jair Bolsonaro, in carica dal gennaio 2019 dopo 27 anni da deputato dello stato di Rio de Janeiro, ha interpretato il ruolo accentrando molti poteri, sostituendo spesso i membri del suo governo non sufficientemente allineati e sottoponendo la democrazia brasiliana a quello che è stato definito un “forte stress”. In questa elezione ci sono timori che il presidente uscente, che ha lungamente criticato il sistema elettorale e denunciato brogli, possa non rispettare l’esito del voto, in un atteggiamento simile a quello che assunse Donald Trump negli Stati Uniti dopo la vittoria di Joe Biden.

Gran parte della campagna elettorale di Bolsonaro è stata impostata sulla denuncia di possibili frodi e sulla demonizzazione dell’avversario: Lula è stato indicato ora come “ladro”, ora come “comunista”, ora come pericolo per le confessioni religiose brasiliane.

Bolsonaro ha poi riproposto i temi della sua campagna vittoriosa del 2018: forte conservatorismo sociale, attenzione sulla sicurezza, difesa dei valori cristiani tradizionali, retorica bellicosa nei confronti delle rivendicazioni delle minoranze e della presunta “ideologia gender”. Durante i quattro anni della sua amministrazione, Bolsonaro ha abbassato le tasse per i più ricchi, ha riformato le pensioni, reso più semplice l’accesso alle armi e ridotto i budget destinati alla tutela dell’ambiente e in particolare della foresta amazzonica. Ex capitano dell’esercito, ha occupato molte delle posizioni chiave del suo governo con generali ed ex-militari.

– Leggi anche: Bolsonaro, l’esercito e il problema di accettare le sconfitte elettorali

La sua presidenza è stata caratterizzata da numerosi scandali legati alla corruzione e da continue polemiche, e ha aumentato la forte polarizzazione già presente nella società brasiliana. Bolsonaro ha gestito in maniera assai discutibile e controversa la pandemia, in cui sono morti 685.000 brasiliani (quarto bilancio più grave al mondo): è stato accusato di sottovalutare apertamente i pericoli, raccomandare soluzioni non scientifiche, cambiare quattro ministri della Sanità e dimostrarsi scettico verso i vaccini (è uno dei pochi leader mondiali non vaccinati).

Jair Bolsonaro, presidente in carica eletto con il Partito Liberale (AP Photo/Marcelo Chello)

Il ritorno sulla scena di Lula è stato accolto con sollievo dai molti critici di Bolsonaro, soprattutto perché l’ex presidente è considerato un personaggio abbastanza popolare per raccogliere le varie componenti di opposizione. Questa sarà la sesta elezione presidenziale di Lula, a distanza di 40 anni dalla sua prima sconfitta.

Lula ha 77 anni e alle spalle una storia politica lunghissima, ma prima degli scandali e dei processi è stato anche un presidente molto popolare. Il suo tasso di approvazione nel 2010, alla fine del mandato, era dell’83 per cento.

Le sue presidenze, in un periodo di forte crescita economica del Brasile, erano state caratterizzate da interventi forti ed efficaci nella lotta alla povertà e alla fame nelle fasce più povere, grazie a programmi di fondi sociali e di sostegno economico diretto come “Bolsa Familia” e “Fome Zero”.

Oggi quelle politiche di sostegno ai più poveri attraverso stanziamenti diretti di fondi (che i critici ritenevano populiste) sono state adottate anche dal rivale Bolsonaro, nel tentativo di aumentare la propria popolarità in un elettorato fedele al Partito dei Lavoratori di Lula, mentre quest’ultimo ha modificato parte dei temi della sua campagna.

Luiz Inácio Lula da Silva, candidato per il Partito dei Lavoratori (AP Photo/Bruna Prado)

Nel tentativo di intercettare un elettorato più conservatore, Lula ha scelto come vice-presidente Geraldo Alckmin, ex governatore per 12 anni dello stato di San Paolo, fervente cattolico vicino all’Opus Dei e suo avversario nelle elezioni del 2006, quando era candidato per la destra. Con questa scelta, la candidatura di Lula aspira a diventare una risposta da “fronte democratico” alla minaccia autoritaria di Bolsonaro, come dimostra l’appoggio ricercato e dichiarato di otto diversi ex-candidati alla presidenza.

In campagna elettorale Lula ha detto di voler aumentare i fondi destinati ai programmi sociali e gli interventi di finanziamento delle banche pubbliche, di aspirare a rendere più flessibile il limite di spesa e di deficit dello stato, di voler tornare a investire in programmi di controllo e difesa dell’ambiente nella regione amazzonica, specialmente nella repressione delle attività di deforestazione illegale. Altre proposte riguardano il riacquisto da parte dello stato di alcune raffinerie di petrolio cedute a Petrobras (compagnia petrolifera privata brasiliana), ma anche l’uscita dall’isolamento diplomatico, riallacciando rapporti nella regione: le vittorie di Gabriel Boric in Cile e Gustavo Petro in Colombia potrebbero creare un’alleanza progressista in Sudamerica, che il Brasile di Lula vorrebbe guidare.

– Leggi anche: Che storia ha Lula

Secondo i sondaggi, i temi più sentiti dall’elettorato sono quelli economici: la situazione internazionale e l’immissione di denaro per sostenere l’economia brasiliana dopo la fase acuta della pandemia hanno portato a un consistente aumento dell’inflazione che sta mettendo in difficoltà soprattutto i più poveri. Negli interessi degli elettori seguono le istanze sociali, come la lotta alla fame e alla povertà, la salute pubblica e la lotta alla corruzione.

Lula ha fra i suoi punti di forza l’appoggio convinto delle fasce della popolazione meno abbienti (che sono anche le più numerose) in particolare dell’area nordest del paese, dove è nato e dove ha operato prima come sindacalista e poi come politico. Questa è anche l’unica regione dove nel 2018 non vinse Bolsonaro, che invece è forte negli stati meridionali e in particolare in quello di San Paolo.

Durante la campagna, Lula ha cercato di avvicinarsi al crescente elettorato evangelico: in Brasile la Chiesa evangelica pentacostale è in forte crescita, è la confessione di circa il 30 per cento della popolazione, ed è per lo più animata da una visione politica molto conservatrice. Gli evangelici sono infatti una delle componenti forti dell’elettorato del presidente uscente, che nel 2019 affidò il ministero della Famiglia e dei Diritti umani alla pastora Damares Alves, che ha posizioni omofobe e antiabortiste.

