Caffè, la fregatura sul prezzo della tazzina al bar: numeri impazziti, perché adesso costa di più

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Il prezzo del caffè è in caduta libera. Nell’ ultimo anno e mezzo ci sono stati sei trimestri di cali ininterrotti: una serie negativa che non si verificava addirittura dal 2001. Colpa del Brasile che si è messo a produrre Arabica – la varietà più pregiata – a ritmi vertiginosi. E sta inondando i mercati. Dall’ inizio di marzo, come segnala il Wall Street Journal, proprio l’ Arabica si è venduta stabilmente al di sotto di un dollaro per ogni libbra (misura di peso che equivale a poco meno di mezzo chilo). Un valore che nella maggior parte del mondo, tranne che nelle piantagioni brasiliane, segna il livello dei costi di produzione.
I coltivatori brasiliani di caffè sono i più attrezzati al mondo e possono mettere in campo un’ automazione dei processi di raccolta che non ha eguali al mondo. Più o meno quel che accade per le olive in Spagna, con una ulteriore differenza: il caffè è di fatto una commodity e il Paese di produzione non influisce più di tanto sul prezzo. Così vince chi riesce a comprimere di più i costi.

REAL SVALUTATO
Come se non bastasse, pure le quotazioni di altre varietà stanno calando. Se l’ Arabica ha perso più del 40% negli ultimi 30 mesi, il Robusta, meno pregiato ma largamente utilizzato per le miscele solubili si è fortemente indebolito, scendendo alla Borsa merci di New York appena sopra i 1.400 dollari per tonnellata. Il nuovo minimo dal 2016.
A complicare ulteriormente le cose ci si mette pure il cambio del real brasiliano, fortemente indebolitosi nell’ ultimo anno sul dollaro. Così un prodotto come il caffè che già costa meno per le tecniche di coltivazione, si deprezza ulteriormente per effetto del cambio. E la situazione rischia di diventare esplosiva.
Mentre alcuni Paesi, guidati dalla Colombia, stanno pensando di abbandonare la Borsa americana, ritenuta troppo accomodante con gli speculatori brasiliani, sui mercati di destinazione sta per abbattersi uno tsunami a base di caffè.
Il paradosso è che l’ ultimo raccolto è stato meno abbondante del precedente. Il Brasile, quest’ anno dovrebbe produrre 55 milioni di sacchi da 60 chilogrammi ciascuno, in calo rispetto alla stagione precedente, quando i contadini carioca avevano raggiunto il livello record di 61,6 milioni di sacchi.

Come accade per le olive, il caffè è segnato da cicli biennali. A un raccolto abbondante ne segue uno meno generoso. Quest’ anno le piantagioni sono in fase di «scarica» ma la produzione mondiale nel 2018 è stata di 7,9 milioni di sacchi superiore alla domanda, mentre quest’ anno dovrebbero mancarne appena 1,2 milioni di sacchi: un quantitativo insufficiente a svuotare i magazzini. Ecco perché le quotazioni nelle ultime settimane stanno risalendo ma si mantengono comunque ben sotto di un dollaro a libbra.

ACCORDI INUTILI
Alcuni Paesi, guidati da Messico, Honduras e Guatemala chiedono con forza un accordo fra produttori, un po’ come accade con l’ Opec per il petrolio. Ma altri ricordano che l’ intesa mondiale raggiunta nel 2000,per «congelare» un quinto del raccolto fino a quando i prezzi non fossero risaliti a 1,05 dollari per libbra si rivelò un fallimento. Pochi Paesi rispettarono l’ accordo, precipitandosi a vendere sotto banco non appena le quotazioni diedero segnali di ripresa.
Ma se all’ origine le quotazioni sono calanti, al dettaglio i prezzi della tazzina non scendono. Anzi, salgono. Secondo il Wall Street Journal, Starbucks, nel 2018 ha ritoccato i listini al rialzo tra l’ 1 e il 2%. Nei nostri bar, secondo l’ ultimo rapporto sulla ristorazione redatto dalla Fipe, i prezzi sono sostanzialmente stabili, ma con una tendenza di lungo periodo esclusivamente al rialzo. Insomma nei campi può accadere di tutto ma la tazzina non cala. Qualora cambi il prezzo, può soltanto crescere. Si confermano, semmai, le differenze fra i diversi capoluoghi di regione. Ma questa è una magra consolazione perché riflette il diverso potere d’ acquisto.

di Attilio Barbieri

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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