Guida alle elezioni europee in Francia

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I giornali le stanno raccontando come un sequel delle presidenziali del 2017 fra Macron e Le Pen, nascondendo qualche sfumatura

In Francia, come in Italia, le elezioni europee si terranno domenica 26 maggio: sabato 25 maggio si voterà invece in alcuni territori d’oltremare. Permetteranno di eleggere 74 europarlamentari, uno in più di quelli italiani. La campagna elettorale è iniziata il 13 maggio e le due principali formazioni, quella del presidente Emmanuel Macron e quella di Marine Le Pen, di estrema destra, sono date come molto vicine dai sondaggi. Tutto il dibattito è stato impostato come una competizione a due (speculare, secondo alcuni osservatori) tra progressisti e nazionalisti, e senza che al centro vengano messi i reali programmi dei due partiti.

Una novità e un record
La principale novità delle europee in Francia è che dopo l’approvazione di una modifica alla legge elettorale, il territorio francese è tornato ad essere un’unica grande circoscrizione elettorale (prima era diviso in 8 grandi circoscrizioni). Il sistema elettorale è un proporzionale puro, lo sbarramento è al 5 per cento, ciascuna lista sarà composta da 74 candidati alternati in base al sesso.

Dopo le prime elezioni europee del 1979, la partecipazione ha cominciato a diminuire: 61 per cento nel 1979, 57 nel 1984, 49 nel 1989. Nel 1994 c’è stata una lieve ripresa (53 per cento) per poi arrivare al 43 per cento del 2014. Si stima che il 26 maggio l’affluenza scenderà ulteriormente, fino al 40 per cento.

Le Monde ha parlato di «record di candidature»: sono infatti state registrate e approvate 34 liste in totale. Alle ultime elezioni europee del 2014 le liste erano 193, ma il voto era a quel tempo organizzato in otto grandi circoscrizioni (la media era dunque di ventiquattro liste per collegio). Alle ultime elezioni del 2014 il Front National arrivò quasi al 25 per cento dei voti diventando il primo partito del paese, superando il centro destra dell’UMP (20,8 per cento) e i Socialisti (14 per cento).

I sondaggi
Gli ultimi sondaggi dicono, da mesi, che La République En Marche del presidente Emmanuel Macron e Rassemblement National di Marine Le Pen sono praticamente pari: entrambi, secondo i principali istituti di ricerca, risultano tra il 22 e il 22,5 per cento. Le differenze rimangono entro il margine di errore, quindi non è possibile trarre alcuna conclusione sull’esito del voto. Les Républicains (centrodestra) sono dati terzi (tra il 13 e il 14 per cento), la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon è tra l’8 e il 9,5, i Verdi tra il 7 e il 9,5 e i socialisti tra il 4,5 e il 6 per cento, a rischio quindi di non eleggere nemmeno un europarlamentare.

La situazione
Nathalie Loiseau è la capolista di Renaissance, la lista sostenuta dai centristi di Modem e da La République En Marche (LREM) di Macron. Dal 2012 al 2017 ha diretto l’Ecole Nationale d’Administration (ENA) di Strasburgo – la prestigiosa scuola dell’amministrazione che da decenni forma buona parte della classe dirigente francese – e per due anni (dal 2017 al 2019) è stata ministra degli Affari europei. Ha 54 anni, è cattolica, si definisce femminista, e a metà aprile, dopo che un’inchiesta su Mediapart l’ha accusata di aver militato in un gruppo politico universitario di estrema destra, è finita al centro di molte polemiche, trovandosi ad essere l’obiettivo principale delle critiche sia dell’estrema sinistra che dell’estrema destra.

Mediapart ha rivelato che quando era una studentessa a Sciences Po, l’istituto di studi politici di Parigi, Loiseau è stata candidata alle elezioni studentesche per l’Union des étudiants de droite (UED), un sindacato nato dal GUD (Groupe union défense), un’organizzazione dell’estrema destra identitaria che oggi non esiste più. Il problema è che Loiseau sta conducendo tutta la sua campagna elettorale sostenendo che En Marche sarà l’unico argine efficace contro l’estrema destra.