Bolsonaro ha invece un problema con l’elettorato femminile, che è il 52 per cento del totale: le posizioni apertamente misogine del presidente, nonché una concezione retrograda del ruolo della donna, gli hanno inimicato una gran parte dell’elettorato femminile: oggi nei sondaggi il 51 per cento delle donne dice di sostenere Lula, contro il 29 per cento a favore di Bolsonaro.

Il voto nelle elezioni è obbligatorio in Brasile e nel 2018 la partecipazione fu dell’80 per cento. Domenica si eleggono anche i governatori (sono previsti gli eventuali ballottaggi) e 513 deputati, oltre a 27 senatori, che possono disporre di fondi particolari per i loro stati. La composizione del parlamento è fondamentale per qualsiasi presidente eletto, come dimostra la destituzione del 2016 della presidente Dilma Rousseff: il processo di impeachment iniziò nella Camera dei deputati per l’accusa di aver truccato i dati sul deficit di bilancio (accusa rivelatasi falsa due anni dopo).

Negli ultimi sondaggi le preferenze verso i candidati “minori” Gomes e Tebet sembrano assottigliarsi a favore dei due principali, aumentando le possibilità di Lula di essere eletto al primo turno: i sondaggisti hanno fatto crescere le possibilità di questo esito dal 15 al 30 per cento. Una vittoria di questo tipo renderebbe più complesso per Bolsonaro contestare la legittimità del processo di voto.

[ Fonte articolo: ilpost ]

L’esercito ucraino ha riconquistato un’altra importante città

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Dopo settimane di combattimenti ha ripreso Lyman, in una posizione strategica nell’est del paese

Sabato l’esercito ucraino ha ripreso il controllo di Lyman, una città nella regione di Donetsk considerata importante per la logistica della guerra nell’est del paese, in quella che è stata descritta come una cocente sconfitta per le forze russe, appena un giorno dopo il minaccioso discorso con cui Putin aveva annunciato l’annessione di quattro regioni ucraine. Il ministero della Difesa russo ha ammesso la ritirata, spiegando che i propri soldati si sono spostati in una posizione «più vantaggiosa» per evitare di essere intrappolati.

Nei video diffusi sabato dalle autorità ucraine si vedono i soldati issare le bandiere gialle e blu e festeggiare la riconquista. Le operazioni per riprendere Lyman, che prima della guerra aveva circa 20mila abitanti, sono durate settimane, tra i fitti boschi che circondano la città e da una parte e dall’altra del vicino fiume Siversky, che aveva fatto da linea del fronte naturale in quella zona dell’Ucraina. Lyman era usata dall’esercito russo come base logistica per le operazioni militari in quell’area, e la vittoria ucraina è considerata quindi di strategica importanza. Si pensa che gli ucraini abbiano preso anche decine di soldati russi come prigionieri.

È un altro successo della controffensiva dell’esercito ucraino che da settimane sta riconquistando territori che erano stati occupati dalle forze russe nell’est del paese, arrivando a controllare quasi tutta la regione di Kharkiv, un fronte che si credeva essere piuttosto solidamente in mano russa. Secondo il New York Times, Lyman può servire da avamposto oltre il fiume Siversky per facilitare ulteriori riconquiste a est.

Soltanto poche ore prima, Putin aveva platealmente annunciato che le quattro regioni ucraine annesse dopo i referendum illegali sarebbero state «per sempre» russe. Anche per questo la presa di Lyman è considerata una sconfitta particolarmente umiliante per l’esercito russo, attualmente in una fase di grossa difficoltà. Dopo l’annuncio della ritirata, il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha criticato i recenti fallimenti dell’esercito russo, suggerendo al Cremlino l’utilizzo di armi nucleari a bassa intensità. Nel suo discorso di venerdì, Putin aveva minacciato l’uso delle armi atomiche, quando aveva detto che il loro utilizzo nel 1945 da parte degli Stati Uniti aveva creato «un precedente».

– Leggi anche: Cosa significa il discorso di Putin

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174 morti a una partita di calcio in Indonesia

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Sono rimasti schiacciati nella calca a causa dei gas lacrimogeni usati dalla polizia in uno dei peggiori disastri di sempre in uno stadio

Almeno 174 persone sono morte e altre decine sono rimaste ferite in uno stadio di Malang, sull’isola di Giava in Indonesia, nelle violenze e nella calca seguite a una partita di calcio tra l’Arema FC e il Persebaya Surabaya. I tifosi avevano fatto irruzione in campo al termine dell’incontro, quando la polizia ha lanciato gas lacrimogeni provocando caos e panico tra la folla. Molte persone sono rimaste schiacciate nella ressa mentre cercavano di scappare. È uno dei peggiori, se non il peggiore, disastri avvenuti in uno stadio negli ultimi cinquant’anni.

La partita di calcio era di Liga 1, la massima serie indonesiana, ed era finita 3 a 2 per la squadra ospite del Persebaya Surabaya. Al Kanjuruhan Stadium c’erano 4mila persone in più del dovuto, ha detto il ministro della sicurezza indonesiano, mentre secondo il capo della polizia di Giava orientale a fare irruzione in campo sarebbero state circa 3mila persone, apparentemente tifosi della squadra sconfitta che giocava in casa, l’Arema FC.

(AP Photo/Yudha Prabowo)

Le immagini dallo stadio mostrano tifosi trasportare i feriti fuori dal campo, persone mentre scavalcano le recinzioni, molti corpi per terra. Tra i morti dovrebbe esserci anche un bambino di cinque anni. La FIFA, l’organo che governa il calcio mondiale, raccomanda alla polizia di non usare gas lacrimogeni negli stadi, proprio per l’alto rischio che provochino panico e calca tra i tifosi.

C’è ancora qualche incertezza sul numero dei morti, che comunque è sicuramente tra i più alti mai registrati in un disastro simile in uno stadio. Nel 1964, all’Estadio Nacional di Lima, in Perù, 320 persone morirono durante una partita di qualificazione alle Olimpiadi tra Perù e Argentina, in una dinamica simile. Nel 2001 ad Accra, in Ghana, ne morirono 126, sempre dopo l’utilizzo di gas lacrimogeni sulla folla che aveva fatto invasione di campo.

