Rugby, la lunga rincorsa di Tommaso: dal dolore ai Mondiali

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Castello, centro azzurro, s'era infortunato gravemente durante il Sei Nazioni, a Twickenham. Il dolore, la paura, i lenti progressi, e ora il sogno: "Per il Giappone ce la posso fare"

GENOVA – C'è qualcosa di stoico in questa storia, che non a caso è cominciata in un Tempio. Tommaso Castello, 27 anni, genovese, un quintale di muscoli per 1.83 di altezza, nella Nazionale di rugby gioca nel ruolo di primo centro: il numero 12, quello che corre e percuote più di tutti, una sorta di apriscatole della difesa avversaria. Nel marzo scorso, durante il match tra Italia e Inghilterra valido per il Torneo delle Sei Nazioni, è rimasto vittima di un terribile infortunio. Lo scontro con un avversario sul prato di Twickenham – il Tempio ovale, appunto – e crack: lussazione del malleolo, frattura scomposta del perone, legamenti della caviglia sinistra tranciati. Insomma, il piede come staccato dal resto del corpo. Un dolore così forte che è persino difficile da immaginare. Tre mesi dopo, Tommaso è finalmente tornato a camminare. E sogna di partecipare ai Mondiali in Giappone, in programma da fine settembre. Un'impresa che passa attraverso incredibili sacrifici e sofferenze quotidiane. "Non riesco a pensarci, giorno per giorno", confessa. "Perché ci sono mattine che mi sveglio e mi fa male come quel pomeriggio di Londra, forse è pure peggio. No, meglio concentrarsi sui progressi ma una settimana dopo l'altra. E allora va bene: ce la posso ancora fare".

L'incidente e la risalita

Castello è cresciuto al Carlini con la maglia biancorossa del Cus Genova, la stessa indossata da tanti campioni poi diventati azzurri: da Marco Bollesan ad Agostino Puppo, Loris Salsi e Carmelo Conforto, Aldo Caluzzi e Andrea Selvaggio, Marco Rivaro, le "famiglie" Pescetto, Arnulfo, Bertirotti. E' poi passato al Calvisano, vincendo uno scudetto da capitano e mantenendo la fascia anche a Parma, nella franchigia delle Zebre: è uno su cui puoi sempre contare, Tommaso. Fortissimo fisicamente, coraggioso, si è preso pure la maglia della Nazionale. Fino a quel maledetto 9 marzo. "Non ci è voluto molto a capire che era una cosa brutta, molto brutta", ricorda. "All'inizio mi hanno imbottito di antidolorifici, ho dovuto aspettare 10 giorni prima di essere operato perché era tutto troppo gonfio". Di solito sono mesi e mesi di prognosi. "Io ho tolto il gesso dopo 42 giorni, il 29 aprile. E il lunedì seguente ho cominciato la fisioterapia a Brescia, in un centro dove ero già stato nel 2013 quando mi ero rotto un ginocchio". Lo segue Cristiano Durante, che sta curando il recupero di un altro nazionale infortunato (Matteo Minozzi). "In questi mesi in palestra ho continuato a tenermi in forma. E ho appena ripreso a camminare. Vado in bici, molta cyclette". I primi passi li ha fatti a Pergine Valsugana, provincia di Trento, convocato con gli altri azzurri: "Hanno cominciato una preparazione straordinaria, organizzata nei dettagli (alimentazione, respirazione) e molto motivati. Tanto che a vederli così felici e carichi di energia – lo ammetto – mi è venuto un po' di magone". L'ambizioso obiettivo del ct Conor O'Shea è passare il turno ai mondiali, entrando tra le migliori 8: bisogna battere Namibia, Canada, ma soprattutto una tra Sudafrica e Nuova Zelanda. "È giusto pensare in grande: non avrebbe senso, andare laggiù per limitarsi a fare il compitino". E che senso ha, per Tommaso Castello? "Tutto. E' la mia ultima possibilità di partecipare ad una Coppa del Mondo, non voglio perderla. Tornare in azzurro, anche in queste condizioni, è segno che sono importante per la squadra. Grazie. Ma in Giappone andrà solo chi è al meglio della condizione".

Sognando i Mondiali

Il programma del genovese non prevede inciampi: "A fine giugno devo riprendere a correre, a fine luglio essere in grado di cambiare direzione in velocità. Progredire: saltando le prime due amichevoli della Nazionale (Irlanda, Russia), giocando qualche minuto della terza (Francia) e tutta la quarta (Inghilterra: quando si dice il destino), alla vigilia della partenza per Tokyo". Che sofferenza. "E' dura, quando ti sbloccano la caviglia e dopo tanto tempo provi ancora quel dolore. Però non sono uno che si deprime, non ho bisogno di incoraggiamenti o di parole: ci voglio provare, e basta". In settimana fa la spola tra Genova, Parma, Brescia. "E studio. Dopo la laurea in Scienze Motorie, punto a quella in Ingegneria meccanica: sono in pari con gli esami, mi mancano 2 anni". Poi addio rugby? "Intanto vediamo se riesco ad andare ai Mondiali. Poi mi piacerebbe fare una stagione all'estero, questo sì. Altrimenti, continuare con le Zebre fino al termine degli studi: quindi, un lavoro lontano dal campo". Nel capoluogo ligure lo vorrebbe di nuovo nel Cus Genova, passati i 30 anni: con gli altri ragazzi biancorossi in giro per l'Italia (Zini, Gregorio, Pescetto, Bruno, Borzone), formerebbe una linea di tre-quarti da scudetto. "Magari giocherei all'apertura, per via delle mie qualità tecniche", ci scherza su. "Sarebbe bello, tornare al Cus. Magari anche solo per dare una mano ad allenare la squadra. In fondo, un po' di esperienza in giro per il mondo l'ho fatta. E credo di sapere cosa significhino le parole impegno, sacrificio". Sì, uno così ce la può fare. Sempre.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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