“Perché Conte non conta niente“ Facci brutale, premier distrutto Chi comanda davvero il governo

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Non c’ è nulla che non sapessimo già, nulla che non fosse prevedibile: sta di fatto che il premier Giuseppe Conte non conta un tubo, anche se lo sapevamo e anche se era prevedibile. Giuseppe Conte figura come tecnico, ma solo perché tecnicamente è un presidente del Consiglio finalizzato a poter avere due vicepresidenti del Consiglio esecutivi, coloro, cioè, che insieme fungono da presidenti del Consiglio veri ma che non potevano incarnarsi in una persona sola.

Eravamo abituati al contrario, a premier che fanno e che disfano con due vicepresidenti nominati per spartizione, gente a cui occorreva trovare qualcosa da fare: qui invece, per Giuseppe Conte, da fare ce n’ è un sacco, anche se i rituali e i viaggi di rappresentanza e le scartoffie primeggiano sulla sostanza politica che riguarda il contratto da attuare. E per forza: mica l’ ha scritto lui, sarebbe tanto se l’ avesse letto.

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Conte non ha un voto che gli appartenga direttamente, è stato preso dal mazzo per alcune sue qualità ma anche per l’ assenza di precise altre, non ha un peso specifico né potrebbe averlo. Tanto che, ai vertici che contano, Salvini e Di Maio non mancano mai: perché sono loro a decidere.

UNA SOLA FRASE
Lo sapevamo, ripetete? D’ accordo, ma la realizzazione dello schema fa suggestione lo stesso. Se Conte viaggia e va ai G7 è perlopiù un ambasciatore, un turista interessato, in Canada si è comportato bene: tanto, all’ estero, che non conta un tubo non lo sanno.
Faticano sempre, all’ estero, a capire le cose italiane: tipo che il presidente del Consiglio non è un vero presidente del Consiglio, tipo che ha illustrato alle Camere qualcosa che non è roba sua, tipo che ufficialmente dovrebbe realizzare un programma che non ha scritto con una squadra che non ha scelto, e che in termini di gestione ed esperienza non è mai stato parlamentare, sindaco, consigliere comunale e nemmeno circoscrizionale. Però la pochette da taschino la sa abbinare decentemente, la abbina appunto con la camicia e non con la cravatta (magari potrebbe anche cambiarla, ogni tanto) e ha fonetica e prosodia meridionali ma educate, insomma va bene.

È sufficiente – si dice oggi – «briffarlo» a dovere prima di ogni circostanza, in modo che non ripeta all’ infinito l’ unica frasetta che ha imparato. «Non sono qui per parlare d’ altro» ha ripetuto l’ altro giorno ai giornalisti, dopo una visita nei luoghi del terremoto di due anni fa: ed è così, Giuseppe Conte non sarà mai qui per parlare d’ altro.
Nel febbraio scorso era stato chiamato dai Cinque Stelle per fare il componente laico del consiglio di presidenza della giustizia amministrativa: «Non ho ricevuto una sola telefonata che contenesse indicazioni volte a interferire nell’ incarico che ho ricoperto». Senza cattiveria: è perché non contava un tubo neanche lì.

IL PORTAVOCE
Le altre cose le abbiamo viste: Graziano Delrio (Pd) che a Montecitorio gli grida «non sia un pupazzo». Conte che chiede «questo lo posso dire?» al suo subordinaio Di Maio che intanto gli passa degli appunti. Conte che ripete ai giornalisti accorsi al G7 delle frasi senza grande senso, sinché il suo portavoce Rocco Casalino (il portavoce del portavoce dei vice) lo prende per un braccio e lo porta via. Ecco, Rocco Casalino: è tutto qui. Uno che ha per portavoce Rocco Casalino non va neppure spiegato.
Giuseppe Conte, politicamente, non dirà mai nulla: ma Rocco Casalino gliel’ avrà spiegato nei minimi dettagli.

di Filippo Facci

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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