[ Fonte articolo: ilpost ]

La prima arbitra della Serie A

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Oggi Maria Sole Ferrieri Caputi diventerà la prima donna a dirigere una partita del massimo campionato di calcio

Dopo oltre novant’anni di campionato di calcio a girone unico, domenica ad arbitrare una partita di Serie A maschile ci sarà una donna: Maria Sole Ferrieri Caputi, che dirigerà Sassuolo-Salernitana, in programma alle 15 al Mapei Stadium di Reggio Emilia.

Ferrieri Caputi è livornese, ha 31 anni ed è laureata in Sociologia e ricerca sociale. Si è formata nella sezione dell’Associazione italiana arbitri (AIA) di Livorno ed è tra i professionisti dalla stagione 2020/2021. Attualmente è anche consulente di welfare aziendale.

Nell’ottobre del 2021 aveva debuttato in Serie B arbitrando Cittadella-Spal. Era così diventata la seconda donna a dirigere una partita di Serie B pochi mesi dopo la prima, Maria Marotta, che a maggio dello stesso anno era stata designata per Reggina-Frosinone.

Maria Sole Ferrieri Caputi con la terna arbitrale prima di Modena-Frosinone (ANSA /ELISABETTA BARACCHI)

In precedenza Ferrieri Caputi era stata nominata tra gli arbitri internazionali e sempre a ottobre del 2021 aveva diretto Scozia-Ungheria a Glasgow, partita valida per le qualificazioni ai Mondiali femminili del 2023. A fine 2021 era diventata la prima donna a dirigere una squadra di Serie A — il Cagliari — in un incontro di Coppa Italia.

In estate l’AIA aveva infine deciso di inserirla tra gli arbitri designabili per la Serie A. La sua promozione, anticipata alcune settimane prima dalla pubblicazione delle nuove graduatorie arbitrali, era stata annunciata del presidente dell’associazione, Alfredo Trentalange, che aveva detto: «È un momento storico. Maria Sole è stata promossa perché se lo merita. Sarà il designatore poi a decidere il suo percorso, non vogliamo dare privilegi a nessuno».

Nella stagione in corso, prima di essere designata per Sassuolo-Salernitana in Serie A, Ferrieri Caputi è stata quarto ufficiale di gara in Monza-Udinese della terza giornata e ha arbitrato Sampdoria-Reggina di Coppa Italia, Modena-Frosinone e Brescia-Perugia di Serie B.

– Leggi anche: Il campione e la campionessa di ciclismo

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L’uomo e le scarpe dei nuovi record della maratona

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Con le avanzatissime Nike Alphafly 2, Eliud Kipchoge si è avvicinato un altro po’ a correre una maratona competitiva in meno di due ore

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Già alle Olimpiadi di Londra del 1908 alcuni atleti corsero la maratona, la prima davvero lunga circa 42 chilometri, in meno di tre ore. Il primo a correrla in meno di due ore e mezza fu Sohn Kee-chung nel 1936. Kee-chung era coreano ma corse per il Giappone, paese che all’epoca aveva occupato il suo. E nel 1960, alle Olimpiadi di Roma, l’etiope Abebe Bikila andò vicinissimo a metterci meno di due ore e 15 minuti, correndo scalzo.

Il 25 settembre di quest’anno, a Berlino, il 37enne keniano Eliud Kipchoge ha stabilito un nuovo record mondiale della maratona, correndola in due ore, 1 minuto e 9 secondi e abbassando di trenta secondi il suo precedente primato del 2018. Il nuovo record rende ancora più vicino il superamento di una delle più importanti barriere simboliche dello sport, quella della maratona in meno di due ore. Una barriera, o un cosiddetto “muro”, che Kipchoge ha già superato nel 2019 a Vienna, correndo però in condizioni peculiari e sfruttando aiuti tecnologici e tecnici che non rendono quel record omologabile.

Anche in questi ultimi giorni, comunque, oltre che della straordinarietà della prestazione di Kipchoge si è parlato molto anche delle sue scarpe.

Sono decisamente cambiati i tempi da quando Bikila poteva riuscire, scalzo, a correre la maratona più veloce di chiunque altro. Oggi le scarpe sono determinanti e c’è chi si chiede se quelle usate da Kipchoge, le Nike Air Zoom Alphafly NEXT% 2, non lo siano troppo. Chi non gradisce l’importanza di queste scarpe cita studi su quanto migliorano le prestazioni; chi pensa invece sia giusto usarle, fa notare che fa parte del progresso e che peraltro le stanno usando in tantissimi, eppure solo ai piedi di Kipchoge permettono di avvicinarsi al muro delle due ore.

Nato nel 1984, quando il record mondiale della maratona era ancora sopra le due ore e 8 minuti, Eliud Kipchoge corse la sua prima maratona ufficiale meno di dieci anni fa, nell’aprile del 2013. Prima era stato un ottimo mezzofondista, vincitore di due medaglie olimpiche nei 5.000 metri; dopo è diventato uno dei migliori maratoneti di sempre, probabilmente il migliore. Delle diciassette maratone che ha corso ne ha vinte quindici; ha poi vinto le maratone olimpiche di Rio de Janeiro e Tokyo e, nel 2018, ha stabilito il primo dei sue due record mondiali mettendoci due ore, 1 minuto e 39 secondi per fare 42,195 chilometri.

Nel 2019, anche grazie al supporto dell’azienda chimica britannica Ineos e sempre con un paio di Nike ai piedi, Kipchoge corse a Vienna una maratona in un’ora, 59 minuti e 40 secondi.

Quel risultato fu almeno tre cose insieme: un’incredibile prova atletica, un’efficace operazione di marketing e una potente dimostrazione di come preparazione e tecnologia possano migliorare certe prestazioni. Tra le altre cose, Kipchoge beneficiò infatti di decine di eccellenti corridori che, alternandosi, tenevano un alto ritmo di corsa attorno a lui, le cosiddette “lepri”. Ebbe inoltre modo di stare in scia a un’auto che proiettava sull’asfalto una linea laser per segnalargli la strada da fare per restare sotto alle due ore.

