Macron fa saltare la fusione: Fiat Chrysler "molla" Renault Titolo a picco, poi. Il sospetto

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Salta nella notte la fusione tra Fca e Renault, decisivi i dubbi del presidente francese Emmanuel Macron e quelli del socio giapponese Nissan, preoccupati per una diminuzione dei rispettivi poteri decisionali. Il fallimento della trattativa ha portato immediati effetti negativi in Borsa. il titolo Fiat Chrysler è crollato a Wall Street, perdendo il 3,34 per cento. Diverso invece il clima a Piazza Affari, dove a metà mattinata Fca gira in positivo dopo aver azzerato le perdite (Renault invece continua a cedere oltre il 7% a Parigi). Il titolo dell’ex-Lingotto è stato protagonista di uno sprint fino a essere congelato per eccesso di volatilità e riammesso con un rialzo dell’1% a 11,83 euro. Segno che forse, secondo i mercati, lo stop alla fusione è soltanto una fase in una complicatissima partita di poker che vede al tavolo quattro protagonisti: Italia, Francia, Usa e Giappone.

È stata Fca ad annunciare il ritiro, "con effetto immediato", dell’offerta d’integrazione da 33 miliardi di euro, dopo il cda presieduto da John Elkann che si è tenuto a Londra. Poco prima, Renault, al termine della riunione del board andata avanti per oltre 6 ore, aveva fatto sapere di non essere stata in grado "di prendere una decisione a causa della richiesta manifestata da rappresentanti dello Stato francese di posticipare il voto ad un altro consiglio". Secondo indiscrezioni, a votare contro la proposta di fusione nel cda di Renault sarebbero stati solo il governo francese e un rappresentante sindacale mentre il consigliere di Nissan si sarebbe astenuto. Fca, nel comunicato, ha chiarito che a far saltare l’operazione è stato proprio il governo di Parigi, principale azionista della casa di Boulogne-Billancourt con una partecipazione pari al 15%. In Francia "non vi sono attualmente le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo", ha tuonato la casa del Lingotto. Fca continua "ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti".

Fca ha dunque espresso la propria gratitudine ai vertici di Renault ed ai suoi partner Nissan e Mitsubishi "per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta". Le nozze non si celebreranno "a qualsiasi condizione" aveva avvertito il ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, lasciando presagire che qualcosa non stava funzionando. Parigi, nel caso di fusione, ha reclamato una sede "operativa" Fca-Renault in Francia, garanzie sui siti industriali, sull’occupazione e ha preteso una poltrona per un rappresentante governativo nel nuovo cda che sarebbe dovuto essere paritetico, formato da quattro membri per parte. A John Elkann sarebbe potuta spettare la presidenza, mentre l’amministratore delegato post-fusione sarebbe dovuto essere di sponda transalpina e tra i nomi indicati da Parigi c’era quello dell’attuale Ceo di Renault, Jean-Dominique Senard. Nel nuovo gruppo la quota pubblica francese si sarebbe diluita al 7,5%. Da Roma a seguire da vicino la trattativa è stato il vicepremier Luigi Di Maio. "Stiamo monitorando l’operazione per conoscere il notevole valore aggiunto che dovrà portare all’Italia. Diamo per scontato che si salvaguardino prima di tutto i lavoratori e che, piuttosto, attraverso il mantenimento e il potenziamento del piano di investimenti sugli stabilimenti italiani, questi aumentino nel prossimo futuro", aveva dichiarato Di Maio. 

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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