Bentornato, David Letterman

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Su Netflix è disponibile la prima puntata di “My next guest needs no introduction with David Letterman”. Primo ospite: Barack Obama

A qualcuno, forse, questo primo episodio di “My next guest needs no introduction with David Letterman” (nome, va detto, esageratamente lungo) potrà sembrare troppo posato, poco pepato, una chiacchierata tra amici, Dave e Barack, davanti a un pubblico festante e di parte. E forse è così.  

 

Il ritorno di Letterman non è un ritorno fuoco e fiamme; non è l’ennesima, straordinaria rivoluzione del piccolo schermo. È una lezione. Di classe, innanzitutto. E la classe è posata, piacevole, mai eccessiva. Un’ora intera con il presidente – pardon, l’ex-presidente – degli Stati Uniti d’America, un viaggio nell’anima di un paese, nella sua storia, e nella storia anche di chi, per due mandati, l’ha guidato.  

 

E poi è una lezione su come si fanno le interviste – senza mai urlare, alla pari, chiunque, se vuole, può fare una domanda all’altro – e sul linguaggio: televisivo in primis, umano poi. Si parla di tutto, qualunque cosa. Senza mai, questo è importante, esagerare. Ci si può prendere in giro: e Obama, nel corso di tutta la puntata, non manca mai il bersaglio. Letterman incassa. Un po’ perché è il suo compito e un po’ perché quello che ha davanti è un uomo che rispetta – e che rispetta profondamente, come dice alla fine.  

 

 

Trump non pervenuto. Non lo nominano mai, nemmeno indirettamente – il modo migliore per fargli un dispetto, forse. Si parla di politica, di democrazia, di informazione; si parla di Selma – con un bellissimo momento tra Letterman e il deputato John Lewis, attivista storico del movimento per il voto – e si parla, anche, del presente del paese. E poi i figli, Michelle, l’infanzia di Obama: papà assente e mamma attenta (specie alla sua educazione: prima di mandarlo a scuola, gli dava lei stessa, alle sei del mattino, qualche ripetizione).  

 

Non è superficialità o inconsistenza – anche di questo qualcuno parlerà. Sono due uomini, entrambi nel pieno della seconda metà della loro vita, che parlano, si confidano, che ricordano. Obama racconta la sua esperienza di genitore, quando la figlia più grande è andata via per il college; Letterman della sua disaffezione verso tutto ciò che è nuovo – all’inizio, su Netflix, scherza e chiede al pubblico «voi sapete che cos’è?».  

 

“My next guest needs no introduction” è un’altra cosa rispetto al Late Show che una volta andava in onda sulla CBS (e che qui in Italia veniva riproposto stoicamente da Rai4). Molto meno late e molto meno show; più giornalistico, più lavoro di fonti e di ricostruzioni, più lento – forse – ma decisamente più denso. La differenza in questa puntata (la prima di sei, disponibili una volta la mese fino a giugno) la fa sicuramente Obama. Come si pone, come risponde, come sa prendere le pause. I silenzi che passano tra una frase e l’altra sono silenzi densi, spessi, carichi dell’attenzione del pubblico in sala.  

 

Netflix ha preso il migliore – il migliore, davvero; senza se e senza ma – e gli ha dato tutto quello che ha chiesto: ospiti, location, tempi; soldi. E l’ha lasciato fare. Il risultato è uno spettacolo quasi biografico, in cui Letterman ride, scherza e dialoga, proprio come si fa tra amici, con chi gli sta davanti. Due poltrone, un palco, due tazze piene di acqua. Alle loro spalle un fondale nero, semplice, e il dietro le quinte spoglio di un palco (nel campus Amsterdam di New York).  

 

È intrattenimento, perché è anche questo, pensato e ragionato per chi guarda da casa o da smartphone, da vedere in qualunque momento, in qualunque modo: informa, dice qualcosa, ma non troppo; tocca qualunque argomento senza mai essere insistente; e ci ridà quello che, per tanti mesi, dopo l’addio alle scene di Letterman, ci mancava: qualcuno da ascoltare. Bentornato, Dave. 

[ Fonte articolo:La Stampa ]

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