Il record del 25 settembre Kipchoge lo ha fatto invece in una maratona regolamentare: quella di Berlino, che per clima e tipo di percorso ben si addice ai record.

Per completare la maratona in 2 ore, 1 minuto e 9 secondi, Kipchoge ha corso a una velocità di pochissimo inferiore ai 21 chilometri orari, con un ritmo medio di 2 minuti e 52 secondi al chilometro. I suoi primi dieci chilometri li ha corsi in 28 minuti e 23 secondi: un tempo da finale olimpica dei 10.000 metri. Il passaggio alla mezza maratona lo ha fatto in meno di un’ora: per metà gara ha avuto cioè un ritmo tale da scendere sotto il muro delle due ore. Tra l’altro, avrebbe potuto sicuramente abbassare di qualche altro secondo il suo record se, poco prima dell’arrivo, non avesse leggermente rallentato per festeggiare il risultato che sapeva di aver raggiunto.

 

(AP Photo/Christoph Soeder)

Alto un metro e 67 centimetri per poco più di 50 chili, Kipchoge è un talento raro, di cui spesso si evidenziano sia le qualità mentali che le peculiarità atletiche e fisiologiche. Senza queste caratteristiche probabilmente non riuscirebbe a correre le maratone come le corre ormai da anni.

(AP Photo/Christoph Soeder)

E poi ci sono le scarpe, le Nike Air Zoom Alphafly NEXT% 2.

(Nike)

Come ha scritto L’Équipe è in parte «grazie al contributo delle sue scarpe di ultima generazione» che Kipchoge «può tenere ritmi mai visti prima e soffrire meno nella seconda metà di gara». Sempre all’Équipe, l’ex maratoneta francese Christelle Daunay ha detto: «Con i nuovi modelli si possono fare carichi di allenamento più pesanti, avere meno infortuni e recuperare più in fretta». A chi ha gambe, fiato, falcata e tecnica di corsa per poterselo permettere, queste scarpe consentono inoltre di migliorare l’economia di corsa, di fatto diminuendo le vibrazioni e proteggendo i muscoli dalle conseguenze dei costanti e ripetuti impatti sull’asfalto.

Negli anni Kipchoge e gli altri maratoneti hanno usato diverse evoluzioni di queste scarpe di nuova generazione. Nel 2019 Kipchoge indossava le Nike Vaporfly e le Nike Air Zoom Alphafly NEXT% 2 — o più semplicemente le Alphafly 2—  già erano ai suoi piedi, e a quelli di diversi maratoneti, durante la maratona Olimpica di Tokyo.

È da un po’ più cinque anni che cambiano i modelli ma non granché la sostanza: ci sono, sia per i maratoneti che per gli amatori, scarpe diverse e migliori di prima.

– Leggi anche: Le scarpe più veloci del mondo

Nike, che sta puntando molto sull’immagine e sui record di Kipchoge, sta facendo infatti scarpe caratterizzate da una spessa suola di gomma e schiuma, dal largo e alto tallone (c’è chi le chiama “scarpe col tacco”) e dalla presenza di lamine in fibra di carbonio che permettono di trasformare gli impatti con l’asfalto in tanti piccoli rimbalzi o slanci in avanti.

Scarpe che per migliorare l’efficacia e la meccanica dei movimenti riducono fino quasi ad annullare la dispersione di energia che c’è ogni volta che un piede tocca terra. Consentono inoltre ai maratoneti di fare maggiori cambi di ritmo durante la gara. Come ha notato L’Équipe, Kipchoge «sembra quasi aver inventato un nuovo modo di correre la maratona, che è il test di resistenza per eccellenza e nella quale la gestione progressiva delle energie era sembrata finora la chiave di volta».

Le Alphafly 2 costano 300 euro. Nike le presenta come «scarpe da gara su strada» e aggiunge: «Le unità Zoom Air e la schiuma ZoomX a tutta lunghezza offrono il sistema di ammortizzazione Nike con un ritorno di energia elevatissimo, per una maggiore elasticità a ogni passo. Il sottile battistrada in gomma migliora la trazione e incrementa il volume di ZoomX sotto l’ammortizzazione Zoom Air. La schiuma aggiuntiva non solo aumenta l’elasticità, ma migliora anche la transizione dal tallone all’avampiede».

Le Alphafly 2 sono in vendita perché ci sono regole della World Athletics (la Federazione mondiale di atletica leggera, prima nota come IAAF) che prevedono che gli atleti non possano indossare scarpe che non sono in commercio. E poi perché queste scarpe Nike, così come di altre marche che negli ultimi tempi hanno proposto modelli simili, hanno comunque un mercato; anche tra runner amatoriali, per i quali, tra l’altro, l’eccessivo o errato uso di scarpe così performanti diventa perfino controproducente.

Chi come la Nike produce e vende queste scarpe si trova infatti a dover bilanciare due necessità. Da un lato quella di rispettare regole e limitazioni della World Athletics, che per esempio impone un’altezza massima del tacco. Dall’altra c’è invece quella di dover promuovere un prodotto in tutta la sua unicità, lasciando intendere agli eventuali acquirenti che valga la pena investire 300 euro per correre più veloci. Un modello di alcuni anni fa, una sorta di precursore delle Alphafly 2era chiamato “4%” in riferimento a studi secondo i quali aumentavano del 4 per cento l’efficacia della corsa.

Kipchoge – che resta un’atleta fenomenale, e lo sarebbe anche correndo scalzo – non sembra comunque aver abbandonato l’idea di correre una maratona competitiva in meno di due ore: un record che sarebbe senz’altro più storico di quello di Vienna.

Ben oltre una vittoria nelle maratone di Boston e New York (le uniche importanti che gli mancano) e forse ancor più di diventare il primo nella storia a vincere tre maratone olimpiche (cosa che potrebbe fare nel 2024 a Parigi), l’abbattimento del muro delle due ore è infatti la più grande sfida che Kipchoge potrebbe superare. «Di sicuro non finisce qui» ha detto dopo il nuovo record: «I limiti alla fatica sono ancora tutti da scoprire».

