Mutismo selettivo, perché i bambini perdono le parole (soprattutto a scuola)

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Sono bambini "normalissimi". Che parlano, giocano, cantano e interagiscono con gli altri. Ma a scuola, niente. Le parole non riescono a prendere il volo, il gioco è solitario, la comunicazione si mette in pausa. E niente, non c’ è niente che possa riavviarla. I piccoli sono bloccati, hanno paura anche solo di chiedere se possono andare in bagno, non rispondono alle domande, nemmeno all’ appello. Eppure sono perfettamente in grado di farlo. Eppure, la bocca si chiude anche quando è il momento di mangiare tutti insieme. Sono i bimbi che soffrono di mutismo selettivo. Un disturbo approfondito nel libro Mutismo selettivo – Sviluppo, diagnosi e trattamento multisituazionale a cura di Giorgio Rezzonico, Emanuela Iacchia e Michele Monticelli (ed. Franco Angeli), strumento per addetti ai lavori ma pure per le famiglie che si sono scontrate con questa realtà e che vogliono una bussola per orientarsi.

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Dottoressa Iacchia che cos’ è il mutismo selettivo?
«È un disturbo d’ ansia, disturbo che fa parte della sfera emozionale. Una patologia che mette a dura prova famiglie, insegnanti e terapeuti. I bambini infatti non riescono ad esprimere il loro vissuto.
Non si tratta di non voler comunicare ma di paura, ansia di farlo. Fino a poco tempo fa si parlava di mutismo selettivo, come se questo stato di silenzio e chiusura fosse una provocazione, un comportamento oppositivo del bambino. Ma non è così. Il sintomo è inconsapevole.
Il bambino esprime la sua ansia nel congelamento».

Come succede anche agli adulti in situazioni di ansia…
«Esattamente. Lo sperimentiamo tutti. Ma i nostri bimbi hanno questa reazione di ritiro totale. L’ inibizione li difende dalle paure. Smettono di parlare prima di avere conferma del pericolo».

Quali sono le cause?
«Le cause sono multifattoriali: costituzionale (il temperamento), ereditario e ambientale. Se questi tre fattori mal si combinano può nascere il mutismo selettivo».

Partiamo dal temperamento. Che bambini sono i muto-selettivi?
«Sono bambini molto sensibili, attenti ai bisogni degli altri più che ai propri. Sono spesso molto intelligenti, abilissimi a leggere le situazioni».

Può essere un disturbo legato a un trauma?
«In qualche caso sì. Ma nella maggior parte il disturbo è proprio dovuto a una combinazione di fattori caratteriali e ambientali, come una situazione familiare più tesa o molto chiusa».

A che età si manifesta?
«Tendenzialmente intorno ai tre anni, quando comincia l’ inserimento alla scuola materna. In alcuni casi prima. Al nido. Se il disturbo non viene trattato subito si può trascinare anche alle elementari, medie e superiori, quindi in età adolescenziale. Per questo bisogna intervenire il prima possibile. Se arrivi così a 17 anni, insomma, ti sei giocato troppo, in termini di esperienze e relazioni».

È un disturbo diffuso?
«Secondo i dati dell’ Aimuse (associazione italiana mutismo selettivo, ndr) ne soffre un bambino ogni 140. Il che significa che può essercene uno per classe. Io ne seguo 200. Cifre considerevoli».

È un fenomeno in aumento?
«Purtroppo sì. Viviamo in una società in cui il verbale è collassato. Pensiamo solo a quanto comunichiamo tramite whatsapp, messenger, sms.
Persino le nonne ormai mandano messaggini ai nipoti piuttosto che chiamarli. E i telefoni fissi? Praticamente non li usiamo più. Viviamo attaccati ai cellulari. La comunicazione è cambiata completamente».

Quindi ci sono più casi anche tra gli adolescenti?
«Il fenomeno è in aumento pure tra i ragazzi. Il mutismo selettivo diventa fobia sociale, pensiamo solo al fenomeno degli hikikimori. Questi adolescenti che non solo non parlano ma si chiudono in casa, rifiutando qualsiasi relazione sociale. Si isolano completamente e comunicano solo tramite il computer».

È vero che è un fenomeno che colpisce anche la popolazione immigrata?
«I bambini bilingue vivono con più difficoltà perché in casa parlano la lingua madre e a scuola una lingua diversa e questo può intimorirli. E poi c’ è il problema delle famiglie che si spostano di continuo per motivi di lavoro. Cambiare spesso scuola può toglierle familiarità».

Come si può guarire?
«Il presupposto è che se si abbassa l’ ansia si alza il verbale.
Io ho un orientamento cognitivo comportamentale costruttivista. Lavoro sull’ ansia del bambino o del ragazzo in studio. Ma poi bisogna esportare il verbale. E questo si può farlo in sinergia con la famiglia e gli insegnanti avvicinandoli alla sensibilità del bambino senza infastidirli o metterli sotto pressione ma facendogli sentire di essere dalla loro parte, magari coinvolgendo anche i compagni di classe».

Spesso le famiglie vivono il disturbo del proprio figlio con un grande senso di colpa.
«Sì, è normalissimo. Ed è compito di noi terapeuti aiutare i genitori e fornire delle strategie per uscirne perché è uno smarrimento momentaneo in una fase della crescita. Perché se ne esce. Il disturbo passa se riusciamo a rilassarci tutti, se lavoriamo sull’ apertura della comunicazione, se riusciamo a tirare fuori i nostri sentimenti, anche quelli brutti».

Lei e l’ associazione Aimuse, con la presidente Elisa Marchio, siete ideatrici dei soggiorni terapeutici…
«La chiamiamo vacanzina. In sostanza organizziamo una settimana per le famiglie che vivono il mutismo selettivo. Tutti i componenti trascorrono questi giorni in un ambiente accogliente e allegro con l’ obiettivo di aprire i bambini e i ragazzi (che invece vengono senza i genitori) al verbale e di solito si sbloccano tutti alla fine del soggiorno. Si accelera infatti l’ apertura, si lavora sulla ristrutturazione emotiva in un ambiente non giudicante. Vengono da tutte le parti d’ Italia per partecipare».

Com’ è la giornata tipo?
«Si fa colazione insieme, si organizzano giochi che invogliano al verbale. Si parte con la musicoterapia poi si passa ad attività incentrate sul movimento. Intanto, i genitori seguono dei training con gli operatori per superare le loro paure e ansie, si scambiano i figli per capire cosa vuol dire avere a che fare con un bambino che non parla con te. Poi tutti insieme si balla e si cucina per la cena perché bisogna considerare che molto spesso chi soffre di mutismo selettivo fa anche fatica a mangiare insieme ad altre persone. Insomma, c’ è un crescendo, dalle gite ai pigiama party fino alla sera di gala e alla caccia del tesoro finale che si conclude con un premio: l’ astuccio dei coraggiosi. Un premio che portano a casa o a scuola che simbolicamente toglie la paura».

di Eliana Giusto

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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