Champions, il Psg bussa alla porta delle grandi: con il Real Madrid è l’ultima chance

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Anni e anni di investimenti alla ricerca del paradiso calcistico mai conquistato. Dopo gli acquisti folli di Neymar e Mbappé, la sfida alla storia eterna dei Blancos è un bivio che i parigini non possono fallire

Se non ora quando. Il Paris Saint-Germain vive una situazione tecnica e finanziaria che non può per alcun motivo spingersi oltre i confini di questa stagione, che è d'obbligo considerare cruciale. Così com'è stato finora, il Psg non può andare avanti. Non può essere ancora a lungo tanto splendido e rigoglioso eppure senza una filigrana, come fosse una banconota falsa, uguale in tutto e per tutto a quelle autentiche ma con un difetto di fondo: non vale niente fino a prova contraria. Sino a questo momento il campo ha detto questo: potenti ma non come vorrebbero. E i successi in Francia non servono a rialzarne il valore. Non bastano gli acquisti per dotare un gruppo di credibilità internazionale. Non più, non nel calcio moderno, dove gli equilibri sono mentali. Lo scorso anno si disse che se Neymar fosse già stato un giocatore del club parigino il Barcellona non avrebbe mai rimontato il 4-0 subito nell'andata degli ottavi di Champions. Probabilmente non è vero. Effettivamente Neymar fu decisivo nel 6-1 del Camp Nou. Ma non è detto che sarebbe stato altrettanto determinante si si fosse trovato a giocare dall'altra parte. La sensazione è che sfidando il Real Madrid a febbraio il Psg si troverà di fronte a ciò che ha sempre sognato di essere: un'invincibile armata, una potenza che dimostra la propria forza attraverso la pensantezza dell'immagine, un miscuglio di campo e bacheca. Non chiacchiere.

Diventare grandi sul serio, spaventare il prossimo, non è così semplice come sembra. Essere forti e rispettabili è il traguardo che i proprietari qatarini del Psg vedono e non vedono, come l'oasi nel deserto che alla fine scopri essere un miraggio. Lo dimostrano i fatti. Il Psg non può ancora descriversi al mondo come una squadra dall'identità forte. E' sempre sul punto di farlo. Ma poi non ci riesce. Anzi, più si aggiungono fenomeni e più quest'identità paradossalmente sfugge. Nel Real Madrid la politica non esemplare ma redditizia nota con l'espressione "galacticos" ha impiegato anni per concretizzare dei risultati, più di un decennio, tanto passò dalla coppa vinta da Zidane in campo e dalla "decima" conquistata da Ancelotti. In mezzo ci furono mazzate tremende, cambi di gestione societaria, ribollire di pubblico, pañolade. Il tutto incorniciato da quella che poi sarebbe passata alla storia come "la sindrome degli ottavi": il Real Madrid veniva sempre eliminato al primo turno della moderna "knockout phase". E dietro aveva comunque anni di gloria. Al contrario dei suoi competitor europei, il Psg non può mettere sul piatto la propria storia, il peso dell'ambiente, l'affidabilità di un progetto di lunga data. O qualcosa che somiglia a una radice. Avrebbe bisogno di pazienza. Ma qui nessuno ce l'ha. Vanno tutti di fretta.

I giocatori che arrivano è come se non riuscissero ad attecchire fino in fondo, ci sono ma forse potrebbero anche non esserci. Non c'è senso di appartenenza e di questo sono soprattutto gli allenatori ad accorgersene. I tecnici vanno e vengono, cercano la strada migliore per sentirsi a casa, come Ancelotti, che aveva tracciato i suoi percorsi attraverso i luoghi di Parigi. Eppure, per quanto possa apparire grottesco, la panchina di questo club che ha poco da raccontare in fondo è una panchina che scotta, instabile. Basta un refolo di vento e il tecnico di turno, è toccato anche a Unai Emery, ancora in carica a dispetto di qualche santo, si trova in piena tempesta, già a fine novembre si parla di sostituzioni, si dice che il club avrebbe contattato Conte, Allegri, e poi si vocifera che la tesi più credibile sia addirittura quella del ritorno all'attività di Luis Enrique. Lo stesso può dirsi del calciatori. Una delle prime cose a fare notizia dopo l'arrivo di Neymar è stata la sua rivalità con Cavani, esibita al mondo con i capricci su un calcio di rigore. E poi tutte quelle storie sul contenuto del contratto del brasiliano. A chi giovavano? Se il Real Madrid ha sofferto della sindrome degli ottavi, l'ultimo Psg ha sofferto la sindrome dei quarti, a parte lo scorso anno: per quattro stagioni è uscito ai quarti di Champions. Come dire: era sempre in costruzione ma quello che aveva costruito non era mai abbastanza.

Una semifinale la conquistò il Psg, a dir la verità: ma era nel '95. L'allenava Luis Fernandez e in campo c'erano Weah e Ginola. Un'apparizione fugace e un po' trasognata che il Milan si preoccupò di cancellare dalla lavagna d'Europa, il Milan che poi sarebbe stato battuto in finale dall'Ajax grazie a un gol di quel Kluivert che adesso figura nello staff dei parigini. Il Psg è come certi film in cui si provvede trionfalmente a spendere i soldi del budget affittando attori di grido, ai quali si corrispondono paghe surreali. Ma poi non si pensa alla sceneggiatura. Oppure troppi effetti speciali e poco dialogo. E con certe premesse i film alla fine non funzionano. Adesso o mai più dunque. O il Psg di Neymar-Cavani-Mbappé dimostra di aver trovato anche l'anima, o sfonda riposizionando la cartella clinica del Real Madrid, bi-campione d'Europa in carica e adesso vagamente appagato, nel file delleOAS_RICH(‘Bottom’); sindromi degli ottavi: oppure la squadra senza identità sarà costretta in eterno a vagare nel suo limbo, a perenne "memento" di un'amara ma logica conclusione: mettere insieme un'accolita di fenomeni non è sufficiente per aprirsi le porte del paradiso. Perché anche in paradiso bene o male ci vuole una tattica, ci vuole una personalità, una struttura superiore. Altrimenti gli angeli, con tutte quelle ali sulle fasce, ti fregano in contropiede.

[ Fonte articolo: Repubblica ]

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