Il giocatore più dominante della storia del basket

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Fu Wilt Chamberlain, che morì vent’anni fa dopo aver messo insieme record mai più sfiorati e aver costretto la NBA a cambiare diverse regole

Il 12 ottobre 1999, vent’anni fa, morì Wilt Chamberlain, uno dei più forti giocatori di basket di tutti i tempi, che negli anni Sessanta dominò la NBA come non aveva mai fatto nessuno, e come probabilmente non fece più nessuno dopo di lui. Stabilì innumerevoli record, segnò tantissimi punti di cui 100 in una sola partita, in uno dei primati più incredibili nella storia degli sport di squadra, e si costruì una grande fama anche fuori dal campo, per la sua vita da star – una novità, per uno sportivo afroamericano – e per la quantità di donne con cui diceva di essere stato. Non fu il più forte, non fu il più famoso, non fu il più vincente: ma ebbe un impatto sullo sport come pochissimi altri nella storia del basket.

Bill Russell dei Boston Celtics e Wilt Chamberlain dei Los Angeles Lakers si contendono un rimbalzo nella finale della NBA del 1969. (AP Photo/Bill Chaplis)

Chamberlain giocò in NBA tra il 1959 e il 1973, cominciando con i Philadelphia Warriors, seguendo la squadra quando si trasferì a San Francisco, poi con i Philadelphia 76ers e infine con i Los Angeles Lakers. Vinse il titolo di NBA per due volte, una con i 76ers e una con i Lakers, e fu per quattro volte votato come miglior giocatore della stagione. Per otto stagioni consecutive mantenne una media di oltre trenta punti a partita, e per sette stagioni segnò in media più di 30 punti raccogliendo contemporaneamente oltre 20 rimbalzi.

È l’unico giocatore della NBA ad aver tenuto una media superiore ai 40 punti a partita per un’intera stagione, nel 1962-1963, ma l’anno prima l’aveva tenuta addirittura sopra i 50, stabilendo il record che forse più di tutti dà l’idea di quanto fosse dominante. Perlomeno insieme al più celebre, cioè quello dei 100 punti segnati il 2 marzo 1962 contro i New York Knicks, in una leggendaria partita tra le più raccontate nella storia dello sport. Chamberlain segnò in tutto 31.419 punti in 1.045 partite, mantenendo – di nuovo, unico nella storia della NBA – una media complessiva superiore ai 30 punti. Per punti complessivi è dietro soltanto a Kareem Abdul-Jabbar, Karl Malone, Kobe Bryant, LeBron James e Dirk Nowitzki.

Era alto 2,16 metri e pesava oltre 120 chili: il suo fisico monumentale, che ancora oggi lo renderebbe uno dei più impressionanti della NBA, per l’epoca era qualcosa di mai visto. Chamberlain giocava come centro, e la sua forza unita alla sua agilità e alla sua tecnica lo rendevano quasi impossibile da contenere per gli avversari: è ricordato tra le altre cose per aver costretto la NBA a cambiare diverse regole. Venne per esempio allargata l’area pitturata all’interno della quale non si può rimanere per oltre tre secondi quando si è in attacco, e venne proibito di interferire con il pallone in volo verso il canestro, una cosa che a Chamberlain riusciva con grande facilità per la sua altezza e la sua elevazione.

Wilt Chamberlain con la maglia della Kansas University. (AP Photo)

Chamberlain era nato nel 1936 a Philadelphia, dove crebbe insieme ai suoi genitori e ai suoi otto fratelli e sorelle. Da bambino faceva atletica, e si dedicò al basket soltanto dopo averlo snobbato per un po’: ma a dieci anni era già alto più di 1,80 metri, e fu da subito fortissimo. Alle scuole superiori fu la stella della squadra, gli Overbrook Panthers, e quando ebbe l’età per andare all’università c’erano decine di scuole che lo volevano. Alla fine accettò l’offerta della University of Kansas: appena arrivato, guidò la squadra delle matricole a battere quella principale dell’università, un evento storico. Nel suo secondo anno raggiunse la finale del titolo di NCAA, perdendo contro North Carolina dopo tre tempi supplementari.

Chamberlain voleva entrare in NBA, ma le regole lo impedivano a chi non aveva ancora l’età in cui normalmente si finiva l’università: perciò andò a fare un anno negli Harlem Globetrotters, la celebre squadra esibizionistica che gli fece un contratto da 65mila dollari all’anno, il più alto nella storia del basket fino a quel momento. Con i Globetrotters andò anche in Unione Sovietica, nello storico tour che la squadra fece a Mosca e in altre città nel 1959, incontrando anche il segretario del Partito Comunista Nikita Krushev.

