L’Italia ai Mondiali di rugby

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Ci arriviamo meglio di quattro anni fa, ma Nuova Zelanda e Sudafrica nel girone rendono quasi impossibile la qualificazione ai quarti di finale

Domenica mattina a Higashiosaka, periferia di Osaka, la Nazionale maschile di rugby debutterà nella nona edizione della Coppa del Mondo. Rispetto all’edizione ospitata dall’Inghilterra quattro anni fa, l’Italia ci arriva meglio: la rosa è migliore, i più giovani sono cresciuti e le prospettive sono positive. L’Italia è capitata però in un girone difficilissimo da superare, se non impossibile. Oltre a Namibia e Canada, due nazionali semi professionistiche e quindi ampiamente alla portata, dovrà infatti giocare contro il Sudafrica, una delle grandi favorite, e la Nuova Zelanda, campione del mondo in carica da otto anni.

Il regolamento della Coppa del Mondo prevede che ai quarti di finale si qualifichino soltanto le prime due classificate di ciascun girone. Per arrivare almeno seconda l’Italia dovrebbe quindi battere almeno una delle due favorite, rispettivamente al secondo e quarto posto del ranking mondiale: una cosa che nel rugby, salvo rarissime eccezioni, non succede mai. Sarà comunque importante partire subito bene, con due vittorie nette contro Namibia (22 settembre) e Canada (26 settembre), per poi giocare al meglio contro Sudafrica (4 ottobre) e All Blacks (12 ottobre), due incontri prestigiosi e molto attesi dal pubblico italiano, a prescindere dal risultato.

L’Italia a una cerimonia di benvenuto a Sakai (Nobuki Ito/Kyodo News via AP)

Nel 2015 l’Italia si presentò alla Coppa del Mondo in Inghilterra verso la fine della gestione dell’allenatore francese Jacques Brunel. I risultati furono deludenti, con due sconfitte contro Francia e Irlanda e due vittorie più sofferte del dovuto contro Canada e Romania. Pochi mesi dopo, in un ambiente demoralizzato e in smobilitazione per la vicina scadenza del contratto di Brunel, l’Italia giocò uno dei suoi peggiori Sei Nazioni. Diversi giocatori visti in Nazionale in quegli anni, con il nuovo allenatore, l’irlandese Conor O’Shea, non ci tornarono più.

Negli ultimi quattro anni O’Shea ha cercato principalmente di ampliare la base di giocatori da cui attingere per le convocazioni. Ci è parzialmente riuscito, nonostante quattro anni siano pochi per vedere realmente i primi risultati di una collaborazione a lungo termine tra staff, federazione e squadre di club. Per accelerare i tempi in vista della Coppa del Mondo, O’Shea si è affidato quindi a giocatori formati all’estero. Ha convocato inoltre due inglesi di origini italiane che il campionato italiano non lo hanno mai visto: Jake Polledri e Callum Braley, i quali hanno alzato il livello della rosa ma hanno anche generato ulteriori dubbi sulla salute del movimento italiano, in difficoltà a proporre nuovi talenti.

Conor O’Shea (Filippo MONTEFORTE / AFP)

In Giappone l’obiettivo dell’Italia è ritornare a ridosso della decima posizione del ranking mondiale, la porzione di classifica occupata dalle squadre più forti della seconda fascia. Ora è quattordicesima: battendo nettamente Namibia e Canada potrebbe superare subito Stati Uniti e Georgia e avvicinarsi ad Argentina e Giappone.

I punti di forza dell’Italia sono grossomodo tre. Il livello indiscutibilmente alto delle terze linee, con Sergio Parisse, Jake Polledri, Braam Steyn e Sebastian Negri; la qualità tra ali ed estremi; il talento di Matteo Minozzi, esterno padovano sotto contratto con i London Wasps. Minozzi ha 23 anni ed è ritenuto il giocatore più promettente cresciuto in Italia negli ultimi anni. Possiede ritmi di gioco, estro e rapidità sopra la media, ma viene anche da un grave infortunio al ginocchio che lo ha tenuto fermo per quasi un anno.

Le preoccupazioni maggiori, invece, riguardano due ruoli scoperti per la scarsità di giocatori disponibili. Senza Edoardo Gori, fuori da oltre un anno, e l’ultimo titolare, Marcello Violi, anche lui infortunato, i mediani di mischia Gugliemo Palazzani e Tito Tebaldi hanno tenuto in piedi il ruolo come hanno potuto. L’assenza di giocatori all’altezza ha costretto lo staff a chiamare l’inglese Braley, convocato grazie a un nonno materno italiano. L’altro ruolo traballante è quello del tallonatore, per il quale è stata necessaria la convocazione di Leonardo Ghiraldini nonostante a marzo si sia rotto il legamento crociato del ginocchio.

Leonardo Ghiraldini (Filippo MONTEFORTE / AFP)

La Coppa del Mondo in Giappone sarà sicuramente l’ultima per il capitano Sergio Parisse, il rugbista più forte che l’Italia abbia mai avuto, per Ghiraldini e per Alessandro Zanni, gli altri due più esperti fra i 31 convocati. Sarà l’ultima Coppa del Mondo, ma soltanto da allenatore dell’Italia, per Conor O’Shea, il cui contratto scade nel 2020. Non si sa ancora se lascerà l’incarico al termine della manifestazione o dopo il prossimo Sei Nazioni, così come non si conosce ancora con certezza il suo sostituto: per i giornali avrebbe dovuto essere il gallese Rob Howley, vice allenatore del Galles, che però è stato recentemente allontanato dalla Coppa del Mondo dopo essere stato accusato di aver violato le regole sulle scommesse sportive, creando un certo malumore fra i britannici.

In Italia, la nona edizione della Coppa del Mondo sarà trasmessa in chiaro dalla Rai, che trasmetterà in diretta su Rai 2 e Rai Sport le quattro partite dell’Italia ai gironi, quelle più importanti della fase a gironi, i quarti di finale, le semifinali e la finale di Yokohama. La federazione mondiale ha stimato che l’indotto generato dalla prima edizione asiatica del torneo potrebbe aggirarsi attorno ai 3.6 miliardi di euro, una parte dei quali verrà distribuita alle partecipanti in base ai risultati. Se la stima dovesse essere confermata, stabilirebbe un nuovo record per la Coppa del Mondo e sarebbe inoltre un’altra conferma della crescita internazionale del rugby.

In Giappone, intanto, l’attesa è molto alta: sono stati venduti 1,8 milioni di biglietti per le partite e per circa 13.000 volontari sarà una sorta di prova generale in vista delle Olimpiadi di Tokyo del prossimo anno.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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