Onu: Rapporto sull'omicidio Khashoggi, Arabia Saudita responsabile

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Riad è responsabile in base alla legge internazionale per l’uccisione extragiudiziale avvenuta il 2 ottobre scorso. Non ci sono ancora conclusioni sui colpevoli, ma è stata una esecuzione deliberata e premeditata

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“Ci sono prove credibili che meritano ulteriori indagini su un possibile coinvolgimento del principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman (e di altri funzionari del Regno wahabita) nell’uccisione del giornalista del Washington Post, Jamal Khashoggi”, (acceso critico della Corona saudita), avvenuta il 2 ottobre scorso. Lo sostiene il rapporto di 101 pagine redatto dagli esperti Onu sui diritti umani che indagano sul caso, guidati da Agnes Callamard. “Non ci sono conclusioni sui colpevoli” ha precisato comunque Callamard, “ma si indaghi ancora”. Nello stesso rapporto si sostiene che “il giornalista Jamal Khashoggi è stato vittima di una esecuzione deliberata e premeditata”. A metterlo nero su bianco è la relatrice speciale delle Nazioni unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, Agnes Callamard.  “L’Arabia Saudita è responsabile in base alla legge internazionale per l’uccisione extragiudiziale di Khashoggi” – afferma ancora Callamard nel suo rapporto redatto in base alla prima indagine indipendente sull’uccisione del giornalista.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite per le esecuzioni extragiudiziali o arbitrarie, Agnes Callamard, si è recata in Turchia a capo di un gruppo di esperti Onu per indagare sul caso. Negli scorsi mesi ha denunciato la mancanza di trasparenza nelle udienze in Arabia Saudita del processo agli 11 imputati accusati dell’omicidio tenute segrete dalle autorità, chiedendo che fossero rivelati i nomi degli imputati e la sorte di altre 10 persone inizialmente arrestate. Callamard presenterà il suo rapporto il 26 giugno prossimo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Chi è Jamal Khashoggi
Ex consigliere del governo saudita, Khashoggi aveva deciso di autoesiliarsi negli Stati Uniti nel 2017 per timore di un possibile arresto, dopo aver criticato alcune decisioni del principe ereditario saudita, nonché ministro della Difesa, Mohammed bin Salman. Aveva anche espresso diverse critiche sull’intervento militare di Riad in Yemen. Khasoggi aveva più volte denunciato intimidazioni, arresti e attacchi subiti da giornalisti, intellettuali e leader religiosi non allineati con la casa reale saudita. Ex redattore del quotidiano Al-Watan e di un canale di notizie tv saudita, Khashoggi aveva anche partecipato ai programmi della Bbc sull’Arabia Saudita e sul Medio Oriente. Il giornalista era anche noto per la sua relazione con il giovane Osama Bin Laden, con il quale aveva viaggiato molto in Afghanistan negli anni Ottanta durante l’occupazione sovietica.

I fatti
Dal 2 ottobre 2018 gli occhi dei media internazionali e della diplomazia sono puntati sulla Turchia dopo la sparizione e l’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi. L’Arabia Saudita ha ammesso che l’uomo, sparito dopo essere entrato nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia, sia morto mentre si trovava nella struttura. 
Khashoggi, collaboratore del Washington Post, si era recato nel consolato per completare alcune “pratiche burocratiche” e da allora non si sono più avute sue notizie. A denunciare la sua scomparsa era stata la compagna che lo ha atteso fuori dall’edificio per undici ore, fino alla chiusura degli uffici. Khashoggi le aveva raccomandato di avvisare un consigliere del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, se non fosse tornato indietro. All’entrata del consolato il giornalista era stato costretto a lasciare il suo cellulare. Il 15 novembre la procura generale dell’Arabia Saudita ha incriminato 11 persone per l’omicidio: per 5 di queste, ritenute essere esecutrici materiali dell’uccisione, è stata chiesta la condanna a morte. Le autorità di Riad hanno negato che nell’omicidio sia implicato il principe ereditario, Mohammed bin Salman.

[ Fonte articolo: Rai News ]

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