Marchionne, la brutale verità: Torino saluta Mister Fiat ma. Quello che fa tremare Elkann

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Oggi Torino ricorda il suo "straniero". Così Sergio Marchionne è chiamato nella biografia che Paolo Bricco, giornalista del Sole 24 Ore, ha dedicato al salvatore della Fiat spuntato sulla collina nella tarda primavera di 14 anni fa, quando la casa simbolo del capitalismo privato italiano sembrava destinata ad affondare nelle acque del Po.

Grazie a lui la storia è andata in maniera diversa. Anzi, si è ribaltata: nel 2004 non si potevano nemmeno immaginare le sorti della città sganciata dalla "sua" Fiat, che rappresentava al tempo stesso la fabbrica e una sorta di governo ombra. Oggi, Fiat Chrysler è del tutto indipendente dalle sorti di Torino. Ma non vale l’ opposto. Fca può fare a meno di Torino, così come dell’ Italia. Ma per il Bel Paese l’ azienda resta un punto di riferimento essenziale. Di qui l’ inquietudine che condizionerà la cerimonia di oggi in Duomo in cui si celebrerà la memoria del manager in maglione blu, alla presenza, tra gli altri, di Mike Manley, il manager inglese cui (su sua indicazione) è stata affidata la missione di pilotare Fiat Chrysler destinata ad un futuro sempre più internazionale, anzi a stelle e strisce. Nella speranza che un matrimonio a stelle e strisce non vada a detrimento del decollo del polo del lusso, Alfa più Maserati e, soprattutto Ferrari, che per Marchionne rappresentava l’ unico sbocco credibile per l’ auto italiana.

Dopo Olivetti – È arrivato il momento di interrogarsi sull’ eredità del manager più rivoluzionario che l’ industria italiana ha avuto dai tempi di Adriano Olivetti. Uno che, all’ epoca del suo arrivo in Fiat, «non è – scrive Bricco – diverse cose. Nulla c’ entra e nulla sa della città in cui arriva. Non sa nulla del partito comunista. Non sa nulla dei pranzi in collina di Giulio Einaudi con i suoi collaboratori.
Non è cresciuto in un Paese dominato dall’ immagine ieratica dell’ Avvocato né tantomeno in una città in cui questi era il dominus di cortigiani e di detrattori». Uno straniero, insomma, che pure deve fare i conti con un’ eredità complicata dalle protezioni di cui la Fiat ha goduto in passato. «Mi rendo conto – dirà – che l’ Italia ha un rapporto complesso con la Fiat». E cosa resterà ora della sua eredità di leader assoluto? Quanto mancherà al Bel Paese questo testimonial atipico, sbarcato in Usa con la benedizione di Barack Obama per diventare «il ragazzo dell’ industria dell’ auto che mi sta più simpatico», come dichiarato da Donald Trump?
Ci sarà tempo e modo per tentare una risposta. Ma prima occorre rileggere la straordinaria storia del figlio del carabiniere Concezio sbarcato a Toronto per poi approdare, via Svizzera, alla guida dell’ impero a quattro ruote degli eredi di Gianni Agnelli che a lui devono buona parte di una fortuna plurimiliardaria che al manager, nel corso degli anni, ha fruttato 430 milioni di euro, tra stipendi, bonus e stock options. È il calcolo che fa Bricco, tra l’ altro fellow del centro automotive dell’ univer-sità Ca’ Foscari, cui va il merito di aver saputo ricostruire l’ avventura del business, dall’ America di Obama ai veti della signora Merkel, che negò a Marchionne l’ acquisto di Opel (rimettendoci un mare di quattrini) senza per questo trascurare il tratto più personale di un manager, severo ed inflessibile prima di tutti con se stesso. Fin dal su arrivo.

In fabbrica – «Un sabato mattina del 2004 – scrive Bricco – Marchionne è andato in una concessionaria Fiat, secondo alcuni in corso Giulio Cesare, altri in corso Bramante. Lui, ancora sconosciuto, si è seduto ad aspettare come un cliente qualsiasi. Nessuno è andato a salutarlo. Nessuno lo ha ricevuto. Passano i minuti, le mezze ore. Nessuno si fa vivo. Marchionne se va. In ufficio. E decide di licenziare tutti». Ma c’ è anche il ricordo di Sebastiano Garofalo, ingegnere, 37 anni passati in Fiat, oggi direttore di stabilimento a Cassino: «Ricordo il primo incontro a Mirafiori nel 2004. Lui era colpito dal buio della fabbrica. Che cosa è cambiato con lui? Primo ha stanziato i soldi per rifare gli stabilimenti. C’ è in lui una passione industriale che pochi conoscono e ancora meno capiscono. Quando arriva in elicottero nello stabilimento chiede di andare sulla linea produttiva. Lì si trasforma». Oggi forse l’ ingegnere sarà al Duomo di Torino, poco distante dai membri del clan Agnelli, dai piloti della Ferrari e dei campioni della Juventus. Tutti in fila per ricordare un campione.

di Ugo Bertone

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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