Liverpool, il capolavoro è di Klopp: difendersi una notte per vincere la Champions

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Il tedesco, fautore del calcio offensivo, si è convertito per una volta al difensivismo per avere la meglio sul Tottenham

MADRID – La meraviglia è di Klopp. Trionfa giocando come mai avrebbe pensato di giocare: difendendosi. Aveva detto che se avesse perso ancora una volta in finale, la settima su otto, avrebbe scritto un libro. Per raccontare cosa? Forse l'origine delle sue lodevolissime ostinazioni che lo hanno sempre spinto a insegnare ai suoi ragazzi com'è che si raggiunge un obiettivo nello sport di squadra: attraverso la creatività collettiva. Forse avrebbe potuto spiegarci quella sua, altrettanto ammirevole, ma non meno ossessiva, ricerca del bello nella concretezza del gioco. Oppure il perché di quelle sue ambiziose visioni, poco sotto Guardiola, di un calcio brillante per palati innamorati delle bollicine, prima ancora che di risultati.

Eppure la sua prima Champions Klopp la alza proprio quando tutto questo, paradossalmente, non è servito. Neanche per un minuto. Perché quando vai sull'1-0 con un rigore che si poteva anche non dare, pensi che tutto quello per cui hai vissuto può anche essere lasciato negli spogliatoi, sulla lavagna o addirittura a casa. Klopp ha vinto chiedendo alla sua difesa di arretrare, si era reso conto che il Tottenham non aveva le polveri asciutte e anzi i suoi uomini più temibili, palla a terra, sembravano essere arrugginiti, o almeno erano arrugginiti i rapporti fra di loro. Così Klopp ha vinto di conserva, sapendo di avere un centrocampo superiore ma quasi mai cercando di metterlo in mostra. Si è convertito, e chi può dargli torto, a un machiavellismo d'occasione. E sicuramente anche Steven Gerrard in tribuna, l'ultimo a vincere la Champions con il Liverpool nel 2005, avrà apprezzato l'umiltà del "suo allenatore ideale" nello scegliere in modo così palese di approfittare della buona sorte che è scesa in campo schierandosi apertamente, cioè consigliando a Sissoko di allargare il braccio destro dopo sedici secondi.

Dopo quella persa lo scorso anno con l'intontimento di Karius, un'altra finale di Champions è la fotografia perfetta del fine che giustifica i mezzi. Questa partita Klopp non l'ha giocata: ha soltanto cercato di vincerla. E così è stato, dal rigore prematuro di Salah alla rete sicurezza di Origi. Vinta per senso di appartenenza, con la testa, mediante valutazioni più terra terra. Non c'è stato il Liverpool spumeggiante: per come si erano messe le cose non sarebbe stato utile. E Klopp ha riconosciuto i limiti dell'accaduto: "Non è stata certo la più bella delle partite". Ma come poteva? E soprattutto, in ottica Kop, chissenefrega. Non abbiamo visto le trame dei tenori dell'attacco, anche perché Firmino stava così male da uscire senza aver toccato più di cinque palloni. Non abbiamo visto potenza, superiorità, qualità. C'è stata, al posto del Liverpool, una squadra che si è anzi onorata di dover affrontare la vita della partita come se non ci fosse un domani, come se nulla contasse al di fuori di quelle maledette, benedette, formidabili orecchie della coppa. Passaggi sbagliati? Pazienza. Affanno? Passa. Paura? Fa bene ogni tanto. Quando Klopp ha chiesto ai suoi di passare al 4-4-2, mentre la squadra era stanca (ci si stanca di più a giocare come non si è abituati…), non si era reso conto che i suoi già avevano provveduto a mettersi col 4-5-1 e che Salah arretrava sino a marcare Rose.

Il povero Tottenham ha dalla sua confermato un sospetto: che le due finaliste non erano le più forti. Avevano sì guadagnato la finale con due straordinarie rimonte. Ma in fondo avevano chiuso a pari punti con Napoli e Inter la fase a gironi. Forse qui avrebbero dovuto esserci Barcellona e Ajax. Ma questa è un'altra storia. O forse un'altra Champions.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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