Italia, un Europeo in chiaroscuro. Ma non tutto è da buttare

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Malgrado Berlino sia stata avara di successi per la spedizione azzurra (quattro bronzi individuali) all'orizzonte si profila una nuova fase. Oltre a Tortu, i rappresentanti delle nuove generazioni come Crippa e Chiappinelli fanno ben sperare. Ma per invertire la rotta serve un settore tecnico nazionale, investendo sugli allenatori

ROMA – Non è stata una passeggiata. Ma neppure una Caporetto. Potevamo fare di più ma qualcosa si è visto: scaglie di luce futuribile. Una volta non c'erano, quindi perché non ammetterlo? L'atletica italiana è arrivata a quel punto del viaggio in cui il futuro può finalmente sembrare attraente ma non è ancora ben delineato. E allora ciò che vede davanti a sé non è ancora abbastanza potente per sciogliere le fibrosi del passato, che tirano, ostinate, come se volessero ogni volta impedire o ritardare lo slancio del cambiamento, come se l'Italia dove espiare in eterno. Sono i rischi del mestiere. Capita a chi si trova di fronte a un passaggio cruciale, al guado storico e tecnico.

L'atletica azzurra torna da Berlino senza titoli, è vero. Abbiamo perso anche gli ori europei delle ultime edizioni, ma ciò è dipeso soprattutto dal fatto che i due trionfatori di Amsterdam, Grenot e Tamberi, non sono più quelli di due anni fa e quando il tempo passa, o gli acciacchi si fanno sentire, sembra che gli altri vadano più forte e saltino di più. Difficile contravvenire le leggi dello sport. L'età, i malanni, la concentrazione: è tutto un complotto di virtù assortite o di inevitabile fragilità. E' vero, niente titoli. Solo quattro bronzi individuali. E siccome le gare individuali sono il sale dell'atletica, questi bronzi sembrano una mezza miseria. Ci si aspettava di più. Giustamente.

Italia, un Europeo in chiaroscuro. Ma non tutto è da buttare

Daisy Osakue

Eppure non è tutto da buttare. Abbiamo visto e "sentito" canzoni nuove e melodie promettenti. Ora ci vorrebbe un bravo arrangiatore. Due o tre sarebbe meglio. Però non siamo più in quella pentola senza sapori né odori nella quale ci siamo lessati, come cultura sportiva, a fuoco lento. Con sadica meticolosità. Al contrario, adesso c'è un orizzonte. Adesso abbiamo un tesoretto. Adesso abbiamo una squadra, anzi due. E l'oro e l'argento a squadre della maratona maschile e femminile raccontano proprio questo.

Sarebbe sbagliato, oltreché improduttivo, dire: ricominciamo daccapo. Fra mille difetti ancora da limare, a cominciare dalla squalifica della 4×100 maschile, francamente inaccettabile, noi abbiamo già ricominciato da Berlino, proprio dall'Europeo che sognavamo di Tortu (esagerando) e che invece è stato l'Europeo di Guliyev e Duplantis.

La cura è iniziata. Qualcosina si vede già. Immaginiamo che dopo aver perso le tracce di se stessa per un imprecisato numero di anni e per una altrettanto indefinita sequenza di manifestazioni, sprofondata in un mare di "dopo", il dopo Mennea, il dopo Simeoni, il dopo Cova, il dopo Panetta, il dopo Nebiolo, il dopo May e purtroppo anche il dopo Schwazer, all'atletica italiana sia stato consigliato di avviare un percorso psicoterapeutico.

Italia, un Europeo in chiaroscuro. Ma non tutto è da buttare

Eseosa Desalu in azione nei 200 metri

Immaginiamo che le sedute servano a scrollarsi di dosso le scorie degli anni difficili, a uscire dal pozzo degli storici e annosi errori e delle madornali imprecisioni organizzative: gestione dei giovani, prevenzione sanitaria, allenamento della parte invisibile dell'atleta. Immaginiamo che le chiacchiere con lo specialista possano arrivare a rappresentare un deterrente per evitare di ricadere negli antichi vizi di forma: per esempio che la cosa più importante non è tanto seguire i grandi quanto cercare i piccoli, farli crescere e soprattutto accompagnarli nell'arduo cambio di rotta da giovani ad assoluti.
 
Una buona psicoterapia potrebbe addirittura far riafforare la consapevolezza di non essere mai stati attenti alla creazione di un settore tecnico nazionale, costituito da tutti quegli allenatori che si sono rivelati capaci di allevare campioncini. A questi allenatori d'élite andrebbe garantito uno stipendio (per farli vivere d'atletica) e uno staff per continuare a fare ciò che fanno ma anche per organizzare una rete più ampia per la raccolta di altri talenti sul territorio. Per dire: in Inghilterra 105 allenatori sono pagati dallo Stato. Che l'attenzione per un settore tecnico funzionante, affidabile e allargato sia sempre stata scarsa è un fatto inoppugnabile. Il ricavato degli entusiasmi isolati, il contributo dei gruppi militari e quello dei piccoli e virtuosi "campus" regionali, indipendenti economicamente, potrebbero confluire nel grande club. Ma prima si deve inventare il grande club.

