Nazionale, quella notte con la Jugoslavia: cinquant’anni fa il trionfo azzurro all’Europeo

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Il 10 giugno del 1968 l'Italia vinceva per la prima volta il campionato europeo, l'unico della sua storia. Nell'edizione di casa, gli azzurri arrivarono in finale contro gli jugoslavi grazie al lancio della monetina. Prati: "Non vincevamo nulla da trent'anni, quella vittoria ci ha restituito un bel po’ di orgoglio" 

ROMA – Un viaggio all’indietro nel tempo. Nell’anno in cui l’Italia guarderà i Mondiali da spettatrice, è un buon modo per lasciarsi alle spalle la delusione e celebrare un anniversario speciale: nel giugno di cinquant’anni fa, la Nazionale azzurra vinceva per la prima volta gli Europei di calcio. Mentre il nostro Paese era distratto da rivolte studentesche, controculture, proteste operaie e pugni chiusi, la selezione guidata da Ferruccio Valcareggi cavalcava silenziosamente la grande ondata rivoluzionaria andando a conquistare l’unico titolo europeo della nostra storia.
 
“Non era un compito semplice quello del ct, perché c’era da ricostruire dalle macerie dopo l'umiliazione del 1966 contro la Corea del Nord ai Mondiali d'Inghilterra”, racconta Dino Zoff che in quel torneo partì da comprimario di Albertosi fino a diventare in breve tempo il titolare inamovibile. L'organizzazione dell’Europeo era stata assegnata dall'Uefa all'Italia per festeggiare il settantesimo compleanno della Federazione e, a quei tempi, si vociferava che il merito fosse tutti delle arti diplomatiche di Artemio Franchi.

OAS_RICH(‘Bottom’); LA LOTTERIA DELLA MONETINA – Dopo aver passato i quarti di finale battendo in un durissimo doppio confronto la Bulgaria (sconfitta 2-3 a Sofia e vittoria per 3-0 a Napoli), in semifinale agli azzurri toccò l'Unione Sovietica. “Erano un’autentica corazzata, una squadra con l’organizzazione europea ma con la tecnica dei brasiliani”, ricorda Giancarlo De Sisti, che in quell’Europeo giocò solo una partita, ma di una certa importanza: la finale di Roma. 

In effetti l’Urss, pur senza gente come Jashin e Cislenko era un avversario temibile: aveva vinto il titolo nel 1960, perdendo in finale quello del 1964. Di fatti, nonostante la spinta del pubblico napoletano, per gli uomini di Valcareggi non ci fu verso di bucare la ragnatela sovietica. Siccome mezzo secolo fa i rigori non erano contemplati dal regolamento, esauriti i supplementari, l'arbitro tedesco Tschenscher convocò i capitani delle due squadre negli spogliatoi: sarebbe stato il lancio di una monetina da 10 franchi a decidere chi avrebbe vinto.

“Noi giocatori il sorteggio non l’abbiamo visto, perché eravamo nel nostro spogliatoio”, spiega con un pizzico di emozione Pierino Prati, che aveva esordito in maglia azzurra a soli 22 anni proprio in quel torneo dopo una stagione da protagonista con il Milan. “C’era un silenzio surreale,  Mazzola camminava nervosamente mentre Valcareggi era seduto da solo in un angolo. Quando abbiamo visto da lontano Facchetti che saltava come un matto sventolando la maglietta azzurra, abbiamo capito di aver vinto”.  Il capitano degli azzurri, come racconterà successivamente, aveva scelto “testa” beffando Shesternev che aveva indicato "croce" e regalando così all’Italia la finale.
 
LA FINALE DI ROMA – Tre giorni dopo, per l’ultimo atto davanti ai settantamila dello stadio Olimpico, Valcareggi fu costretto a sostituire l’infortunato Rivera, schierando al suo posto Lodetti. Il commissario tecnico triestino stupì tutti scegliendo di dare fiducia anche a un ventenne di Catania esploso nel Varese: Pietro Anastasi.  Una fortunosa punizione di Domenghini pareggiò il vantaggio di Dzajic. “Tra mille sofferenze, abbiamo resistito anche nei supplementari, ma eravamo davvero cotti e loro correvano il doppio”, rivela Prati. Stavolta niente monetina: come da regolamento, la finale andava ripetuta 48 ore dopo.

Valcareggi decise di sparigliare: cambiò mezza squadra accorgendosi che alla sua squadra servivano forze fresche. Come conveniva nel Sessantotto, fu una vera e propria rivoluzione. Nella formazione titolare entrarono Riva, Salvadore, Rosato, De Sisti e Mazzola, al posto di Prati, Castano, Ferrini, Juliano e Lodetti.
 
“Il ct dimostrò grande coraggio – ricorda De Sisti – perché mi buttò in campo in quella finale malgrado fosse soltanto la mia terza partita in Nazionale”. La mossa di stravolgere la squadra si rivelò azzeccata: la stanchezza della Jugoslavia, che a differenza nostra non aveva cambiato nulla, spianò la strada agli azzurri. Prima il vantaggio di Riva, poi il raddoppio di Anastasi ci regalarono il trionfo. “Non potrò mai dimenticare l’Olimpico in festa, i fuochi d’artificio, la festa negli spogliatoi”, commenta Prati. “Erano 30 anni che l’Italia non vinceva nulla: quell’Europeo ci restituì un bel po’ di orgoglio”.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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