Erotismo e sperimentazione, ecco il (nuovo) soul degli Yombe

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Lo scorso novembre, il duo napoletano ha pubblicato GOOOD: nove canzoni a cavallo tra r&b, soul ed elettro pop, riletti con uno sguardo minimalista e sperimentale

Gli Yombe sono una coppia, nella vita, ma soprattutto su disco e sul palco. Un mix di voci (maschile e femminile), percussioni e tastiere, ritmi sincopati e danze sinuose. Dopo un EP pubblicato nel 2016, il duo di origini napoletane (ma che ha vissuto a Milano per alcuni anni) ha pubblicato GOOOD, il primo album sulla lunga distanza uscito lo scorso 27 novembre per Carosello Records. La loro musica fonda le sue radici su sonorità R&B, soul ed elettro pop, rilette con uno sguardo minimalista e sperimentale. In mezzo i tribalismi e i ritmi delle sonorità arabe e orientali. Con Carola Moccia aka Cyen e Alfredo Maddaluno, La Stampa ha parlato di influenze musicali, artistiche e della loro Napoli. 

 

Iniziamo dal suono degli Yombe.  

Alfredo: «Nasce tutto dalle nostre orecchie, tese all’estero, per captare tutte le novità del nu soul o dell’r&b più attuale. Quei suoni minimali e complessi, applicati a voci sensuali e sinuose, sono la nostra influenza maggiore, Allo stesso tempo siamo di origini napoletane e quindi non possiamo non mostrare un gusto ritmico quasi arabeggiante, figlio della nostra terra. In un certo senso cerchiamo di fare quello che facevano gli artisti della scena napoletana degli anni ‘70 e ‘80: guardare fuori dai confini, con un’identità ben precisa alle spalle».  

 

 

In ques to siete simili a Liberato.  

Carola: «Ma guarda, sicuramente, oltre all’origine, condividiamo questo tipo di visione. Allo stesso tempo Liberato è molto diverso da noi, soprattutto per sonorità (trap, r&b e neomelodiche), immaginario e per l’idea che c’e dietro: raccontare la propria idea della città».  

 

Infatti, voi siete intimisti e personali, soprattutto nei testi. E infine, per quanto riguarda i suoni, molto legati alla soul music. 

 

Carola: «Si, a noi interessa molto l’erotismo che questo tipo di musica vuole comunicare. Se pensi a Fka Twigs o a Sampha, sono sensuali ma non in maniera esplicita, al contrario quasi figurata e filtrata. Questo è quello che vogliamo comunicare all’ascoltatore. E lo facciamo con i suoni, ma anche con le voci e con i testi».  

 

Appunto, suono, voce e testo. Come nasce una canzone degli Yombe?  

Alfredo: «Prima di tutto essendo una coppia anche nella vita sentimentale, cerchiamo di lavorare separatamente per non influenzarci troppo a vicenda. Carola produce i testi, io la musica. Ma poi è un ping pong continuo e reciproco di idee, mantenendo sempre un’indipendenza artistica, che diventa fondamentale per andare avanti». 

 

E poi c’è l’aspetto visuale.  

Alfredo: «Si, io per deformazione professionale, non riesco a non pensare all’arte. Oltre ad essermi laureato all’accademia delle belle arti di Napoli, insegno progettazione degli spazi sonori, proprio in quella facoltà. Quindi non è un caso che, parallelamente alla musica, io abbia delle suggestioni visive». 

 

Carola: «Il nostro obiettivo è quello di sviluppare una dialettica dell’immagine. Attraverso il nostro approccio sul palco, i nostri video, ma anche le foto che pubblichiamo sui social network vogliamo comunicare la nostra arte, costruendola passo dopo passo con il nostro pubblico, coinvolgendolo nel nostro progetto».  

 

Un progetto che risente anche della cultura africana, a partire dal nome.  

Carola: «Più che della cultura africana in se, a noi interessava il significato che c’è dietro quel tipo di cultura. Ci interessa soprattutto comunicare cosa può significare ancora oggi una statuetta Yombe (raffigurante figure materne e femminili ndr.), ad esempio. Un po’ quello che facciamo con la nostra musica, che vuole comunicare la nostra idea di femminilità, spigoli e sensualità».  

 

Alfredo: «Io sono molto interessato alla pittura primitivista (a cavallo tra fine ottocento e primo novecento), che con un tratto stilizzato voleva rappresentare un’immagine o un concetto. Lo stesso approccio che utilizziamo per la nostra musica: a partire dalle voci campionate o dall’utilizzo dei sintetizzatori anni ‘80 che possono riprodurre il suono di una tromba. Insomma si tratta di surrogati degli strumenti reali, ed è un po’ la mia visione di fondo». 

 

Tornando alle sonorità: siete un po’ una mosca bianca nel panorama musicale italiano, eppure state avendo un buon successo di pubblico.  

Carola: «Il successo ci sta sorprendendo molto, devo dire. Soprattutto perchè proponiamo dei testi in inglese e non tutti gli ascoltatori lo comprendono a sufficienza, e poi diciamolo, la nostra musica non è delle più ballabili». 

 

 

 

 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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