Elisabetta Terabust, l’étoile che scoprì Roberto Bolle

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Appassionata, maniacale, visionaria. La danzatrice scomparsa da poco, passò dal classico al contemporaneo. Fu ballerina, direttrice del corpo di ballo della Scala e talent scout. Generosissima con i giovani, sempre. Omaggio alla prima ballerina italiana con una carriera internazionale nel racconto di chi la conosceva bene

«Danzare è stata la fortuna più grande» diceva. Ma a giudicare da quanto ci ha raccontato chi Elisabetta Terabust l’ha conosciuta bene, la fortuna ricevuta dall’étoile scomparsa a 71 anni lo scorso febbraio è stata copiosamente restituita. Elisabetta Terabust inizia a danzare nel salotto di casa a Varese, davanti a un padre che «sognava di avere una figlia ballerina», frequenta la scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Roma ed entra a far parte del corpo di ballo, di cui diventerà poi étoile. Incontra il coreografo e ballerino Roland Petit, che le chiede di interpretare Lo schiaccianoci, Le Loup, Carmen, Coppelia, Notre Dame de Paris. Si trasferisce a Londra dove, per il London Festival Ballet, affronta autori contemporanei come Glen Tetley (Sphinx, Greening), Barry Moreland, John Cranko (Onegin) e George Balanchine. Negli anni Ottanta torna in Italia come étoile ospite di Aterballetto, per concludere infine il “ciclo biologico” della danzatrice come talent scout e direttrice di corpo di ballo, prima all’Opera di Roma, poi al Teatro alla Scala, e al San Carlo di Napoli. Ecco il ritratto di un’artista straordinaria nelle parole di amici e collaboratori.

Nel 1996 con Alessandra Ferri.

Nel 1996 con Alessandra Ferri.

“Fu una sperimentatrice coraggiosa”

Valeria Crippa, critico del Corriere della Sera

Che cosa colpiva in lei? La passione, il calore che poteva diventare rabbia. Le vedevi l’occhio velato sia nel raccontare la meraviglia di una coreografia, sia quando, con tristezza, diceva che aveva dovuto lasciare il balletto per problemi alle anche. Aveva un temperamento facilmente infiammabile, era sempre sopra le righe per l’amore profondo che aveva nei confronti di un’idea di danza che puntava tutto sui talenti. Nel ‘94 alla Scala, al termine  di un Romeo e Giulietta con Roberto Bolle giovanissimo, fece una previsione che si rivelò azzeccatissima: «Quando partirà lo farà come un razzo, è un marziano, avulso da tutte le coordinate». La ricordo nel ’97, al termine del primo ciclo di direzione alla Scala. Spossata dal confronto con il sindacato, chiamò i giornali, dichiarò: «Io non lavoro coi fucili puntati» e se ne andò. Alla Scala tornò nel 2007 e allora promosse la carriera di Alessandra Ferri a Milano che era stata “principal” al Royal Ballet di Londra e chiese ai suoi maestri di creare per lei. Era generosa, mai narcisista, mai stella che si specchia nella propria perfezione e poi vive di rendita nel ricordo di ciò che è stata. Fu la prima delle nostre ballerine con una carriera internazionale e, nella seconda fase della sua carriera, con Aterballetto, perseguì l’idea della contaminazione, mettendo insieme il romanticismo di Giselle e l’avanguardia di Sphinx, sperimentando i linguaggi. Oggi è quasi banale da dire, ma allora non lo era. Fece anche studi sulle danze tribali, scelta per quel periodo avveniristica. Se c’è una donna che ha infranto il soffitto di cristallo, davvero, quella è stata lei.

terabust

Elisabetta Terabust

“Introdusse il Pilates come disciplina”

Carlo Fontana, sovrintendente al Teatro alla Scala (‘90-’05)

Temo di non essere attendibile nel racconto di Elisabetta come persona perché, oltre alla stima, provavo per lei una vera amicizia. Anche se ci siamo sempre dati del lei. Non mi piace questa moda di dare del tu a tutti. Fu Vittoria Ottolenghi (scrittrice e critica di danza, ndr) a segnalarmi Elisabetta quando arrivai alla Scala e cercavo la persona giusta per dirigere il corpo di ballo. Non si sbagliava e non sbagliai io a darle fiducia: era una grande ballerina, ma sapeva anche guidare una compagnia. Mi propose lei con una procedura, diciamo, non consueta l’upgrade di Bolle e Massimo Murru appena usciti dalla scuola a primi ballerini. Accettai, avevo una fiducia cieca in lei. Era lungimirante: a metà degli anni ‘90 mi disse che dovevo comprare la macchina per Pilates. Io non sapevo nemmeno cosa fosse… Mi disse: «Fa bene ai ballerini, dovrebbe farlo anche lei». La comprai, i ballerini la usarono e la usano ancora oggi. E io, vent’anni dopo, faccio Pilates due volte a settimana.

Nel 2007 per Il lago dei cigni con Svetlana Zakharova e Roberto Bolle.

Nel 2007 per Il lago dei cigni con Svetlana Zakharova e Roberto Bolle.