– Leggi anche: Tutto lo sport di Ineos

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L’Italia ha battuto l’Ungheria e ha vinto il suo girone di Nations League

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La Nazionale maschile di calcio ha battuto 2-0 l’Ungheria nell’ultima giornata della fase a gironi di UEFA Nations League. Con questa vittoria, ottenuta grazie ai gol di Giacomo Raspadori e Federico Dimarco, l’Italia è arrivata prima nel suo gruppo, superando di un punto proprio l’Ungheria, e si è qualificata alla fase finale del torneo, che si giocherà nei Paesi Bassi il prossimo giugno.

Grazie al primo posto nel girone l’Italia è anche certa di essere tra le teste di serie ai sorteggi delle qualificazioni agli Europei del 2024. Migliorerà inoltre la sua posizione nel ranking mondiale in vista delle qualificazioni ai Mondiali in Nord America del 2026.

(Claudio Villa/Getty Images)

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Che cosa si gioca l’Italia in Ungheria

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A Budapest la Nazionale di calcio può qualificarsi alla fase finale di Nations League e guadagnare punti utili nel ranking mondiale

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Lunedì sera alla Puskás Arena di Budapest la Nazionale di calcio maschile gioca contro l’Ungheria nell’ultima giornata di UEFA Nations League, il torneo che ha sostituito gran parte delle amichevoli internazionali e che contribuisce alle qualificazioni agli Europei del 2024.

Il gruppo dell’Italia era considerato il più competitivo per la presenza di Inghilterra e Germania. Eppure proprio Inghilterra e Germania hanno deluso: l’Inghilterra, sconfitta da tutte le avversarie, è già certa di “retrocedere” nella divisione meno competitiva della Nations League (la Lega B), mentre la Germania non può più qualificarsi alla fase finale, anche in caso di vittoria stasera contro l’Inghilterra.

Le due nazionali che si contendono la vittoria del girone, e quindi la qualificazione alla fase finale in programma nei Paesi Bassi la prossima estate, sono dunque Italia e Ungheria. Quest’ultima era la meno quotata del girone, eppure ha battuto l’Inghilterra sia all’andata che al ritorno, ha pareggiato in casa contro la Germania e l’ha battuta la scorsa settimana in trasferta con un gol di tacco del suo capitano, Adam Szalai.

Per l’Ungheria il primo posto nel girone sarebbe quindi un risultato storico. Da quando è allenata dall’italiano Marco Rossi — già vincitore del campionato ungherese con la Honvéd di Budapest — si è qualificata all’ultima edizione degli Europei, dove fece un’ottima figura in un girone molto difficile, e fin qui ha scalato quattordici posizioni nel ranking mondiale.

Oltre al contribuito di Rossi e alla crescita di giocatori di qualità come Dominik Szoboszlai, Willi Orban e Attila Szalai, questi risultati sono frutto di un lungo e ambizioso piano di sviluppo del calcio locale sostenuto personalmente dall’autoritario primo ministro Viktor Orbán, in carica ininterrottamente dal 2010. Tra gli investimenti principali fatti dal suo governo c’è lo stadio dove si giocherà stasera, la Puskás Arena di Budapest, un impianto moderno da 70 mila posti, costato circa 600 milioni di euro e costruito in meno di due anni.

Con l’Ungheria in vantaggio di due punti nel girone, l’Italia può solo vincere per arrivare prima e qualificarsi alla fase finale del torneo, come fece nella scorsa edizione. Ma arrivare tra le prime due del girone garantisce anche di essere tra le teste di serie nel sorteggio delle qualificazioni ai prossimi Europei, e l’Italia può ancora arrivare terza, se perde o pareggia e la Germania batte l’Inghilterra.

Per l’Italia, inoltre, che da anni alterna risultati positivi a sconfitte ed eliminazioni storiche e spesso inspiegabili, una vittoria stasera porterebbe altri punti utili nel ranking mondiale, dove attualmente è al settimo posto. Per essere fra le teste di serie nelle qualificazioni ai Mondiali in Nord America del 2026 in modo da evitare le avversarie più difficili e quindi il rischio di passare per gli spareggi — che non superiamo da due edizioni — sarà fondamentale rimanere tra le prime dieci.

– Leggi anche: Un campionato ancora difficile da inquadrare

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Le accuse contro la proprietà dei Phoenix Suns

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Il proprietario della squadra di basket NBA era stato sospeso a inizio mese per cattive condotte: ora vuole vendere tutto

Una settimana dopo essere stato sospeso e multato per comportamenti inappropriati avuti nel corso degli anni, il proprietario di maggioranza dei Phoenix Suns, una delle squadre più competitive del campionato di basket NBA, ha deciso di lasciare definitivamente incarichi e proprietà, il tutto a meno di un mese dall’inizio della nuova stagione.

Il 13 settembre Robert Sarver, imprenditore immobiliare e proprietario dei Suns da diciotto anni, era stato sospeso per un anno dai suoi incarichi e multato di 10 milioni di dollari, la massima sanzione a disposizione dei dirigenti della NBA. Le sanzioni erano arrivate in seguito alla pubblicazione di un’indagine indipendente realizzata da uno studio legale sulle condotte tenute da Sarver nell’arco di quasi un ventennio.

L’indagine, commissionata dalla lega dopo una lunga serie di segnalazioni e dopo un articolo pubblicato su ESPN un anno fa, aveva ricostruito e descritto nei dettagli oltre un decennio di cattive condotte sul posto di lavoro imputate allo stesso Sarver o, più in generale, all’ambiente da lui creato. Tra i comportamenti inappropriati citati nel rapporto c’erano «insulti razzisti, atteggiamenti sessisti abitudinari e un diffuso trattamento iniquo delle dipendenti».

Come conseguenza delle indagini, Adam Silver, commissario della NBA, aveva inflitto a Sarver la multa più alta prevista dalla lega per un proprietario, e un anno di sospensione dagli incarichi. Ad alcuni, tuttavia, queste sanzioni non erano sembrate sufficienti, compresi sponsor importanti come PayPal e alcuni influenti giocatori di NBA, tra cui LeBron James e Chris Paul, ex presidente del sindacato dei professionisti che gioca proprio nei Phoenix Suns.

Questa settimana Sarver ha deciso di lasciare definitivamente incarichi e proprietà, a suo dire per non creare distrazioni intorno alla squadra, ancora tra le più quotate del campionato dopo essere stata finalista nel 2021 e semifinalista di conference nella passata stagione.

