Il petrolio corre verso i 100 dollari. La benzina prepara un’estate di rincari

0
Nuove sanzioni all’Iran e crollo produttivo in Venezuela. Gli analisti: sul mercato è in arrivo la tempesta perfetta

Il bengodi del petrolio a basso prezzo e della benzina (diciamo così) non troppo cara (perché in Italia la benzina costa sempre e comunque parecchio) ormai è finito, e l’estate si annuncia rovente per i listini: ieri il greggio europeo Brent ha toccato un massimo a 79,47 dollari al barile, che non si vedeva dal 2014, e gli analisti dicono che dopo il probabile sfondamento di quota 80 nessuna previsione al rialzo sarà azzardata; quanto al Wti americano, il picco è stato a 71,92 prima di un lieve e temporaneo riflusso, che non arresta la tendenza. 

 

Va anche tenuto presente che tutti questi valori sono espressi in un dollaro che di recente si è molto rivalutato sull’euro, rendendo ancora più pesante il rincaro effettivo per l’automobilista italiano. 

 

Ecco allora l’impatto sui prezzi al distributore: benzina in Italia ha superato 1,6 euro al litro, come non faceva dal luglio 2015 (e 1,6 è solo il valore medio, perché le punte qua e là sul territorio superano ampiamente 1,7 euro); quanto al gasolio il prezzo medio risulta vicino a 1,5 euro.  

 

A che cosa si deve la corsa del petrolio? I fattori sono molti e convergenti: ci sono di mezzo l’economia e la politica. Per quanto riguarda i fattori strettamente economici, l’onda lunga della crisi globale cominciata nel 2008 ormai è rifluita, tutto il mondo è in fase di crescita e persino in Italia, fanalino di coda, i dati macroeconomici sono tornati al livello di dieci anni fa. Da notare che il boom delle energie alternative non ha penalizzato più di tanto il petrolio: nonostante questa nuova, fortissima concorrenza, il consumo globale di greggio si avvicina ormai ai 100 milioni di barili al giorno, e l’Opec ha appena aumentato di 1,5 milioni la stima dei consumi mondiali del 2018. Il pianeta ha sempre più sete di petrolio.  

 

 

Ma a parte i fattori economici ci sono quelli politici a premere sul mercato. È stata tutta politica la decisione dei Paesi produttori dell’Opec, e di alcuni non Opec come la Russia, di tagliare in maniera coordinata la produzione di greggio, imponendo un rigido sistema di quote, in modo da riassorbire l’eccesso di offerta globale che aveva affossato i prezzi a partire dal 2014. La produzione di «shale oil», il petrolio alternativo americano, che era stata una concausa del crollo del prezzo, ormai non riesce più a compensare l’aumento della domanda globale di greggio e il calo dell’offerta, così il surplus si è azzerato e anzi ormai l’offerta è insufficiente, come testimonia il calo delle scorte (ieri quelle americane sono scese di altri 1,4 milioni di barili). 

 

Ma la politica pesa sul mercato anche in altro modo. Il crollo dei prezzi del petrolio nel 2014 cominciò non tanto per il boom dello shale oil quanto per la fine delle sanzioni all’Iran, che riportarono sul mercato un grande produttore. Ora con Trump succede il contrario e l’Iran rischia di sparire con tutti i suoi milioni di barili. 

 

Come se non bastasse, sta crollando la produzione di petrolio del Venezuela, Paese in preda a una gravissima crisi politica interna: da 2,6 milioni di barili al giorno, che erano il suo standard, Caracas è caduta a 1,4 e si prevede che scenda a meno di un milione. Motivo: disorganizzazione e caos sociale ma anche il sequestro (a seguito di arbitrati internazionali) di impianti e raffinerie del Venezuela nei Caraibi, dopo il mancato pagamento di alcuni miliardi di bond. Quegli impianti erano indispensabili all’export venezuelano, perciò il Paese estrae sempre meno greggio (che non saprebbe dove mettere). Dicono gli analisti che la scomparsa dal mercato di Iran e Venezuela creerebbe le condizioni della tempesta perfetta che può riportare il barile sopra i 100 dollari.  

 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

*