Segretarie, cameriere, oggetti sessuali: anche per i “robot-donna” è tempo di ribellarsi

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Nel mondo della tecnologia la questione femminile non è solo un problema di management o di posti di lavoro, ma prima ancora di cultura. E per questo riguarda anche gli automi, che replicano ruoli e pregiudizi della società di oggi

Si chiamano Solana, Sophia, Miim e Kokoro e da anni sono le star delle fiere di robotica più importanti del mondo come il Robot Exhibition di Tokyo, il CES, o lo Shangai Int’l Tech Fair. Sanno conversare, rispondono a qualunque domanda, portano oggetti, eseguono ordini, sono di compagnia, e -guarda un po’- hanno tutte l’aspetto di donna.  

Che ci fosse un problema di sessismo nella creazione delle AI, intelligenze artificiali, abbiamo iniziato a sospettarlo quando per attivare le funzioni dei nostri smartphone e tablet ci siamo rivolti a segretarie sintetiche quali Siri, Cortana e l’ultima arrivata, Alexa, mentre la voce femminile che rispondeva al nostro “Ok Google” cambiava genere sessuale nell’autunno dello scorso anno, per una semplice necessità di differenziazione.  

 

 

Niente di nuovo, già nel 1980, nel film Io e Caterina, Alberto Sordi decideva di sostituire in un colpo solo moglie, segretaria e domestica con un avveniristico robot americano. Legittimo chiedersi quindi perché si adducano ancora stereotipi di genere per giustificare la scelta dell’identità femminile nei robot lavoratori o di compagnia: una gentilezza e delicatezza innata, maggiore empatia, affidabilità e intimità. Insomma, un manuale anni ’50 per la moglie perfetta. 

 

«In generale le caratteristiche di questo tipo di applicazioni, anche rispetto alla definizione del genere e alle specificità della sua implementazione, sono frutto di ricerche, di tipo accademico o di mercato», chiarisce Luisa Damiano, docente di Logica e Filosofia della Scienza all’Università di Messina e autrice, con Paul Dumouchel, del libro Living with robots. «Spesso si tratta di scelte derivate da ampi studi sull’interazione uomo-AI e uomo-robot, dedicati a favorire l’accettazione sociale di applicazioni di intelligenza artificiale e di robot. Questo significa che le soluzioni adottate possono riflettere preferenze degli utilizzatori basate su stereotipi diffusi». 

 

Ma qualcosa sta cambiando. In questi giorni sui social network è molto popolare un video in cui l’attore americano Will Smith è impegnato in un appuntamento galante con Sophia, il robot antropomorfo della Hanson Robotics protagonista di copertine e trasmissioni TV. Lo sketch comico basa la propria comicità sul rifiuto dell’automa alle goffe avances dell’attore. 

 

 

Il video conferma il posizionamento servile e subordinato del robot e trova il suo valore comico proprio nel rifiuto inaspettato, il quel “no” che come spettatori non avevamo messo in conto. Nella serie HBO Westworld, in questi giorni alla seconda attesissima stagione, entrambe le protagoniste, Dolores e Maeve, non solo si ribellano ai propri creatori, ma guidano una rivolta in maniera spietata e violenta. Anche qui la ribellione porta con sé l’inaspettato, un colpo di scena per lo spettatore abituato al duro mondo maschilista e machista del West.  

Che le cose stiano cambiando? Che l’archetipo del robot femminile servile e accondiscendente stia diventando obsoleto? E invertendo il ragionamento: che l’affermazione di identità passi per la liberazione dei robot? 

 

Il tema della ribellione della creatura contro il suo padrone accompagna lo sviluppo della robotica già delle origini, e certamente questo, nella letteratura, nelle produzioni TV e nei videogiochi si sviluppa e si intreccia con questioni di genere. Insomma, si interpretano i tempi. 

Dove rinverdiscono gli stereotipi femminili – estetici ma non solo – è nei sex-robot, i robot costruiti per uso sessuale, una realtà commerciale oggi non relegata più ai fumetti di fantascienza. In uno dei tanti video promozionali di società produttrici, il sex-robot dalle giunoniche fattezze confida che «Sorridere è il mio hobby preferito». Manco fossimo in un romanzo distopico di Margaret Atwood. 

 

«In Europa Kathleen Richardson, della De Montfort University di Leicester, ha attivato una importante campagna contro i sex-robots, poi sostenuta anche da altri esponenti della ricerca etica sulla robotica. A questo dibattito abbiamo partecipato anche io e Dumouchel rispetto a un certo tipo di robot a uso sessuale, oggi in vendita, caratterizzato da quanto è stato tematizzato come un’‘opzione stupro integrata’. Questo tipo di robot definisce una versione estrema della problematica, ponendoci di fronte all’urgenza di una riflessione etica. L’idea non è quella di proteggere i diritti di oggetti meccanici quali sono i robot, il problema è che se i robot dedicati a interagire socialmente con umani vengono riconosciuti dai loro utilizzatori come ‘partner sociali’, come dimostrano alcuni studi, allora vendere robot con un’‘opzione stupro integrata’ significa incoraggiare lo stupro tra partner sociali tout court. Si tratta di un esempio forte, che evidenzia come sia importante oggi permettere alle scienze umane e alla riflessione filosofica ed etica di orientare i processi di design, produzione, integrazione dei robot nelle nostre ecologie sociali». La Damiano ci ricorda come il problema fornisce in parte anche la soluzione, perché i robot sociali ci offrono un’occasione unica di riflessione su noi stessi e vengono usati per studiare proprio le nostre interazioni sociali. Già oggi la ricerca è impegnata nell’ideare robot che operino per il miglioramento delle nostre relazioni. Molti di questi sono agenti artificiali di genere “neutro”, liberi da qualsivoglia identità maschile o femminile. 

 

«A mio avviso la ricerca accademica, in Social Robotics e HRI, ma anche in Cognitive Robotics, è specificamente sensibile alle questioni di genere. Tra gli specialisti di punta di queste aree vi sono molte donne: penso a Kerstin Dautenhahn, Cynthia Breazeal, Maria Chiara Carrozza, Maja Matarič, Lola Cañamero, Mari Velonaki e altre». A proposito dei problemi di genere in ambito accademico, la Damiano osserva che «in Europa e in Italia vi sono iniziative per incoraggiare le donne a proseguire nella carriera accademica dopo il dottorato, quali sportelli di consulenza, associazioni e premi dedicati. Anche la Società Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze (SILFS) sta affrontando questa questione, e il Direttivo ne ha discusso proprio durante l’ultimo incontro». Con queste premesse, il futuro può essere decisamente più rassicurante del presente. 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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