"Mamma, quando torniamo in Italia?": l'odissea di Daniela, prigioniera col figlio in Tunisia

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"Mamma, quando torniamo a casa, in Italia? Io non voglio più stare qui". E' la domanda ossessiva di Karim, 12 anni, nato in Italia. Una domanda a cui sua madre, Daniela De Giorgio, non sa più dare risposta. Mamma e figlio sono "prigionieri" in Tunisia. E nella voce di lei, 40enne bresciana, c'è tanta rabbia e tutta la disperazione di una madre che non può mantenere le promesse fatte al suo bambino. La donna, dopo diverse vicissitudini legali, non si è arresa: ha scritto anche una lettera al ministro dell'Interno Salvini, chiedendo aiuto. "Aiutatemi a svolgere il mio ruolo di mamma, a garantire l’istruzione a mio figlio, ridando dignità a un bambino italiano che al momento si vede preclusa ogni speranza di aver un futuro – scrive nella missiva -. Il mio è un grido d'aiuto e disperazione di una madre, come ce se sono tante qui, che vuole ridare dignità alla propria vita ma, soprattutto, al benessere e al domani di suo figlio". La sua è una lotta che va avanti da quattro anni e mezzo, come spiega a BresciaToday

Mamma prigioniera con suo figlio in Tunisia: "Noi, ostaggi legalizzati"

"Voglio assicurare a mio figlio un futuro, garantirgli una vita dignitosa che solo in Italia può avere. Lottando contro tutto e tutti, dopo lunghe e numerose udienze ho ottenuto l'affidamento di Karim – spiega -. Però non sono riuscita a far togliere il divieto all'espatrio che è stato fatto mettere sul passaporto di mio figlio dal mio ex compagno. Questa condizione, praticamente, ci rende ostaggi legalizzati: cittadini italiani che non possono lasciare la Tunisia". Di lasciare la Tunisia illegalmente, la 40enne bresciana non ne ha la minima intenzione: "Avrei potuto andarmene insieme a mio figlio a bordo delle imbarcazioni dei contrabbandieri o scappando via in Algeria. Non l’ho fatto perché credo nella giustizia, credo nei diritti degli esseri umani, credo nel rispetto delle tutele di un cittadino italiano. Voglio uscire con la legge dalla mia parte, credo sia un nostro diritto: non siamo criminali".

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L'odissea della donna comincia nel 2014, pochi mesi dopo il suo trasferimento a Tunisi insieme a Karim e all'ex compagno. Una decisione presa di comune accordo da Daniela e dall'ex: 

"Mio figlio non aveva visto il padre per sette lunghi anni: quando Karim aveva soltanto 14 mesi il mio ex è stato arrestato per spaccio ed è stato in carcere a lungo – racconta la 40enne -. L'ho cresciuto da sola e quando mi chiedeva dove fosse il suo papà gli dicevo che lavorava su una piattaforma in mezzo al mare: non volevo traumatizzarlo. Quando il mio ex è uscito di prigione ho ritenuto che fosse giusto che Karim potesse conoscerlo e costruire un rapporto anche con lui: volevo che crescesse con entrambi i genitori, pensavo fosse la scelta migliore. Così ho venduto il mio bar e ci siamo trasferiti a Tunisi, per cominciare una nuova vita. I patti però erano chiari: saremmo rimasti solo se Karim si fosse trovato bene". Passano solo due mesi e il ragazzino, nel frattempo iscritto a una scuola italiana, manifesta la volontà di tornare a casa, a  Brescia. A quel punto l'ex compagno fugge insieme a Karim: "Il 2 marzo 2014, giorno lunghissimo che non dimenticherò mai, al mio rientro a casa, dopo un'uscita con la sorella del mio ex compagno, mi sono accorta che quest'ultimo aveva preso tutte le cose di mio figlio, compresi i due passaporti fatti in Italia".

Daniela non ha più notizie del figlioletto per 18 lunghissimi giorni, e denuncia la scomparsa di entrambi alle autorità competenti. Li incontrerà, per caso, in tribunale, dove era andata per parlare con la Polizia. "Il mio ex era andato lì per chiedere l'affidamento esclusivo di mio figlio, credendo che io fossi ripartita per l'italia. Da quel giorno è iniziato il mio incubo giudiziario e burocratico". La donna ottiene l'affidamento del figlio – che nei weekend sta con il padre – ma non può lasciare la Tunisia insieme a lui, perché l'ex compagno è riuscito ad ottenere il divieto di espatrio per il ragazzino. Così si rivolge immediatamente all'ambasciata italiana: "Mi ha garantito un traduttore in aula, pagato l’avvocato per quattro udienze e un anno scolastico, ma mi ha lasciata sola a combattere contro un sistema giudiziario che tutela solo l’interesse maschile e i cittadini tunisini".

"Mio figlio vuole tornare a Brescia, me lo ripete di continuo"

In questi anni la donna ha fatto qualsiasi lavoro pur di provvedere a tutti i bisogni del figlio, ma l'assegno che le passa l'ex copre sole le spese dell'affitto, e non basta certo a pagare la retta scolastica. "Dopo 4 anni e mezzo di detenzione legalizzata e di sacrifici, avendo esaurito le poche disponibilità economiche che avevo, quest'anno ho rischiato di non poter più iscrivere mio figlio alla scuola italiana. Per alcune settimane non ha frequentato, poi il mio attuale datore di lavoro ha garantito per me e sono riuscita a farlo tornare in classe. Ma lui qui non sta bene: esce solo per andare a scuola, perché non c'è nulla per i ragazzi, non c'è nemmeno un parco giochi. Vuole tornare a Brescia, me lo ripete di continuo. Quando è con il padre temo che possa fargli del male: è un uomo violento, senza scrupoli". 

[ Fonte articolo: TODAY ]

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