“Era divertente e sempre a dieta”

Paola Calvetti, scrittrice

Eravamo buone amiche. La ricordo sempre in compagnia di Musetta, la sua barboncina che, devo dire, era piuttosto molesta. Chiese anche al sovrintendente Fontana di portarla in teatro, credo che nessuno prima di lei avesse osato. Fontana era riluttante, ma era difficile dirle di no. Quando lanciò Murru e Bolle saltò le tappe, non era scontato che le sarebbe riuscito, i sindacati non apprezzano certe mosse, ma a lei della prassi importava poco. Entrò da Fontana senza bussare e gli disse quel che bisognava fare. Lui rispose: «Dove devo firmare?» colpito dalla sua passione. Fu uno scandalo, ma positivo. Se ne andò dalla Scala per Onegin: si era fatta male una ballerina e per il ruolo di Tatiana non c’erano sostitute. Chiamò una danzatrice da Stoccarda e salvò il balletto. Il sindacato reagì duramente e lei si dimise: un direttore deve avere la libertà di scelta sui talenti, diceva. Aveva la tendenza a ingrassare, faceva i miracoli per non mettere su un etto, ma soffriva del dover stare sempre a dieta. «Se mangio un cioccolatino si vede subito» diceva. Con lei ti divertivi, una vera democratica. Ma era sola, fu sempre sfortunata in amore. Si legò a Peter Schaufuss (danzatore danese con cui danzò, ndr), non durò: per lei era sempre tutto interno al mondo della danza, subiva il carisma di quell’universo. Le dicevo: «Ti porto al cinema», ma non ne aveva mai voglia, viveva come una monaca. Si illuminava quando poteva aiutare i giovani perché, diceva, «In questo mestiere si invecchia presto».

In Sphinx per Aterballetto.

In Sphinx per Aterballetto.

“Ha creduto subito in me sfidando i miei limiti”

Roberto Bolle, étoile

Voglio ringraziare Elisabetta perché ha creduto in me da subito e mi ha messo presto di fronte a grandi sfide. Senza di lei non sarei certo arrivato così presto a livelli tanto importanti, mi ha permesso di bruciare le tappe: primo ballerino della Scala a 21 anni. Non mi sentivo pronto, ero terrorizzato, ma lei mi spinse ad andare oltre i limiti. Ha contribuito a rompere gli schemi: grazie a lei è si è respirata una boccata di ossigeno nel mondo della danza. Il suo era un talento costruito a forza di lavoro, di cura dei dettagli: per noi che siamo cresciuti con lei è stata una lezione professionale e umana. Eppure non era il tipo che ti dava supporto psicologico, non ti faceva sentire pronto: dovevi esserlo! Non era affettuosa o materna, ti buttava nell’arena, ma lo faceva perché sapeva che potevi farcela. Ti diceva: adesso spetta a te, io ti ho messo nella condizione di dare il meglio, dimostralo. Quello che chiedeva a noi, del resto, l’aveva chiesto prima a se stessa: da ballerina è stata una grande interprete, la sua forza non era la tecnica, ma la capacità interpretativa unita al lavoro del basso gamba. Aveva piedi che parlavano, che si muovevano come mani. Frutto della tecnica acquisita negli anni lavorando coi maestri francesi e americani, prima che russi. Era una donna di carattere. Ricordo il mio primo infortunio: ero nel corpo di ballo da soli tre mesi, fresco di scuola. Non potei fare il primo ruolo che lei mi aveva assegnato: era uno strappo serio. Elisabetta mi punì dandomi ruoli che non amavo. Era così: istintiva, viscerale.

Con Peter Schaufuss in Giselle al Teatro San Carlo nel 1981.

Con Peter Schaufuss in Giselle al Teatro San Carlo nel 1981.

“È stata molto criticata, ma aveva sempre ragione”

Massimo Murru, danzatore

Tutto nella mia carriera è cominciato grazie a lei. Forse è per questo che non ha mai smesso di essere il mio direttore. Quando ci incontravamo, mi diceva: «Mi chiami ancora Signora Terabust, chiamami Elisabetta». Ma io non ci riuscivo. Suscitava rispetto non solo per il ruolo che rivestiva, ma per la persona che era, l’artista, la donna. Ricordo quando arrivò la notizia che sarebbe arrivata alla Scala. Non la conoscevo e mi incuteva un po’ di paura, la immaginavo lontana, distante, concentrata. Un’impressione sbagliatissima e l’ho capito appena l’ho incontrata. Al contrario, comunicava vicinanza, generosità, soprattutto coi giovani. Voleva trasmettere valori, voleva fare di noi dei professionisti. A noi giovani ha aperto gli occhi, ci ha mostrato che c’era anche altro nel mestiere e che tutto doveva essere considerato, provato. Ricordo che in occasione di una lezione tenuta da un maestro americano portato da lei, avevo fatto finta di niente, non mi ero presentato. Lei scese in sala dove stavo studiando e davanti a tutti, senza dire una parola, mi trascinò fuori e mi portò da lui. Non era prassi interrompere le lezioni, ma aveva ragione, ha sempre avuto ragione. I conservatori talvolta non erano d’accordo con lei, è stata molto criticata all’inizio: il talento può dare fastidio e quando si è troppo avanti è difficile  farsi capire. Credo ne abbia sofferto perché, quando si investe così tanto nell’arte, ci si può fare male. Ma Elisabetta non ha mai fatto un passo indietro. È pericoloso vivere in questo modo, dedicarsi a una cosa che richiede tanta dedizione, tanta intensità, senza mai prendere le distanze. Anche se non ci sentivamo spesso, e di questo mi pento, mi manca molto. Sapere che non c’è più mi priva di una certezza. Sono molto fiero di avere incrociato il mio destino con lei.   

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[ Fonte articolo: io Donna ]

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