Ovviamente i risultati di un tale percorso psicoterapeutico non potranno mai essere immediati e dirompenti. La psicoterapia, anche se immaginaria, non ha l'effetto di una benzodiazepina. Ci vuole tempo. Sarà una mutazione graduale. Ma questa mutazione potrebbe essere già iniziata.

La relativa modestia delle prestazioni italiane a Berlino, per paradosso, si somma ai grandi risultati che a Berlino hanno portato e al clima che si era creato intorno all'atletica italiana nei mesi precedenti: l'anno di Tortu senza dimenticare Jacobs (che hanno ottenuto tempi che qualche anno fa ci saremmo sognati), il 20"13 di Desalu, passato quasi inosservato, il 2,02 della Vallortigara, la rinascita complessiva dei 400 metri, grazie anche ai giovani come Scotti e Aceti (anche se quest'anno l'italo-russo si è scontrato con qualche ostacolo imprevisto) e senza dimenticare il prepotente ritorno di Galvan ai suoi livelli dopo l'intervento al tendine d'Achille, il ritorno a medaglie nel mezzofondo, la rabbia elegante e talentuosa di una discobola come Daisy Osakue, la garanzia della marcia femminile, i margini di miglioramento di Crippa, Chiappinelli, Faniel, Barontini, Mattuzzi, il dispiacere per non aver visto all'opera Lambrughi nei 400 hs (quarto italiano di sempre a scendere sotto i 49" nell'era del cronometraggio elettrico), l'apparizione di un azzurro fra i migliori del decathlon, la speranza intatta di ritrovare Tamberi almeno sette centimetri più su, la quasi certezza che tra i più giovani (Gherardi, Benati, Bogliolo, Forte, Dallavalle, Sibilio) ci sia del buono e, da ultimo, la sensazione che in quelle due staffette maschili si nasconda, in prospettiva, assai più di quel che hanno proposto in Germania.  Vi pare poco?

Italia, un Europeo in chiaroscuro. Ma non tutto è da buttare

Folorunso e Grenot

Tuttavia quando poi si va in pista nelle gare che contano, gli italiani raramente danno il meglio: danno il loro massimo di quel momento, che non basta. Molti scontano una specie di patema ambientale, sembrano chiamati a sconfiggere i demoni collettivi o a diradare la nube fantozziana dell'atletica azzurra: però lo debbono fare da soli, a livello individuale, ognuno per sé, e non è facile.

Difficile capire di cosa si tratti, complicato stabilire se sia più un limite mentale che attanaglia il gruppo (chiunque sia a formarlo), come fosse condannato a rendere meno, o una forza misteriosa che toglie energie ai singoli, o a gran parte di essi, e li costringe a presentarsi alla data cruciale con le difese abbassate e le tossine a mille. E poi si sa, più c'è paura e più la paura dilaga. Più lanci Tortu e più, mediaticamente, sbagli la valutazione su quello che dovrebbe dare.

E quando le cose non vanno come ci si aspettava, scattano i processi, anche eccessivi, alcuni francamente fuori dalla realtà. Per esempio: troviamo giusto che Filippo venga preparato per il futuro, che il vero obiettivo sono i Giochi di Parigi del 2024, ma poi pretendiamo tutto e subito, come se Filippo avesse 9"99 nelle gambe tutti i giorni. Il prezzo della pressione lo pagano tutti. Anche quelli che stanno intorno all'atletica. E anche su questo forse si può lavorare. Così come la federazione è chiamata a lavorare su certe discipline dimenticate.

Ultima considerazione. Non possiamo essere come Germania, Francia, Gran Bretagna. È bene che si sappia. E nemmeno come la Spagna, che prima di noi ha invertito la rotta. Sono paesi che non hanno buchi nella loro storia, negli ultimi vent'anni hanno sempre fatto le cose giuste, hanno investito, protetto, incoraggiato, finanziato i loro talenti, compresi i tecnici. Hanno individuato discipline guida e su quelle hanno puntato senza trascurare il resto (pensiamo alla Polonia dei lanci). Così facendo sono sempre più competitivi, si sono passati il testimone da una generazione all'altra, tecnici ed atleti.

Noi no. E questo lo paghiamo ancora. Lo paghiamo anche oggi, mentre rivediamo un po' di luce grazie a tanti che si sono fatti da soli, come Tortu. Lo paghiamo anche oggi, mentre i sorrisi stanno prendendo il posto della malinconia. Ma verrà un giorno che il passato finirà nella stessa pentola dove pensavamo di cucinare il futuro. E il futuro scenderà in pista.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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