L’anno seguente andò ai Philadelphia Warriors, che avevano prenotato le sue prestazioni sportive fin dai tempi della high school. In NBA, a Chamberlain fu subito chiesto di segnare tanto, e lui lo fece: nelle sue prime quattro stagioni viaggiò tra i 37,6 e i 50,4 punti di media, uno sproposito. Segnava con i ganci, con i tiri in sospensione vicino al canestro, e anche con le schiacciate, tra i primi giocatori a renderle una specie di marchio di fabbrica. Prendeva decine di rimbalzi, e in difesa era un gran stoppatore, un genere di statistica che all’epoca non veniva nemmeno registrata. Ma tirava malissimo i tiri liberi: detiene infatti il terzo peggior record di realizzazione tra chi ne ha tirati almeno 1.200 in carriera, con il 51,1 per cento. Nella partita in cui segnò 100 punti, non a caso, ne mise a segno incredibilmente 28 su 32.

Chamberlain diventò protagonista di quella che probabilmente fu la più celebre rivalità tra giocatori nella storia della NBA, quella con il centro dei Boston Celtics Bill Russell: Chamberlain era estroverso, Russell era introverso, il primo era un grande marcatore, il secondo un grande difensore, ma pur essendo molto diversi giocavano nello stesso ruolo e quindi si marcavano a vicenda. Per questo la loro rivalità fu ancora più sensazionale di quella, negli anni Ottanta, tra Larry Bird e Magic Johnson.

Wilt Chamberlain e Bill Russell nel 1999. (AP Photo/Elise Amendola)

Come loro, anche Chamberlain e Russell furono molto amici fuori dal campo, almeno fino alla famosa finale del 1969. Chamberlain era alla sua prima stagione ai Lakers, e si ritrovò in finale proprio i Celtics di Russell. La serie arrivò fino a gara 7, che fu vinta dai Celtics dopo che Chamberlain rimase fuori gli ultimi sei minuti della partita per un infortunio. Russell lo criticò per questo, e i due smisero di parlarsi per molti anni, finché fecero pace negli anni Novanta. Russell vinse molto di più – undici titoli, più di chiunque altro – ma le loro sfide furono comunque memorabili e seguitissime: Chamberlain vinse quelle importanti soltanto due volte, ai playoff del 1967 con i 76ers e a quelli del 1972 con i Lakers, i due anni in cui vinse il titolo.

La fama di Chamberlain era paragonabile a quella di un divo di Hollywood, con le sue case costosissime come la villa a Bel Air o l’attico a New York, sempre frequentate da gente famosa e animate da feste esclusive. A un certo punto disse di essere stato con 20.000 donne, che aveva calcolato per difetto facendo una media della sua attività sessuale nella vita adulta. Ricevette molte critiche, e negli ultimi anni chiarì che non lo considerava tanto un record, quanto una dimostrazione del fatto che non sapeva legarsi alle persone che amava. La sua vita dissoluta, il suo umorismo e il suo fascino diventarono parte del personaggio, e contribuirono a renderlo uno degli sportivi più amati e discussi. Negli anni dei Lakers arrivò a guadagnare 1,5 milioni di dollari all’anno, una cifra totalmente inedita per la NBA.

Questi suoi tratti “frivoli”, insieme al fatto che vinse relativamente poco se paragonato ai più grandi della storia del basket, lo resero un giocatore spesso sottovalutato, ricordato per la partita da 100 punti e poco altro. Fu poi spesso criticato dagli altri giocatori afroamericani per aver preso le distanze dalle Pantere Nere, e per essere stato un sostenitore del Partito Repubblicano, tanto da accompagnare il presidente Richard Nixon ai funerali di Martin Luther King.

Wilt Chamberlain nel 1972. (AP Photo)

Dopo la carriera da giocatore diventò imprenditore, fece l’attore in pubblicità e nel film Conan il distruttore, e diventò presidente di una lega professionistica di pallavolo, sport che occupò la maggior parte del suo tempo dopo il ritiro dal basket. Continuarono ad arrivargli offerte per tornare a giocare in NBA fino ai cinquant’anni, tra gli altri dai Cleveland Cavaliers e dai New Jersey Nets, ma negli anni Novanta cominciò a soffrire di problemi al cuore. Nel 1999, a 63 anni, le sue condizioni peggiorarono rapidamente dopo un’operazione ai denti che lo lasciò molto debilitato. Perse molti chili, e morì di attacco cardiaco la sera del 12 ottobre nella sua casa di Bel-Air.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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