Sarver, però, ha fatto anche capire di ritenere ingiuste ed eccessivamente severe le reazioni nei suoi confronti. Nel comunicato in cui ha annunciato la messa in vendita della proprietà ha scritto che la sospensione di un anno «gli avrebbe permesso di fare ammenda e riflettere meglio su sé stesso e i suoi comportamenti», ma questo non gli è stato concesso «in un clima spietato che non perdona e ignora tutte le cose buone fatte nel corso degli anni».

A Sarver e alla sua organizzazione viene infatti riconosciuto il merito di aver sostenuto le Phoenix Mercury, squadra femminile che sotto l’attuale gestione è diventata una delle più forti e seguite della WNBA, il campionato di basket femminile nordamericano. Sarver si è inoltre difeso citando i suoi contributi recenti a sostegno delle cause riguardanti giustizia sociale e razzismo negli Stati Uniti, temi molto presenti in una realtà come quella della NBA dove la rappresentanza afroamericana è prevalente.

Il caso di Sarver ricorda sotto molti aspetti quello di Donald Sterling, ex proprietario dei Los Angeles Clippers che nel 2014 fu sospeso a vita dalla lega dopo che alcuni suoi commenti razzisti furono resi pubblici. Allora le reazioni furono molto più estese e, in seguito a una perizia medica che dichiarò Sterling, allora ottantenne, «mentalmente incapace», la proprietà della squadra finì sotto il controllo della moglie, che in breve tempo approvò la cessione all’ex amministratore delegato di Microsoft, Steve Ballmer. Nel caso di Sarver, la NBA non ha risposto a chi come il New York Times ha chiesto se ci siano state pressioni sulla proprietà per la messa in vendita della squadra.

– Leggi anche: La storia di Delonte West

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Il nuovo record mondiale delle 24 ore di corsa

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A Verona, sabato e domenica, il lituano Aleksandr Sorokin ha percorso correndo più di 319 chilometri

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Alle 10 di mattina di sabato 17 settembre Aleksandr Sorokin, quarantenne ultramaratoneta lituano, ha iniziato a correre a Verona, vicino alla stazione Porta Nuova, su un circuito di circa un chilometro e mezzo, in parte su una pista di atletica e in parte su asfalto. Con lui hanno iniziato a farlo circa 250 atlete e atleti, iscritti in rappresentanza di quasi trenta paesi alla 23ª edizione dei Campionati europei delle 24 ore.

Alle 10 di mattina di domenica 18 settembre, dopo che nel frattempo erano arrivate e passate sia la notte che alcune ore di pioggia, Sorokin ha mosso gli ultimi passi della sua corsa e, al segnale dei giudici di gara che annunciava lo scoccare delle 24 ore, si è fermato e ha posizionato per terra il segnaposto con sopra il suo nome, necessario a indicare fino a dove era arrivato in quel suo ultimo giro.

Moltiplicando i giri fatti da Sorokin per la lunghezza del percorso, si è stabilito che, in 24 ore, aveva percorso 319 chilometri e 614 metri: il nuovo record del mondo sulle 24 ore, che sfiora il “muro” delle 200 miglia (319,614 chilometri sono pari a 198,599 miglia) e che migliora di oltre dieci chilometri il precedente record stabilito dallo stesso atleta.

Sorokin – che tra le altre cose è anche detentore dei record mondiali sulle 12 ore, sui 100 chilometri e sulle 100 miglia – è uno dei più forti ultramaratoneti al mondo. E lo è diventato parecchio in fretta: fino a dieci anni fa, infatti, ancora non aveva mai preso parte a una gara di corsa, nemmeno a una semplice maratona. Lo è diventato, inoltre, in una sorta di nicchia-nella-nicchia delle ultramaratone: quella delle gare a circuito.

Una nicchia che comunque ha il suo seguito, anche in Italia. Agli Europei di Verona c’erano infatti dodici atleti italiani e due di loro – il 46enne friulano Marco Visintini e la trentenne romana Eleonora Rachele Corradini – hanno stabilito i nuovi record nazionali. In 24 ore, Visintini e Corradini hanno corso rispettivamente 288,438 e 235,667 chilometri.

L’idea di correre per più chilometri di quelli di una maratona, la cui distanza fu codificata solo nel 1921, è antica e in parte legata alla storia della camminata competitiva, che era in voga nell’Ottocento, quando ci si sfidava in gare podistiche che arrivavano a durare centinaia di miglia o anche sei giorni.

Le ultramaratone, lo dice il nome, sono le corse su distanze superiori ai 42 chilometri e 195 metri. In genere, tuttavia, si considera ultramaratona tutto ciò che sta sopra i 50 chilometri: dalle gare “ultra trail”, che vanno su e giù per i sentieri di montagna accumulando dislivello, alle gare su distanze tonde come i 100 chilometri, o a tempo.

– Leggi anche: La storia della maratona

Negli ultimi anni tra gli appassionati della corsa (così come tra le aziende del settore) hanno avuto successo soprattutto le gare ultra trail, la più importante e nota delle quali è l’Ultra-Trail du Mont-Blanc, una corsa di 170 chilometri su tre versanti del Monte Bianco, che quest’anno ha avuto oltre 22mila richieste di partecipazione.

Rispetto alle gare ultra trail o alle ultramaratone da un punto A verso un punto B (come è per esempio la 100 chilometri del Passatore, da Firenze a Faenza), gare in pista o su circuiti come quella di Verona hanno sempre avuto un po’ meno successo. Per evidenti ragioni, restano tuttavia quelle su cui è più naturale confrontarsi quando si parla di record.

Tra i due tipi di gara esistono evidenti differenze. Nel primo caso ci sono difficoltà altimetriche e percorsi insidiosi incastonati in paesaggi da ammirare. Nelle gare a circuito ci sono più margini per fare sforzi costanti, visto che a ogni giro si possono avere riscontri immediati sul proprio ritmo.

In una gara come quella di Verona – che oltre a essere un campionato europeo è stata anche la 28ª edizione di una corsa nota come Lupatotissima, una gara aperta a partecipanti di ogni età e livello – gli ultramaratoneti non hanno salite, discese o ostacoli di altro genere da superare e possono così concentrarsi solo sulla corsa. Il che è un bene, ma anche un male: come può testimoniare chiunque abbia corso, anche meno di 24 ore, su pista o magari su un tapis-roulant, la ripetitività del contesto rende ancora più provante e alla lunga snervante lo sforzo mentale richiesto per correre.

