Boxe, è morto Franco Cavicchi: fu campione d'Europa dei pesi massimi

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A 90 anni si è spento il bolognese, protagonista tra gli anni 50 e 60 di una stagione d'oro del pugilato italiano

ROMA – Per dare il senso della popolarità di Franco Cavicchi, scomparso oggi all'età di 90 anni, basta ricordare il suo incontro più famoso. Allo stadio Comulale di Bologna (che solo nove anni dopo si sarebbe chiamato Dall'Ara) il 26 giugno dei 1955. Sessantamila spettatori a seguire il con il fiato sospeso le 15 riprese (tanto durava all'epoca un titolo) al termine delle quali il bolognese (era nato a Pieve di Cento) conquistò il titolo europeo dei pesi massimi battendo il tedesco Heinz Neuhaus. Fu l'apice di una carriera importante, visto anche il livello molto alto del pugilato dell'epoca. Campione d'Europa nel periodo in cui in cima al mondo c'era niente meno che Rocky Marciano, il leggendario pugile di origine italiana (di Ripa Teatina) che di lì a poco si sarebbe ritirato da imbattuto.

Definire Cavicchi con lo stereotipo classico di gigante buono sarebbe improprio. Più congruo definirlo un gigante prudente, visto che nella categoria dei colossi, dove ogni cazzotto può essere decisivo, la sua boxe era conservativa, attenta a non correre troppi rischi. Ecco, proprio questo atteggiamento tattico – che per certi aspetti potrebbe essere definito un pregio – costituì nella valutazione della boxe di Cavicchi un neo, una piccola crepa nell'enorme popolarità. Una mancanza di rabbia agonistica, un rovescio della medaglia che lo fregò nell'altro match simbolo della carriera – perso – contro lo svedese Ingemar Johansson. Dodici round equilibrati, poi al tredicesimo un colpo dello scandinavo mise giù Cavicchi. Le luci della sua carriera di spensero lì, riaccendondosi soltanto ad intermittenza fino a chiudere, dopo 11 anni, con 71 vittorie, 14 sconfitte e 4 pareggi.

Johansson successivamente conquistò il titolo del mondo dei pesi massimi battendo Floyd Patterson. Dopo di lui i pugili bianchi dovettero attendere molti anni per tornare a regnare nella categoria regina, tanto da ritirare fuori periodicamente il ritornello della speranza bianca. Anche Cavicchi dovette sottostare al giogo delle aspettative. In molti credettero di aver trovato un nuovo Carnera, ma i fasti del friulano non furono confermati.  

Cavicchi ha dato tanto, ma ha anche saputo prendere tanto dalla boxe. Prudente sul ring, oculato nella vita. Figlio dell'Italia contadina, utilizzò i guadagni sul ring per migliorare le condizioni di vita su quei campi dove si affrettò a tornare una volta spenti definitivamente i riflettori del ring. Con lui se ne va un pezzo importante di una boxe italiana ormai sconosciuta, quella che in un qualsiasi pomeriggio di giugno era capace di portare sessantamila spettatori allo stadio. 

Cordoglio è stato espresso dal presidente della Federazione Vittorio Lai e dal sindaco di Pieve di Cento, Sergio Maccagnani.

 

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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