Un giudice di ferro fa chinare il capo a Bolloré

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Tournaire tratta politici e imprenditori come normali delinquenti. Il fermo del finanziere arriva dopo i casi di Sarkozy, Tapie e Pupponi

Niente li accomuna. Da una parte il distinto e brillante Vincent Bolloré. Dall’altra l’austero e discreto Serge Tournaire. Il magnate, uno degli uomini più potenti di Francia, sempre ben inserito nel mondo della politica. E il giudice istruttore, di cui esistono solo due misere foto, con la faccia scocciata che guarda chi le ha scattate, mentre lui cammina con uno zainetto sulle spalle, gli occhialini tondi davanti agli occhi.  

 

I due, comunque, si sono incontrati durante lo stato di fermo del miliardario a Nanterre, alle porte di Parigi, per 36 ore di fila, fino alla sua iscrizione nel registro degli imputati. Perché Tournaire non guarda in faccia a nessuno. Neanche a Bolloré. 

 

È uno dei nove giudici istruttori del polo finanziario del Tribunale di Parigi. Sono magistrati che indagano solo su casi di corruzione : temutissimi, come lo era Eva Joly, che ne faceva parte negli anni Novanta e che portò avanti una serie di inchieste sulle commistioni tra il mondo della politica e quello della finanza, vedi lo scandalo Elf, sempre con il pugno duro. Nell’ambiente giudiziario Tournaire è spesso paragonato alla Joly, proprio per il ricorso facile alle perquisizioni, allo stato di fermo, agli interrogatori serrati, alle intercettazioni telefoniche. 

 

Tournaire si occupa dell’inchiesta sugli «affaires» africani di Bolloré con il giudice Aude Buresi, pure lei molto discreta, un’altra dura del gruppo. Collaborano con i poliziotti dell’Ufficio centrale di lotta contro la corruzione e le infrazioni fiscali e finanziarie (Oclciff), con sede a Nanterre, in un «fortino» alla periferia di Parigi. Dove Tournaire riceve chi sottopone allo stato di fermo. Era capitato a Nicolas Sarkozy un mese fa, perché il giudice è all’origine anche dell’inchiesta sui sospetti di finanziamenti occulti da parte di Mu’ammar Gheddafi all’ex presidente, per la campagna delle presidenziali del 2007. A Sarkò almeno venne concesso di andare a dormire a casa la prima notte del fermo, a Bolloré neppure quello. 

 

Strano destino, Sarkozy e Bolloré si conoscono molto bene. Si sa anche che il magnate ha un buon rapporto con Emmanuel Macron: suo figlio, Yannick Bolloré, si faceva vedere ai primi raduni di En Marche!, il movimento di Emmanuel, ed è sempre per bocca del figlio, che ha elogiato la «voglia di cambiamento» del nuovo presidente, che Bolloré si tiene buono Macron.  

 

A Tournaire non importa nulla. «Applica ai politici e ai grandi imprenditori – dice un suo collega, che vuole restare anonimo – le stesse ricette che ai normali delinquenti». Figlio di due modesti funzionari pubblici, iniziò la sua carriera nel 1993 ad Ajaccio e si fece subito notare nella lotta contro il banditismo. Poi nella Costa azzurra, contro il malaffare mafioso. 

 

Dal 2009 è al polo finanziario parigino, che, in un sistema giudiziario come quello francese, costituzionalmente sottoposto al potere esecutivo e con un’indipendenza discutibile, è una sorta di oasi di autonomia. Tournaire sta trattando tutti i dossier che scottano, anche quello relativo a Bernard Tapie sul Crédit Lyonnais (dove c’entra ancora Sarkozy). 

 

«Lo odio ma lo rispetto», ha detto Tapie del magistrato. «È molto duro ma giusto – ha ammesso François Pupponi, politico socialista, passato sotto le sue grinfie per uno scandalo -. Un interrogatorio con lui è un combattimento fisico». Eppure tutti dicono che Tournaire parla con la voce bassa. 

 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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