A questo tipo di corse che qualche praticante paragona all’attività dei criceti nelle ruote, Sorokin arrivò solo nel 2012, a trent’anni, senza aver mai corso seriamente.

Figlio di Sergej, allenatore di atleti olimpici lituani, da ragazzo Sorokin era stato un promettente canoista la cui carriera si fermò però a 18 anni per problemi alla spalla. Dopodiché, per un decennio fu tutt’altro che un grande sportivo e arrivò a pesare oltre un quintale. Come fanno molti, si mise insomma a correre per rimettersi in forma e dopo averci preso gusto corse una mezza maratona e si iscrisse a una maratona.

Sorokin ha raccontato che mentre si allenava per le strade e i parchi di Vilnius, la capitale della Lituania, trovò il volantino di una gara di 100 chilometri. Si iscrisse e la terminò al nono posto impiegandoci 8 ore, 37 minuti e qualche secondo. Decise di continuare, sperimentando altre distanze e altri tempi, ma sempre restando nel contesto delle ultramaratone, e quasi sempre in quello delle ultramaratone su circuito.

Intervistato da iRunFar Sorokin ha detto che nella sua vita la corsa arrivò dopo «alcol, sigarette e tanto cibo» e che in poco tempo «finirono alcol e sigarette e iniziò la corsa». Della sua predilezione per le corse piatte e a circuito, ha detto: «Mi piacciono i numeri, e ho necessità di sapere velocità, giri e distanze». Mentre alcuni ultramaratoneti raccontano di raggiungere, dopo svariate ore di sforzo, stati psico-fisici quasi mistici, Sorokin dice che per lui non è così, e a proposito di quel che succede mentre corre cita la necessità di mettere in atto una «accettazione radicale» dello sforzo. Delle ultime ore di una corsa di 24 ore ha detto: «C’è una sola parola per descriverle, ed è tortura».

Nel 2019 Sorokin vinse per la prima volta i Mondiali di corsa sulle 24 ore e nel 2021 migliorò di alcuni chilometri il record mondiale che era stato fatto segnare dal greco Yiannis Kouros, che nel 1997 aveva percorso in un giorno 303 chilometri e 506 metri. A Verona Sorokin ha superato, migliorandosi di dieci chilometri, il suo record del 2021.

Nel migliorare il suo precedente record Sorokin ha percorso in 24 ore una media di oltre 13 chilometri all’ora, impiegando in media 4 minuti e 30 secondi per ognuno di quei 319 chilometri percorsi. Molti discreti corridori avrebbero faticato a stargli dietro per più di paio d’ore; molte persone nemmeno riuscirebbero a correre un chilometro al passo che lui ha tenuto per un giorno.

A chi gli chiede come abbia fatto a migliorare un record per anni considerato insuperabile, e come abbia poi fatto a migliorarsi così tanto in così poco tempo, Sorokin risponde citando l’arrivo, da qualche mese, di un allenatore polacco che lo segue. Ma aggiunge che i suoi tanti record degli ultimi mesi, compreso quello di Verona, sono una conseguenza indiretta del coronavirus. Nel 2021, infatti, Sorokin ha perso il suo lavoro da croupier in un casinò e ha quindi potuto allenarsi a tempo pieno: «Mangio, dormo e corro», ha detto, aggiungendo però di avere anche un altro paio di hobby, per esempio i viaggi e i videogiochi, soprattutto Dark Souls e Bloodborne.

Non c’è invece nulla di strano nel fatto che Sorokin stia facendo tutto ciò a 40 anni. Nelle ultramaratone è frequente che i migliori atleti abbiano la sua età o anche più.

Dei suoi allenamenti, Sorokin ha detto che, nei mesi che precedono una grande gara, sono in genere due al giorno: uno è quello principale, l’altro serve invece a recuperare. Quando deve prepararsi per qualche gara arriva a correre anche più di 250 chilometri a settimana, con singoli allenamenti che possono superare i 50 chilometri.

– Leggi anche: Quando si camminava per sport

È stato un po’ diverso l’allenamento di Corradini, che tra le 10 di sabato e quelle di domenica ha corso, a Verona, 235 chilometri e 677 metri. Corradini, che nel luglio 2021 ha avuto un figlio, ha ripreso ad allenarsi a gennaio. Ha fatto una mezza maratona, poi una maratona, poi una gara di 12 ore e poi, a maggio, la 100 chilometri del Passatore: con un tempo di 8 ore e 29 minuti è stata prima tra le donne e dodicesima assoluta. In mezzo, a un certo punto, Corradini ha pure avuto il Covid.

La preparazione — ha raccontato — si è fatta più impegnativa ad agosto, quando insieme con il suo allenatore e visto il poco tempo a disposizione ha scelto di fare «tanti allenamenti ravvicinati» con l’obiettivo di simulare il ritmo gara.

La gara sulle 24 ore, dice, «è la più dura in assoluto», perché in circuito e perché «spesso e volentieri stai a girare contro il tempo in posti non proprio bellissimi». Durante la gara di Verona dice di aver avuto «una crisi infinita, un tunnel nero incominciato alla settima ora che sembrava terminata alla nona e che invece è finita solo intorno alla dodicesima». Per fortuna, aggiunge, «è stata una crisi di testa, non fisica».

Corradini dice che «a parte un po’ di vesciche» il recupero post-gara «sta procedendo veramente bene». Già domenica, aggiunge, potrebbe uscire per una corsetta di qualche chilometro, giusto «per ricordare alle gambe come si corre».

[ Fonte articolo: ilpost ]

Negli scacchi si parla ancora di Magnus Carlsen e Hans Niemann

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Carlsen ha abbandonato dopo una sola mossa l’ultima partita giocata contro Niemann, che lo aveva battuto a inizio mese

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A inizio settembre lo scacchista norvegese Magnus Carlsen, campione del mondo dal 2013 e imbattuto da 53 partite, aveva inaspettatamente perso contro un diciannovenne statunitense, Hans Niemann, entrato a far parte dei primi cento giocatori del ranking mondiale soltanto pochi mesi prima.

