Brexit, Theresa May: "Farò al Parlamento un'offerta nuova e coraggiosa"

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I deputati hanno bocciato tre volte l’accordo sulla Brexit negoziato da May con l’Unione europea: la data di uscita è stata rinviata dal 29 marzo prima al 12 aprile e poi al 31 ottobre. Sondaggi elezioni europee: il partito di Farage in testa ai sondaggi

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La premier britannica, Theresa May, si prepara a fare una “offerta coraggiosa” al Parlamento nell’ultimo tentativo di far accettare ai deputati il suo accordo di uscita dall’Ue. Lo afferma lei stessa in un intervento pubblicato sul Sunday Times, in cui spiega che vuole presentare all’inizio di giugno alla Camera dei Comuni la sua nuova proposta, con alcune modifiche, nella speranza di raccogliere una maggioranza a suo favore.

I deputati hanno bocciato tre volte l’accordo sulla Brexit negoziato da May con l’Unione europea: la data di uscita è stata rinviata dal 29 marzo prima al 12 aprile e poi al 31 ottobre.

“Credo sempre che sia possibile ottenere una maggioranza in Parlamento per un’uscita dall’Ue con un accordo”, scrive May, assicurando che il testo che sarà sottoposto ai deputati è una “offerta nuova e coraggiosa” con un “pacchetto migliorato di misure, capace di ottenere il sostegno” del Parlamento.  

Venerdì l’opposizione laburista di Jeremy Corbyn ha rotto i colloqui con May destinati a trovare una soluzione per attuare la Brexit, accusando la premier di “debolezza”.

Al termine di un incontro con Corbyn avuto martedì, la leader dei Tory aveva annunciato che avrebbe rischiato portando il Parlamento a un nuovo voto all’inizio di giugno: i deputati dovranno pronunciarsi su un progetto di legge sulla Brexit che fisserà le modalità legislative di divorzio e non sull’accordo in sé.

Verso le elezioni europee. Il partito di Farage in testa ai sondaggi
Le elezioni che non si dovevano fare alla fine si faranno e saranno una sorta di secondo referendum sulla Brexit. O meglio, su come la Brexit è stata gestita dai principali partiti, a cominciare dai Conservatori, che a tre anni dal referendum nel quale i britannici scelsero l’uscita dall’Unione europea, non sono stati capaci di dare seguito alla volontà degli elettori. Non sorprende quindi che, secondo i sondaggi, sarà proprio il partito della premier Theresa May a pagare il conto più salato. I Tories sono al momento accreditati di una percentuale che oscilla tra il 9% e il 13 %, rischiando di uscire dalle urne come il quarto o il quinto partito.

Un vero e proprio crollo, dopo quello delle recenti amministrative, del quale però non sembrano beneficiare i Laburisti di Jeremy Corbyn, accreditati di una percentuale che varia dal 15% al 20%, troppo poco per un partito che ha ambizioni di governo. Se i Conservatori della May pagano le incessanti divisioni tra l’ala euroscettica (i Brexiteers) e quella pro-Ue (i Remainers), che hanno portato all’impasse politico degli ultimi mesi, il Labour paga soprattutto l’atteggiamento ambiguo sulla Brexit.

Da un lato, Corbyn ha sempre sostenuto di voler rispettare il risultato del referendum del 2016, consapevole che in molti collegi l’elettorato laburista si schierò per la Brexit. Dall’altro, non ha voluto rompere del tutto con la componente pro-Ue del partito, pur non spingendosi al punto di concedere un secondo referendum. Un atteggiamento che ha portato i suoi benefici, fin quando a confrontarsi con le difficoltà della Brexit – e con quelle del lungo negoziato con Bruxelles – sono stati i Conservatori. Nel momento in cui al Labour è stato chiesto di prendere l’iniziativa, in Parlamento e nel Paese, le contraddizioni sembrano aver finito per scontentare tutti: sia gli elettori pro-Brexit, che quelli pro-Ue.

Alle spalle della May scaldano i muscoli i pretendenti alla leadership dei Tories (e alla guida del governo), con in testa i principali esponenti euroscettici, rimo fra tutti l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson.

 A beneficiare di questo caos è il trionfatore delle elezioni europee del 2014 e del referendum del 2016: Nigel Farage. Scomparso per un po’ dai radar politici, Farage è stato letteralmente resuscitato dai ripetuti fallimenti dei Conservatori. Il suo nuovo Brexit Party veleggia in testa ai sondaggi con il 35% dei consensi e potrebbe accaparrarsi una buona fetta dei 73 seggi che spettano al Regno Unito. Il messaggio di Farage è chiaro (anche se avaro di dettagli ed è proprio sui dettagli che la Brexit è andata finora storta): il risultato del referendum è stato tradito.

A risentire dell’exploit di Farage e del suo nuovo Brexit Party, a parte i Conservatori, è soprattutto l’Ukip. Abbandonato lo scorso anno da Farage per la deriva anti-Islam e di estrema destra nella quale è caduto il partito sotto la guida di Gerard Batten, l’Ukip nei sondaggi non va oltre una percentuale che oscilla tra il 3 e il 5 per cento. Nel 2014 risultò il primo partito, con quasi il 27% dei voti e 24 seggi.

Ad incarnare il voto dei britannici contrari alla Brexit, più che il Labour sembrano essere i Liberal democratici, rimasti coerenti in questi anni nel loro atteggiamento pro-Ue. Il partito di Vince Cable è accreditato di un risultato che oscilla tra il 10% e il 16% e potrebbero piazzarsi secondi alle spalle di Farage. Non sfonda invece ChangeUk, il partito europeista fondato da una decina di deputati fuoriusciti dai Tories e dal Labour. Le intenzioni di voto non vanno oltre il 5% e, a pochi giorni dalle elezioni, si registrano le prime defezioni di candidati, passati in fretta e furia sulla sponda Libdem, dove le percentuali sono più favorevoli.

Potrebbero fare bene i Verdi, anche alla luce del rinnovato interesse ambientalista in Gran Bretagna, che sono accreditati di un 10% nei sondaggi. Il sistema proporzionale su base nazionale adottato per il voto europeo rende invece abbastanza irrilevanti i partiti regionali, come lo Scottish National Party e il nordirlandese Democratic Unionist Party. Nel complesso, insieme agli altri partiti minori, le loro percentuali non vanno oltre il 7%.

Resta poi da vedere quanto alta (o bassa) sarà l’affluenza per questo voto europeo, vissuto con fastidio dai principali partiti e da una fetta consistente di elettorato. Nel 2014 si recarono alle urne appena il 35,6% degli elettori. Infine, un dato che dovrebbe far riflettere quanti sperano in un fallimento della Brexit e in un secondo referendum che confermi la permanenza britannica nella Ue, ribaltando il risultato del 2016. Sommando le percentuali di voto dei partiti euroscettici e della componente anti Ue dei Laburisti, si arriva ancora una volta a un risultato poco inferiore o poco superiore al 50%. 

[ Fonte articolo: Rai News ]

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