Al Festival di Cannes 2017 c’è un film che potrebbe già vincere la Palma d’Oro

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Il resoconto delle prime giornate al Festival del cinema. Tra i film eccellenti e le delusioni, spicca la polemica con Netflix

Del già archiviato giorno di apertura del Festival di Cannes 2017 restano le trasparenze di Monica Bellucci, madrina della cerimonia, e l’abitino a livello inguinale sulla Montée des Marches dell’impavida Charlotte Gainsbourg, che con quello chic-intellò naturale tutto può permettersi. Ma quali sono i film che potrebbero vincere la Palma d’oro, e le immancabili polemiche di questa edizione?

Cannes vs Netflix

A far parlare è la polemica tra il festival e il nuovo titano dell’entertainment globale Netflix, rinfocolata dalle incaute dichiarazioni in conferenza stampa del presidente della giuria Pedro Almodóvar. Il quale a precisa domanda di un giornalista ha risposto “personalmente non credo che la Palma d’Oro debba essere assegnata a un film che non verrà visto sul grande schermo”, azzerando di fatto ogni chance di premio per due film Netflix in concorso, il sudcoreano Okja di Bong Joon-ho e l’americano The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach, film che non seguiranno le regole del sistema cinema francese, prima l’uscita in sala e solo dopo sei mesi il passaggio su piattaforme digitali. Regole in cui Netflix non vuole restare intrappolata. Si è scatenata la rabbia dei nostalgici del cinema com’era, e come probabilmente non sarà più, del com’era bello uscire tutti insieme e gustarsi i film nel buio della sala, e via retoricizzando. Fatto sta che alla prima proiezione stampa di Okja, quando è apparso il marchio Netflix sono partite bordate di fischi.

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Intanto continuano a sciamare tra Croisette e Palais le star e le quasi star: si sono viste Julianne Moore, Marion Cotillard, Will Smith (in giuria, e il più contento di esserci), Jessica Chastain (anche lei giurata), Robin Wright, Mathieu Amalric e la mitologica Vanessa Redgrave venuta a promuovere il suo documentario da regista Sea Sorrow sui bambini rifugiati.

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E i film? Il francese Les Fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin ha aperto fuori concorso le danze, e non è stato quel gran successo sperato. Certo, c’è stata la standing ovation quando è stato proiettato alla presenza di autore e cast (Cotillard, Gainsbourg, Amalric, Garrel e la nostra Alba Rohrwacher, piaccia o meno l’unica attrice italiana a varcare il confine), ma si sa che il pubblico è sempre molto indulgente con autori e attori in sala. Nonostante la fredda accoglienza dei critici, il film è buono, con il difetto se mai di mettere in campo troppi fili narrativi, troppe storie, non tutte adeguatamente risolte. Al centro delle trame il solito regista in crisi abbandonato molti anni prima dalla moglie (Cotillard) svanita nel nulla e riassestatosi dopo tanto penare con un’astrofisica assai comprensiva (Gainsbourg). Ma la moglie scomparsa incredibilmente ritorna, rimettendo in discussione gli equilibri tanto faticosamente costruiti. In questa parte Desplechin è molto convincente nel districarsi tra rimorsi, pentimenti, ritorni amorosi, illusioni e delusioni, mentre funziona meno la sottotrama del fratello Ivan (Louis Garrel), diplomatico e forse spia. Imperfetto, ma di sicuro meglio di come l’ha (mal)trattato la maggior parte della stampa italiana.

I film in concorso

Intanto c’è già un candidato forte alla Palma d’oro, anche se la strada è lunga e deve ancora arrivare il favorito Michael Haneke, già vincitore di due Cannes, con il suo nuovo Happy End, tra i film più attesi. Si tratta del russo Loveless (Nebyulov), firmato da quell’Andrei Zvyagintsev che qualche anno fa si era fatto largo qui con Leviathan. Stavolta scava in una coppia di medio borghesi moscoviti che stanno divorziando, mostrandoci di entrambi l’aggressività e la carica distruttiva. Una guerra condotta da due mostri, che mentre si fanno del male si dimenticano di avere un figlio undicenne, Alioscia, fino a quando lui non deciderà di scappare di casa. Non è la solita robetta psicologistica da cinema italiano, Loveless è un film potentee implacabile su cosa siamo diventati nell’era del narcisismo di massa e del trionfo dell’Io.

Ha diviso tra entusiasti e detrattori l’americano Wonderstruck di Todd Haynes, il secondo del concorso. Haynes è il celebrato autore di Lontano dal paradiso e Carol, che stavolta racconta due storie, la prima negli anni Venti, la seconda nei Settanta, destinate alla fine a toccarsi. In entrambe sono protagonisti bambini soli, e afflitti da disabilità, come in un feuilleton ottocentesco. Alla fine, quando tutte le tessere del mosaico si incastrano, in platea sono tante le lacrime e rumorosissimi i nasi soffiati. Alle prese con una materia molto lontana dai suoi film precedenti, Haynes ce la mette tutta per nobilitare il prevedibile plot inventandosi soluzioni visive a ripetizione. Tutta la parte anni Venti è girata come un film muto, quella finale come uno spettacolo di marionette. Ma la squisitezza estetica purtroppo non basta.

Grande era l’attesa per il terzo film del concorso, Jupiter’s Moon dell’ungherese Kornél Mundruczó, che proprio qui aveva vinto due edizioni nella selezione Un Certain Regard con White God. Invece sono arrivati fischi e buuh clamorosi da parte dei giornalisti, con qualche flebile applauso. Film bizzarro e inclassificabile, che molto rischia e molto sbaglia, e però generoso, coraggioso. Non pavido, non minimalista. Di quei film sballati e sbagliati cui bisogna però rendere l’onore delle armi. Non si sa neanche come raccontarlo, da tanto è folle, ma proviamoci. Nell’Ungheria di oggi che ha eretto un muro per respingere i profughi mediorientali, un ragazzo siriano scappato da Homs viene colpito da un colpo di fucile mentre cerca di passare clandestinamente la frontiera. Ma dopo questo incidente acquista uno speciale super potere, quello di volare. Se ne rende conto un medico che sta per perdere il lavoro, e che diventa il suo protettore con l’intenzione di sfruttarlo. Succederà molto altro, in un film che sta tra la fiaba nera, l’incubo mitteleuropeo tra Dracula e il Golem, gli afflati spiritualistici e l’impegno umanitario. Una mistura assai pesante e indigesta, ma La luna di Giove è così fuori norma e fuori scala da meritare la nostra attenzione. Girato magnificamente, con notevole sagacia tecnica e un alto senso del ritmo. Potrebbe rifarsi fuori dal clima incandescente di Cannes.

[ Fonte articolo: Elle ]

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