Lunedì di questa settimana Carlsen ha giocato nuovamente contro Niemann, questa volta online, in una partita per forza di cose molto attesa. Ma è durato tutto pochissimo: Carlsen si è ritirato dopo una sola mossa.

La partita di inizio settembre era stata giocata dal vivo in un torneo piuttosto importante, la Sinquefield Cup. Niemann non era ritenuto nemmeno vicino al livello di Carlsen, che dopo la sconfitta aveva abbandonato il torneo e aveva condiviso un tweet che riprendeva una vecchia intervista in cui l’allenatore di calcio José Mourinho diceva con tono polemico: «Se parlo, finisco in grossi guai. Grossi, grossi guai».

Quel ritiro, le analisi e le congetture di esperti e commentatori, alcune contromisure prese dagli organizzatori e certi precedenti avevano fatto parlare per giorni dell’eventualità che Niemann potesse aver barato e del fatto che forse Carlsen se ne era accorto. Il tutto, però, senza prove chiare ed evidenti, e peraltro senza accuse esplicite da parte di Carlsen, che nel frattempo aveva deciso di sospendere momentaneamente le interviste.

Senza parlare alla stampa, Carlsen si è poi iscritto alla Julius Baer Generation Cup, un torneo online di cui ha vinto le prime partite e in cui a un certo punto si è trovato a dover giocare proprio contro Niemann in una partita seguita online sulla piattaforma chess24 da commentatori e appassionati.

A muovere per primo è stato Niemann, che aveva i bianchi e ha spostato un pedone. Carlsen ha risposto con i neri muovendo il cavallo. Niemann ha risposto muovendo un altro pedone. A quel punto, anziché fare la sua seconda mossa, Carlsen ha abbandonato la partita, ha spento la webcam e se ne è andato.

Carlsen ha abbandonato senza dire niente e senza nemmeno scrivere qualcosa a riguardo online: come se un tennista buttasse a terra la racchetta dopo un paio di scambi in qualche importante torneo, uscendo in silenzio dal campo. Dopo tutto questo, i discorsi sulla controversia con Niemann sono inevitabilmente ripresi, anche più di prima.

Da una parte c’è chi pensa che Carlsen, considerato uno dei più forti scacchisti di sempre, debba avere solidi argomenti per comportarsi così. Dall’altra c’è chi sostiene che, sebbene ci siano prove e conferme del fatto che in passato Niemann abbia barato in certe partite online, Carlsen stia sbagliando nell’accusare implicitamente e senza prove un avversario (cosa che secondo alcuni danneggerebbe anche l’immagine degli scacchi ad alti livelli).

In mezzo ci sono ovviamente tante posizioni intermedie, come quelle di chi si chiede se Carlsen abbia scelto sul momento di abbandonare la partita o se invece la sua fosse una decisione premeditata, fatta a prescindere dalle mosse di Niemann.

In tutta questa storia, tuttavia, qualcosa di certo c’è. In passato Niemann ha barato giocando online. Dopo la partita di inizio settembre contro Carlsen aveva ammesso lui stesso di averlo fatto in due occasioni, sempre online, ma aveva negato di averlo fatto anche dal vivo, quindi anche contro Carlsen. Diverse analisi sembrano dimostrare però che abbia barato anche altre volte, almeno online: una piattaforma per il gioco, Chess.com, lo ha addirittura estromesso dai suoi sistemi.

C’è anche chi, nell’evidenziare la stranezza della vittoria di Niemann contro Carlsen, cita il fatto che dopo quell’incontro Niemann abbia giocato altre partite alla Sinquefield Cup senza vincerne nemmeno una. È inoltre oggettivo che Carlsen non aveva mai avuto, nella sua ormai lunga carriera, atteggiamenti simili a quelli che sta avendo nei confronti di Niemann. E fatta eccezione per la partita persa e il ritiro, sta continuando ad andare bene alla Julius Baer Generation Cup e ha già avuto modo di vincere nuovamente.

Restano invece grandi incertezze sul fatto che Niemann possa aver barato, e su come possa averlo fatto. Dell’inattesa vittoria contro Carlsen aveva detto: «Dev’essere imbarazzante per il campione del mondo perdere contro di me. Mi sento male per lui!». Nel motivare come ci fosse riuscito, aveva citato con qualche imprecisione il fatto che prima di quella partita aveva casualmente ripassato una vecchia partita in cui Carlsen aveva fatto un’apertura simile: una coincidenza ritenuta poco probabile.

Chi lo difende, o perlomeno gli concede il beneficio del dubbio, sottolinea che Niemann è da considerarsi un promettente scacchista di 19 anni che si trova implicitamente accusato dal più forte e famoso scacchista al mondo e da molti esperti. C’è poi chi ricorda che, così come in certi sport si parla di doping non appena qualche giovane promessa inizia ad affacciarsi e vincere, anche negli scacchi non è affatto la prima volta che si accusa qualche giovane di essersi affermato barando.

Infine, c’è da tenere presente il fatto che, ormai da anni, anche per il migliore scacchista al mondo è praticamente impossibile vincere contro uno dei migliori computer programmati per giocare a scacchi. Esistono precauzioni perché questo non avvenga dal vivo e perfino online, dove siti come Chess.com possono capire, in base alle mosse, se a giocare è un umano o invece un computer. Ma esiste senz’altro la possibilità che, avendo in qualche modo accesso ai giusti suggerimenti da parte del giusto programma, un buon scacchista possa battere anche Carlsen.

A tal proposito il russo Ian Nepomniachtchi, sconfitto da Carlsen nella finale dei Mondiali dello scorso anno, sostiene che per evitare con certezza che qualcuno bari durante una partita dal vivo bisognerebbe «giocare a scacchi nudi e in una stanza sigillata dall’esterno».

Nel frattempo, dopo il ritiro di Carlsen, gli organizzatori della Sinquefield Cup hanno introdotto alcune precauzioni “anti-imbroglio”, tra cui un ritardo di 15 minuti nella trasmissione delle partite e un aumento dei controlli sulle radiofrequenze, per scovare eventuali suggeritori che grazie alle analisi di software e programmi consiglino agli scacchisti quali mosse fare.

– Leggi anche: Vincere a scacchi con la magia e l’ipnosi

[ Fonte articolo: ilpost ]

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