Olio d’oliva? L’ultima porcheria dell’Europa: le etichette con cui ci truffano, cosa ti bevi davvero

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L’ arancia vince e l’ extravergine perde. Sulla roulette dei tribunali il made in Italy a tavola sta subendo sorti alterne. A dimostrazione che quando si parla di mangiare non c’ è nulla di scontato, vi sono gli avvenimenti che hanno coinvolto due prodotti di punta del nostro agroalimentare.

Per le arance si avvicina una scadenza decisamente positiva. Dal 6 marzo 2018, fra meno di un mese, aumenta la quantità di succo dell’ agrume più diffuso in Italia presente nelle bevande che si definiscano succhi. Si chiude così un lungo contenzioso con l’ Europa che a più riprese, dal 2012 in poi, è intervenuta per bloccare la legge italiana destinata ad elevare dal 12 al 20% la quantità minima di succo d’ arancia ammessa per legge pure nelle aranciate.

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La notizia ha una duplice valenza. Se da un lato garantisce ai consumatori una bibita più «vera», dall’ altro significa che verranno utilizzati 200 milioni di chilogrammi di arance in più ogni anno, con effetti positivi sulla filiera. Si calcola, infatti, che negli ultimi 15 anni una pianta di arance su tre sia scomparsa dal Belpaese. E dovrebbe salire il margine riconosciuto agli agrumicoltori: oggi su ogni aranciata che costa in media 1,30 euro al litro, all’ agricoltore vanno appena 3 centesimi.
Una vittoria per la Coldiretti Calabria, guidata da Pietro Molinaro, che ha rilanciato con forza il tema a partire dal 2010.
Ma se i produttori di arance possono festeggiare, gli olivicoltori e i consumatori di extravergine devono incassare un duro colpo. Il Tar del Lazio, con la sentenza del 17 gennaio 2018, ha annullato il provvedimento con il quale l’ Antitrust aveva comminato mezzo milione di multa alla Lidl per aver venduto, secondo l’ accusa, olio vergine di oliva al posto dell’ olio extra vergine. Il Tribunale amministrativo, ha stabilito che l’ impossibilità di provare il dolo nella commercializzazione dell’ olio in questione, in vendita nella catena Lidl a marchio Primadonna, provoca di fatto la decadenza dell’ accusa. E se l’ azienda dimostra, come ha fatto la Lidl, di aver istituito un sistema di controlli sulla qualità, in assenza di prove inoppugnabili che dimostrino il dolo, sopravviene la non procedibilità.

Bocciati senza appello dal Tar anche i panel test di assaggiatori ufficiali, riconosciuti perfino dalla Commissione europea. «La presenza di un difetto riscontrabile all’ esame organolettico di una partita di olio», si legge nella sentenza, «deve essere valutato con particolare prudenza proprio per le caratteristiche inevitabilmente soggettive di questo tipo di valutazioni».
A spiegare la portata del provvedimento è Alberto Grimelli, direttore di TeatroNaturale.it, la bibbia in materia di olio. «Per effetto della depenalizzazione», spiega, «se gli inquirenti e la procura non riescono a provare il dolo, ovvero che l’ azienda voleva frodare per ottenere un illecito guadagno, il fatto ricade tra i reati tenui da non perseguire. Ovviamente è praticamente impossibile riuscire a provare il dolo», conclude Grimelli, «se non attraverso intercettazioni telefoniche o il fortuito ritrovamento di qualche documento compromettente».

di Attilio Barbieri

[ Fonte articolo: Libero Quotidiano ]

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