La vita delle cheerleader nordcoreane

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Alle Olimpiadi sono più di 200, non possono avere contatti con gli estranei, vanno in bagno a gruppi e non sempre sembrano aver chiaro cosa gli succeda intorno

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Lunedì scorso le cheerleader nordcoreane hanno assistito alla partita di hockey femminile tra Corea e Svezia, la seconda gara della nazionale coreana unificata – nord e sud – alle Olimpiadi invernali che si stanno tenendo in Corea del Sud. Le cheerleader sono entrate nel palazzetto del ghiaccio di Kwandong in fila ordinata, accompagnate dall’immancabile funzionario nordcoreano che probabilmente svolge anche il ruolo di controllore. Si sono sedute nel settore che era stato riservato loro sugli spalti, accolte con grande curiosità ma anche diffidenza dagli spettatori presenti. Erano vestite in maniera identica – tuta da neve rossa e scarpe bianche simili alle Adidas – e tenevano in mano bandiere blu e bianche della Corea unita.

Le cheerleader si sono fatte sentire durante tutta la gara, gridando slogan come “siamo una cosa sola” e incitando la nazionale coreana ogni volta che si affacciava di fronte alla porta avversaria. Non c’è stata molta partita. Alla fine la Svezia ha vinto per 8 a 0, ma tutte le attenzioni si erano già spostate su altro: sulle atlete nordcoreane che avevano giocato insieme alle loro colleghe sudcoreane e sul bizzarro comportamento delle cheerleader sugli spalti.

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Come succede con tutte le altre cose che riguardano la Corea del Nord, anche sulle cheerleader nordcoreane alle Olimpiadi invernali, più di 200, si sa molto poco. Andrew Keh, giornalista del New York Times, ha passato del tempo a osservarle e ha messo insieme diverse cose interessanti. Per esempio ha raccontato che sono costantemente sotto lo stretto controllo dei funzionari nordcoreani, che non è permesso loro interagire con altre persone e che vanno in bagno tutte insieme durante le pause degli eventi sportivi.

Cheerleaders nordcoreane escono dal bagno delle donne durante una pausa delle gare alla Gangneung Ice Arena, il 14 febbraio 2018 (MLADEN ANTONOV/AFP/Getty Images)

Non si possono allontanare da sole dal gruppo e alloggiano in un condominio nel complesso costruito attorno al circuito automobilistico di Inje Speedium, a nord di Pyeongchang, insieme a un altro pezzo della delegazione nordcoreana. Mangiano a gruppi di una trentina per volta in una grande sala di un hotel vicino al loro, sempre alla presenza di un accompagnatore maschio: una volta finito di mangiare, tornano nelle loro stanze in fila per due.

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Una delle cose che ha attirato più curiosità e stupore è stato il comportamento delle cheerleader durante gli eventi sportivi, che è sembrato spesso scollato dalla realtà. Alcuni episodi curiosi sono successi lunedì durante la partita di hockey femminile tra Corea e Svezia. Andrew Keh ha raccontato che in alcuni momenti le cheerleader nordcoreane sono sembrate perfettamente a loro agio con quello che stava succedendo intorno a loro, incitando la squadra nonostante i gol subiti. In altri momenti, però, la situazione è stata più che surreale.

Nel secondo tempo della partita, per esempio, uno spettatore americano ha chiesto alla sua fidanzata di sposarlo e il momento è stato mostrato dal megaschermo del palazzetto. Gli altri spettatori hanno cominciato a fare quello che si fa in questi casi – applaudire, per esempio – mentre le cheerleader hanno continuato imperterrite a cantare lo slogan “siamo una cosa sola”. Durante un’altra interruzione del gioco, quattro cheerleader sudcoreane hanno cominciato a ballare sulla canzone “Girlfriend” di Avril Lavigne: di nuovo, le nordcoreane sono andate avanti a cantare i loro slogan, completamente fuori tempo, senza preoccuparsi di zittirsi o unirsi alla musica di quel momento.

In Corea del Nord il lavoro di cheerleader ha significati particolari. Le cheerleader nordcoreane, così come gli sportivi, sono strumenti del Partito dei lavoratori per mostrare la propria forza e disciplina: provengono dalle famiglie dell’élite di Pyongyang perfettamente fedeli alle idee del regime, devono mostrare di sapere lavorare bene all’interno di un gruppo e ovviamente devono soddisfare gli standard di altezza (almeno 1 metro e 60 centimetri) e di età (tra i 20 e i 30 anni). Come ha raccontato Han Seo-hee, nordcoreana che è scappata anni fa dal suo paese, dove faceva la cheerleader, molte vengono scelte da agenzie governative e per essere selezionate devono superare una dura selezione: non vengono pagate ma il fatto di viaggiare all’estero è spesso visto come un’opportunità.

L’idea che si sono fatti un po’ tutti è che le cheerleader nordcoreane facciano parte dello sforzo messo in atto dalla Corea del Nord per mostrare un lato più umano, diciamo così, del regime di Pyongyang. Una cosa simile a quello che si era osservato nei giorni scorsi con Kim Yo-jong, la sorella più piccola del dittatore nordcoreano Kim Jong-un, che aveva stupito e affascinato giornalisti e spettatori delle Olimpiadi.

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[ Fonte articolo: ilpost ]

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