Whirlpool, la tomba del M5s Di Maio-Patuanelli, un tragico fallimento: travolti a casa loro

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È ufficiale: lo stabilimento di Napoli della Whirlpool a via Argine chiuderà il 1 novembre, a comunicarlo sono stati gli stessi capi dell’azienda americana. Saranno ben 420 gli operai che non avranno più un posto di lavoro e che protesteranno vivacemente contro questa decisione attraverso un presidio, come annunciato dagli stessi. A nulla sono valse le mediazioni da parte del Mise, presieduto prima da Luigi Di Maio e poi da Stefano Patuanelli, entrambi nell’orbita del M5s, contro cui gli operai puntano il dito insieme ai sindacati, rei di scarsa incisività nel corso della trattativa.

L’idea di Patuanelli, condivisa dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed espressa durante l’incontro avvenuto a Palazzo Chigi a Roma, era quella di inserire nel dl Imprese un piano incentivi del valore di 17 milioni e altre offerte di supporto, che la Whirlpool ha considerato insufficienti per garantire occupazione e sostenibilità all’interno dello stabilimento. Secondo i capi dell’azienda, soltanto una riconversione della fabbrica da produttrice di lavatrici a produttrice di container refrigerati, con tanto di cessione del sito alla Prs di Lugano (verso cui Patuanelli ha nutrito diversi dubbi, considerando questa mossa "un salto verso l’ignoto"), avrebbe potuto salvare lo stabilimento e il posto di lavoro degli operai, dato che la crisi vissuta era di tipo strutturale. La fabbrica, infatti, stava producendo al di sotto del 30% delle sue capacità a causa della scarsa richiesta di lavatrici di alta gamma.

La presa di posizione della Whirlpool, considerata da sindacati e Governo come "unilaterale", avrebbe scatenato le proteste degli operai attraverso scioperi a oltranza e un blocco dell’autostrada Napoli-Salerno, con tanto di momenti di tensione con le forze dell’ordine. Pure il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca e il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia avevano auspicato una risoluzione del problema, che però non c’è stata e i sindacati sono insorti contro la multinazionale americana per la decisione presa, asserendo che a rischio c’è il futuro di circa 5.000 operai di tutta Italia.

Eppure, il 30 ottobre del 2018, Luigi Di Maio aveva annunciato che non ci sarebbero stati licenziamenti e che l’accordo era già fatto, anzi, parte della produzione avvenuta in Polonia sarebbe stata addirittura riportata in Italia. Gli operai napoletani erano fiduciosi nei confronti dell’attuale ministro degli Esteri e proprio a Napoli, roccaforte grillina per eccellenza e sede della festa per i 10 anni del Movimento avvenuta qualche giorno prima, arriva una batosta terrificante. Un fallimento che il M5s porterà a lungo sulla propria coscienza.     

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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