Salute, scoperta nuova forma di demenza simile all'Alzheimer

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Sono potenzialmente milioni gli anziani al mondo affetti da una forma di demenza senile, erroneamente diagnosticata come Alzheimer, che vede coinvolta un’altra proteina presente nel cervello. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Brain

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Una nuova forma di demenza, molto più comune dell’Alzheimer ma con effetti simili, è stata individuata nel 25% degli over 85. Sono potenzialmente milioni gli anziani al mondo, quindi, che presentano una forma di demenza senile,  erroneamente diagnosticata come Alzheimer, ma che vede coinvolta un’altra proteina presente nel cervello. A far luce su una delle più importanti scoperte in materia fatte negli ultimi anni è uno studio pubblicato sulla rivista Brain, frutto di una collaborazione internazionale coordinata dall’Università del Kentucky, i cui risultati possono spiegare, in parte, perché la ricerca di una cura per l’Alzheimer abbia finora fallito.

Esistono diversi tipi di patologie degenerative del cervello collegate all’invecchiamento, e il morbo di Alzheimer, dovuto ad accumuli nel cervello di proteine amiloide e tau, è quello su cui è stata fatta più ricerca, ma non è il più comune. Fino a un terzo dei presunti casi di Alzheimer potrebbe esser stato causato, in realtà, da una condizione ora individuata e descritta: l’encefalopatia Tdp-43. All’origine vi è l’accumulo della proteina Tdp-43 nel cervello, una condizione che, secondo studi effettuati post mortem, è presente in un anziano su quattro dopo gli 85 anni.

Il nuovo studio mostra che questo accumulo porta ad alterazioni della memoria e delle abilità cognitive simili all’Alzheimer, ma che insorgono più lentamente. “Questa patologia è stata sempre presente, ma la riconosciamo ora per la prima volta”, racconta l’autore principale dello studio, Pete Nelson, dell’Università del Kentucky, e potrebbe spiegare i fallimenti di alcune terapie anti Alzheimer che prendevano di mira le proteine tau e amiloide. Potrebbero infatti esser state testate su persone che avevano quest’altra condizione. Secondo Robert Howard dello University College di Londra, questa scoperta “ha importanti implicazioni per la scelta dei partecipanti nelle sperimentazioni future”.   

[ Fonte articolo: Rai News ]

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