Viaggio in Amazzonia/6: tra i veleni e i rumori di Açailandia, l’illusione della siderurgia

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No, la città di Açailandia non deriva il suo nome dal prelibato frutto di una palma amazzonica, l’açaí, diventato di moda in tutto il mondo come polpa energetica (qui nel nord del Brasile in realtà si mangia come contorno delle pietanze, spesso mischiato con la farina di manioca). Il nome deriva invece meno romanticamente da «aço», acciaio, perché la città nasce come polo siderurgico. La prossimità con le miniere di Carajás, nell’epoca del regime militare che sognava di conquistare l’Amazzonia a colpi di asfalto, portò all’installazione di una manciata di fabbriche di acciaio e ghisa. L’idea era che il Brasile non dovesse limitarsi a produrre commodity, ma arrivare ai prodotti finiti, approfittando delle proprie ricchezze nel sottosuolo. Le cose poi non sono andate così, perché oggi oltre il 90 per cento del minerale di ferro è esportato e tre quarti delle fabbriche di Açailandia sono finite fuori mercato. I militari degli anni Settanta non avevano fatto i conti con la globalizzazione.

[ Fonte articolo: Corriere ]

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