Lei si è difesa dicendo di non essersi resa conto della linea politica del sindacato, poi ha parlato di un «errore di gioventù». Ma è stata criticata anche per un fumetto per bambini sul funzionamento dell’Unione Europea di cui è autrice: il fumetto, tra le altre cose, è stato stato accusato di omofobia. Il fatto poi che non abbia un grande carisma la rendono poco apprezzata all’interno del suo stesso partito. Fuori ancora meno: Marine Le Pen la definisce una «supertecnocrate», e Mélenchon l’ha pesantemente criticata per aver inserito una messa nei suoi programmi ufficiali delle giornate di campagna elettorale, parlando di «laicità calpestata».

Il capolista di Les Républicans è invece François-Xavier Bellamy, professore di filosofia e vicesindaco di Versailles dal 2008. L’inizio della sua campagna elettorale ha portato un aumento di consensi alla lista, che, tuttavia, rimane modesto e comunque lontano dai consensi raccolti al primo turno delle ultime elezioni presidenziali del 2017, quando François Fillon ottenne il 20 per cento, o dal 21 per cento dell’UMP (il vecchio nome del partito) alle europee del 2014. L’obiettivo è provare a raccogliere un numero sufficiente di voti per poter dire che «la destra è tornata», scrivono i giornali francesi. LR è guardato con attenzione dagli osservatori, non tanto per le percentuali a cui lo danno i sondaggi, ma perché nelle ultime settimane si sta contendendo con LREM i voti della destra liberale e moderata, definiti «strategici» per l’esito delle elezioni del 26 maggio.

La sinistra si presenta divisa. C’è La France insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon che alle ultime presidenziali aveva ottenuto il 19,6 e che si presenta con Manon Aubry come capolista (ha 29 anni, è stata portavoce dell’ONG Oxfam e insegna a Sciences Po); e poi c’è Europe Ecologie-Les Verts, con Yannick Jadot, deputato ed ex dirigente della sezione francese di Greenpeace. Il voto dell’area socialista sarà diviso tra la lista guidata da Raphaël Glucksmann, che fa riferimento all’ormai quasi scomparso Partito Socialista, e quella di Benoît Hamon: ciascuna punta a superare l’altra arrivando almeno al 5 per cento, e ad avere così una rappresentanza al Parlamento europeo.

Nell’area della destra sovranista ci sono almeno sei formazioni. Tra queste: Ensemble pour le Frexit (Insieme per Frexit, cioè per l’uscita della Francia dall’Unione Europea) di François Asselineau, Le courage de défendre les Français (Il coraggio di difendere i francesi) presentata da Nicolas Dupont-Aignan, Ensemble patriotes et gilets jaunes, pour la France, sortons de l’Union européenne! di Florian Philippot, ex vicepresidente di FN. In queste ultime due liste sono candidate persone che durante le proteste dei “gilet gialli” hanno avuto dei momenti di visibilità. Le liste che possono invece essere collegate più direttamente alle proteste anti-Macron sono tre: Alliance jaune, la révolte par le vote, del musicista Francis Lalanne, Evolution citoyenne, depositata da una delle figure leader del movimento, Christophe Chalençon, e Mouvement pour l’initiative citoyenne.

Progressisti contro nazionalisti
Al di là del numero delle liste, le europee in Francia vengono raccontate come un sequel delle ultime presidenziali con Emmanuel Macron da una parte e Marine Le Pen dall’altra. Per Macron sarà fondamentale, sia in termini di politica interna che per rafforzare la propria credibilità sulla scena europea, che la lista guidata da Nathalie Loiseau arrivi prima. Marine Le Pen, invece, intende replicare il successo delle europee del 2014 per poter vendere di nuovo RN come “primo partito della Francia”.

La campagna elettorale di LRM è stata impostata come un duello a due: tra progressisti e nazionalisti, tra europeisti e euroscettici. «Non avete scelta, non avete che una scelta semplice» ha detto Macron all’inizio della campagna elettorale, ed è uno slogan che viene ripetuto nello spot elettorale della sua lista. «O noi o il caos!», fanno sapere da giorni all’interno del partito. Al centro di tutto, insomma, è stata messa la paura.

Il fatto che i macronisti abbiano ridotto la competizione a una semplice scelta binaria ha però portato dei vantaggi a Marine Le Pen, mettendola in scena come principale e unica oppositrice del governo. «Entrambi (Macron e Le Pen, ndr) sono interessati a questa drammatizzazione della questione e al confronto faccia a faccia», ha spiegato il direttore dell’istituto Ipsos. Eppure, ha spiegato il filosofo Jean-Marc Ferry, «il principale svantaggio di questa posizione è quello di mandare in corto circuito il vero dibattito sull’UE rafforzando l’illusione mantenuta dai media: sei favorevole o contrario all’UE? Ma l’Europa politica che desideriamo non è necessariamente questa Unione Europea, almeno per molti di noi». Per Fabien Escalona, ​​politologo e giornalista di Mediapart, la strategia dei macronisti è «semplicistica e riduttiva» perché nasconde tutte le sfumature che stanno in mezzo fra En Marche e RN.

La filosofa politica Chantal Mouffe ha spiegato che giocando la carta della paura Emmanuel Macron non sta riuscendo a mettere al centro del discorso gli altri argomenti che legittimano la sua visione politica: «Ci viene presentato un sistema senza alternative: è il nostro destino, il there is no alternative portato avanti qualche anno fa da Margaret Thatcher». Eppure, insistere sullo scontro frontale ha constretto Macron a difendere l’Unione Europea così com’è, mentre proprio Macron è stato eletto presidente scommettendo su una «rifondazione dell’Europa» come spazio politico. «L’elettorato sembra sempre più stanco di questa non-scelta in cui lo si vuole forzare», scrive Slate.

Questa rertorica, infine, «lascia ai nazionalisti e ai populisti il monopolio delle critiche all’Europa. Li nutre e rafforza la loro posizione di protesta», ha detto Shahin Vallée, ex consigliere economico sia di Emmanuel Macron sia di Herman Van Rompuy, ex presidente del Consiglio europeo. Negli ultimi mesi, in effetti, il partito di Marine Le Pen ha rinunciato a chiedere l’uscita dell’Unione europea, come aveva fatto per anni. Ora dice di voler cambiare l’Europa dall’interno riformando «in profondità» le sue istituzioni, parla di ridefinirne il parlamento che può «sviluppare dei programmi» e rendere un «servizio alle nazioni».

Secondo diversi osservatori, insomma, il confronto schiacciato fra due visioni di mondo cancella le differenze tra i programmi delle diverse famiglie politiche in competizione. «Il gioco di LRM e di Emmanuel Macron è estremamente pericoloso. Andando sul loro terreno [di RN] e usando le loro parole, non fanno altro che legittimare il loro discorso. Il nostro ruolo è quello di essere una terza via, un’alternativa», ha detto la capolista de La France Insoumise Manon Aubry cercando di allargare lo spazio del dibattito.

Tutta questa situazione sarebbe poi stata costruita su una dicotomia falsa, almeno per i francesi: le due identità (progressista e nazionalista) non sono percepite come esclusive. Secondo un recente studio dello ECFR (European Council on Foreign Relations), per molti elettori ed elettrici non c’è infatti opposizione tra identità europea e identità nazionale: ci si può sentire parte di un’entità nazionale e allo stesso tempo essere europeisti. «La maggioranza degli europei vuole il cambiamento, ma lo concretizzano in modo molto diverso su entrambi i lati del continente. Così, hanno potuto votare per un partito anti-immigrazione di estrema destra nei Paesi Bassi, ma per una donna progressista alle elezioni presidenziali in Slovacchia», hanno scritto alcuni esperti.

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Questo articolo fa parte di una serie di guide alle elezioni europee del 2019. Qui trovate tutte le altre pubblicate finora.

[ Fonte articolo: ilpost ]

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